
Negli anni Quaranta i tram uniscono valli e paesi e risalgono i fianchi delle montagne biellesi. E’ alla fermata Balma, in valle Cervo, che il giovane Emilio Jona, quindicenne di famiglia ebraica, arriva un giorno di dicembre del 1943, accompagnato dall’impiegata dello studio legale del padre. Il giorno prima ha dovuto abbandonare precipitosamente gli uffici della filatura Bozzalla: «Arrivano i tedeschi!» gli grida il titolare e, preso un sacco con i pochi abiti che gli restano, Emilio salta dalla finestra al primo piano, fa perdere le sue tracce anche se poi risulterà un falso allarme e di tedeschi non c’è l’ombra. Ma arrivato sul tram all’ultima stazione, la strada non è finita. Da lì ci si arrampica lungo i fianchi di una valle stretta come una gola: c’è il versante detto l’invers, sempre in ombra e c’è un gruppo di case al sole. In una di quelle case nascoste si nasconde anche Emilio. Quella sera trova ad aspettarlo un’altra donna, una figura silenziosa, pragmatica, Marì «figlia di due mondi: quello di un’angusta valle prealpina, un’ansa appartata lontana dalla storia, di immigrati fuggiaschi fuori dal commercio delle armi, uomini un tempo pastori e carbonari, poi muratori, scalpellini, maestri d’ascia e capomastri e di donne custodi della stabilità e della tradizione, e quello dell’emigrazione.» Marì sarà anche la custode di Emilio e dello zio, ma intanto quella sera restano più di duemila passi, contati uno per uno, prima di arrivare a un cortile e abbassare il catenaccio dell’ingresso. Attorno al tavolo Emilio trova il padre e lo zio che giocano a scacchi. Passerà più di un anno prima di poter ritrovare la libertà, scendere in città senza paure, rivedere la famiglia unita.
Vivere in clandestinità
Quattro donne, ultimo romanzo di Emilio Jona (altrove poeta e saggista che si è occupato di etnomusicologia ed è stato cofondatore del gruppo Cantacronache), è una autobiografia e la straordinaria testimonianza di un microcosmo. Vale a dire di un mondo appena lasciato sull’ultimo scorcio del Novecento ma distante come un territorio appartenuto al mito. Jona rende omaggio alle donne che permisero alla sua famiglia di vivere in clandestinità dopo la costituzione della Repubblica Sociale quando allo scenario della guerra si aggiunse quello della persecuzione antiebraica. La narrazione comincia nel momento in cui il padre dell’autore, Alessandro, titolare di uno studio legale di Biella, chiude a doppia mandata la porta di casa nel borgo storico del Piazzo: «Seguivamo mio padre, mia madre e i miei tre fratelli, tutti, tranne mia madre, carichi di bagagli […] Salutavamo chi si incontrava come partissimo per la villeggiatura». Con la famiglia c’è anche la prima custode del nucleo, Cecilia, domestica, tata, originaria del Polesine, mondina prima di arrivare nella casa borghese dell’avvocato. Emilio Jona gli regala un lungo lirico monologo fatto di memorie infantili e incisi nella storia popolare: «Dormivo accanto a te nella stanza delle guardarobe. C’erano armadi di lenzuola e asciugami, che odoravano di cenere e di alloro. Ho ancora nelle narici il profumo dei tuoi bucati e nelle orecchie le tue nenie. Don don don le campane di Cimon, va alla finestra con tre corone in testa…Passa il fante con dö cavalli bianchi…».
Il silenzio della valle
Lo scrittore cambia alcuni nomi, ne mantiene altri, cita figure entrate nella storia piemontese come il comandante partigiano Anello Poma (che scende dal fitto in valle Cervo con lo Sten al braccio per fare provviste), o il bandito delle montagne Bangher, tranquillo e irsuto su una panchina in compagnia della loro protettrice Marì. La riservatezza degli abitanti valligiani è un cordone di sicurezza senza pari, tant’è vero che solo a conflitto concluso gli Jona scoprirono che in quella stessa valle vissero nascosti altri ebrei milanesi. In questo squarcio di tempo c’è anche una forma di solidarietà tra il popolo che raramente viene meno. Come etnologo e parte in causa Emilio Jona si interroga, cita una storiella paradigmatica, dove si racconta che un forestiero un giorno fermò un passante e gli chiese dove abitasse una certa persona. «Ai su gni» (ovvero «Non so») fu la risposta, anche se la persona che lo straniero cercava era lui stesso. Così quando negli ultimi giorni del conflitto tedeschi e fascisti formano un posto di blocco a un centinaio di metri dalla casa dove vivono i due clandestini, nessuno aprirà bocca. «Era Marì – scrive Jona – che segnava il tempo che scandiva le nostre giornate in cima alla scalùn, [scalinata] che non era quello lineare della pianura, dove la guerra sembrava percorrere una linea retta verso una conclusione ineluttabile, ma quella circolare di una quotidianità ripetitiva».
La solidarietà si affaccerà anche tra rischi ben più visibili, quando la giovanissima sorella di Emilio, Silvia, «estroversa e ciarliera», viene portata nel convento delle orsoline, così che di lì a poco «tutto il paese sapeva che presso le suore era nascosta una fanciulla ebrea». Per sicurezza si correrà ai ripari. Ma nonostante questo clima sodale, appena le relazioni antifasciste si infittiscono con la lotta partigiana, nascono anche le delazioni: porteranno in prigione prima e a Mauthausen poi, il professore di lettere Fiorenzo che con la moglie ospita uno dei fratelli ebrei, ma finisce agli arresti per aver cercato di aiutare un gruppo di partigiani del Monferrato. Così lo stesso sito appartato di Vallemosche sarà ugualmente quello dove tedeschi e fascisti uccideranno a sangue freddo con una raffica di mitra un anziano comunista, reo di essere stato tale.
Delfina
Jona ricostruisce quegli anni attraverso le donne che presero in consegna la famiglia. Cecilia, Teresa e Fiorenzo, Marì e Delfina. L’ultimo capitolo è quello che emblematicamente unisce ogni momento. Delfina è un’impiegata dello studio Jona, una dattilografa che permette alla famiglia di restare unita recapitando la corrispondenza tra genitori e figli, tra la madre ammalata e sotto falso nome ricoverata in ospedale, e il padre, facendosi tramite per il denaro necessario e le altre incombenze. Con la storia di Delfina la narrazione si svolge a ritroso in prima persona quando la donna novantaduenne parla da una casa di riposo. La sua voce si alterna a quella impersonale della collettività e poi a quella del narratore. Emilio Jona interpella il passato: «Delfina è stata per venti mesi il cordone ombelicale che ci ha mantenuto in vita; se fosse stata arrestata, se avesse parlato, se fosse morta, noi tutti saremmo scomparsi con lei.»
Rompendo poi riprendendo il filo della memoria e le vite dei protagonisti, tornando e lasciando le stesse vallate rocciose con i loro silenzi interminabili, il romanzo di Jona va ben oltre la letteratura autobiografica, da cui pure nasce. C’è in queste pagine l’aria e l’identità di un tempo storico e umano che non ha ancora conosciuto l’eccesso e la mancanza di senso di cui ha scritto Marc Augé. Alla fine è impossibile non porsi questa domanda: noi saremmo ancora in grado di ripetere, per convinzione e sodalizio, al di fuori del rumore bianco a cui ci ha consegnati questo secolo, l’esperienza di quelle donne?
Marco Conti
Emilio Jona, Quattro donne, pp. 137, Neri Pozza, 2026; euro 18,00