Daniele Cavicchia, Il corpo disabitato

La poesia di questi ultimi anni  ha approcciato la tradizione lirica in vari modi, quando pure ne ha accettato la scommessa dentro e fuori dall’autobiografismo. Raramente si è fatta domanda di spessore filosofico. Quest’ultimo libro di Daniele Cavicchia sembra viceversa voler testimoniare questa possibilità portando con sé una richiesta di senso sospesa nella memoria e nella casualità. Quasi in una sorta di clinamen lucreziano ribadito pagina per pagina, eluso pagina dopo pagina.  Sesto libro dell’autore nella collana di Passigli, Il corpo disabitato  ha una voce non confondibile che la prefazione di Raffaele Manica mette in evidenza quando scrive che la poesia di Cavicchia prende forma ponendosi «domande radicali quasi senza averne l’aria», oppure rispondendo agli assunti, alle domande con «stringata quanto nervosa pacatezza». Il poemetto che dà il titolo al libro, non meno delle altre sezioni, racconta un tempo fatto di attimi: in loro stessi appena riconoscibili ma complessivamente trasparente nella memoria affettiva che l’ultima stanza del poemetto rende epifanica tra lapidi, foglie e bacche novembrine, quando « pensi che ogni lutto è nell’inizio/ tutto ciò che sembra legato è disgiunto».

La folla di interrogativi si annuncia dalla prima poesia, come epigrafe dedicatoria:

Potrebbe accadere che un verso bruci il foglio
mentre lei scende le scale
e lo specchio riflette la sua immagine:
quanto tempo è trascorso
perché possa dire: ho vissuto?

Nella foto, una foglia le accarezza il viso
il labbro carnoso si ritrae
rifiutando il bacio. Perché ricordi?

L’ombra dei cristalli serali rompe i confini
non c’è limite, pensi; poniamo fosse immortale;
ma perché lo specchio sanguinava
mentre lei scendeva le scale?

Il tempo, gli attimi

Intorno al ricordo qualsiasi storia chiede implicitamente un senso che nel tempo si nega, si fa silenzio. Lo smarrimento diventa il nutrimento di un’assenza in cui la voce lirica si riflette, con una pacata lingua referenziale, come nell’ultima strofa di “Il nome”:

Ogni cosa accade e rimane indefinita
non pensi che sei tu quello che accade
e non conosci un nome per definirlo.
Eppure, oggi il lampione è acceso
e manca la panchina e la siepe;
c’è un altro albero con fiori azzurri che non conosci:
perché pensi che la serpe sia ancora lì?

Più direttamente l’incipit di “Tre scalini” pronuncia:

Dietro quel muro potrebbe esserci
un ricordo sottratto alla morte
o solo un’idea di te se non fossimo qui
come quel lunedì di giugno
(…)

Il disorientamento può prendere allora la strada del sogno e come il sogno vivere di improvvise accensioni, di figure casuali e sfuggenti. In certi versi Cavicchia racconta la fisionomia del reale senza per questo pervenire a una nozione di realtà. La voce ha allora un registro interrogativo necessario ma gettato tra gli oggetti senza peso («senza averne l’aria» scriveva Manica). Le strade, i paesaggi, gli scorci, la figura scomparsa e continuamente rievocata di questa silloge, sembra allora prendere le fisionomie remote di certe pagine di Patrick Modiano, là dove il protagonista rievoca senza saper bene quale verità sia rimasta a un passo dalla propria vita. L’invito allora nella poesia di Cavicchia torna al proprio passato come un’unica certezza che vuole una ripetizione tra le deviazioni misteriose del percorso:

Vediamoci in incognito
in un giorno qualunque
scegli un angolo di strada
io sarò all’angolo opposto
ti immagino casta e azzurra
tu me ingrigito come orma sulla neve
e parliamo l’uno dell’altro
come un discorso che ricongiunga
noi a noi stessi. Guarderemo i piccioni
beccare e la nuvola nera che avanza
forse pioverà, ma non lasciamoci distrarre
da frammenti di realtà; sarebbe una pausa
nel discorso, una dimenticanza irreparabile.
E poi usciremo dagli angoli
tu andrai verso destra, io verso sinistra,
anonimi a noi come tacita promessa.

Così in “Vediamoci” dove la realtà è distrazione e silenzio. Esattamente come accade alla poesia e ai versi di Ghiannis Ritsos citati in un’altra epigrafe: «”Che cos’ho?” chiese. Non c’era nessuno a rispondere.
La domanda guardava altrove.
Lo stesso la poesia».

Marco Conti

Daniele Cavicchia, Il corpo disabitato, pp. 130, Passigli Editori 2025; euro 15,00

Back to Top
errore: Content is protected !!