
Diversamente da quanto si potrebbe presumere, la narrazione che assume l’oralità ha bisogno di un autore che corre sul filo di un equilibrista tra azioni, pensieri, descrizioni, evitando di cadere nell’inerzia verbale così come nel vuoto colorato del gergo. Insomma Céline è misura, ma lo è anche Kerouac nei suoi Sotterranei dove il timbro lirico, vagamente enfatico deve potersi destreggiare con la prosa asciutta del dialogo. Nell’oralità il monologo è la strada maestra e lo è per Sara Fruner, narratrice e poeta, ma nel suo Dispaccio Lettone, soprattutto poeta. La scommessa del suo nuovo libro (qui erano recensite le liriche di La rossa goletta) è quella di far levitare nello spazio mentale della narratrice, i piccoli, irrilevanti accadimenti che capitano alla viaggiatrice approdata a Riga, in Lettonia, ospite nel mese di agosto di una residenza per scrittori…Dove Sara Fruner privilegia il flusso, la musica di un registro leggero, con una sola onda e dove, senza un solo punto, la narrazione si distende per sessantacinque pagine. Tanto che, nella postfazione, Dario Voltolini, si chiede da dove possa arrivarci «questa lunga bellissima frase di Sara Fruner, fatta di immagini e di suoni, di luoghi e di pensieri, di sradicamenti», rispondendo che «arriva da due campi di tensione ciascuno dei quali presenta delle opposizioni molto polarizzate. Il primo è un campo per così dire spaziale, il secondo è vocale». Da un canto, per Voltolini, il luogo individuato, la città, consente alla narrazione di muoversi in un «altrove» straordinariamente vasto; dall’altro la voce dell’autrice modula la poesia in una narrazione «avvolgente». Una fuga, per l’appunto «antigravitazionale».
Il tema, la partenza
Se infatti dovessimo cercare un tema sottostante solo con fatica e in maniera piuttosto aleatoria si potrebbe parlare del filo conduttore del viaggio come estraniazione. La narrazione è parca di avvenimenti, il quotidiano si affaccia senza tensioni; la partenza contrassegnata dalla perdita e dal ritrovamento dello zaino sul vagone di un treno, sospende l’inconveniente in uno spazio mentale di parallelismi: «eccolo lì, solo bellissimo koala, salvo, non sulla schiena di qualche manigoldo, non in qualche ufficio oggetti smarriti no, lì, il tuo zaino che contiene la tua vita, lo afferri per la fettuccia e te lo carichi in spalla, non dici niente non respiri nemmeno come le madri che ritrovano il loro bambino perso al supermercato e non lo abbracciano non fanno scene, certe che il bambino le amplificherebbe, lo prendono semplicemente per mano e lo portano via dal corridoio dei detersivi come se nulla fosse successo». Sulla spiaggia la narratrice si immerge apparentemente nel mondo referenziale: «la pelle bianchissima dei nudisti che popolano la sezione numero 9 della spiaggia in cui t’imbatti proseguendo lungo il bagnasciuga, loro nudissimi pallidissimi, corpi maschili e femminili imperfetti, cellulite peli adipe gravità e corpi bambini teneri, un altro tipo d’imperfezione, prematura non stagionata costole a sfioro braccia paffute, la tua anacronistica pruderie, tutta trine e noia, che mal si sposa con tutto, ti sforzi di guardare le natiche irsute di un uomo di mezza età e sorridi anzi no ridi di te stessa fai di te il tuo zimbello, continui la tua corsa, a sinistra le dune chiare spruzzate di vegetazione come ritornerai a vivere senza dune, onde da camminare, torni in centro sfiori case favoleggianti mordendole saprebbero di marzapane»…
La narrazione dilaga, l’onda di immagini si espande, il flusso prosegue altrove, divaga ma senza alcuna retrospezione, senza richiamare trascorsi o vicende avventizie: Fruner si concede tutt’al più un inciso, un pensiero laterale, una digressione, destinati a ricondurre ogni cosa al luogo, allo spazio, al tempo presente, come accade con la visita inattesa a un cimitero lettone: «hai impiegato un po’ a renderti conto che si trattava di un cimitero, sorgeva in mezzo a un’area selvaggia che in Italia chiamerebbero forestanera, è lì che i lettoni seppelliscono i loro morti, un bosco in piena regola dove bisogna sforzare gli occhi per distinguere le lapidi dalla selva, il terreno ondulato i camminamenti fra tomba e tomba non ricoperti di porfido o accecante ghiaino, i camminamenti non esistono proprio, esistono muschi terra battuta e lumache».
La musica di una sola frase
Riemerge più forte la musica, quella marea che Voltolini definisce «avvolgente» e che qui si mostra con la spiccata ubiquità dell’immagine. Le ultime pagine in particolare, quando la narratrice confessa che della Lettonia visitata così brevemente non potrà portare con sé «nessun ritratto» condannati come siamo all’approssimazione dei tempi: «anche se siamo filtri vagli colabrodi lo sai che lo siamo, siamo tuttobuchi, tratteniamo il minimo, lasciamo passare oro falene briciole gardenie rimaniamo con i pezzi più grossi, hai l’impressione che più ci inoltriamo in questo millennio più i pezzi siano grossi grezzi mentre sempre più particelle, variopinte nutrienti, vanno disperse, l’occhio molle di un bracco che all’improvviso indurisce in un opale quando il suo padrone è in pericolo, i minuti che uno pena aspettando una telefonata o il passare di un fastidio».
E’ un finale in crescendo dove l’immagine sovrasta la prosa, la densità della lingua non lascia spazi vuoti, il ritmo si fa quasi percussivo. Così quando alzando gli occhi la narratrice vede come una mano, un’ombra, le ali di un uccello grande abbastanza da impensierire, distendersi, il simbolo prende il posto della contingenza: Sara Fruner parla di un’ipotesi, l’avvento «della morte in mezzo all’arcadia lettone» e sopravviene come una nuova metempsicosi il pensiero di una cicogna: «se una cicogna oltre alla vita recapitasse anche la morte farebbe saltare i cliché ricaverebbe lucernari e oblò scriverebbe un capitolo ultimo in dialogo con il capitolo primo, a conti fatti una cicogna che ti porta via sarebbe un finale estremamente coerente sicuramente ironico e un filo poetico sì»
Marco Conti
Sara Fruner, Dispaccio lettone (postfazione di Dario Voltolini), pp. 80, Hopefulmonster Editore, 2025; euro 12,00