Cristina Bove, sospesi nel vuoto

Tra i molti appelli della poesia contentemporanea italiana, la lirica di Cristina Bove procede con il passo certo della chiarezza. Non quella aleatoria delle suggestioni “pop”, in lizza ora anche con lo Strega. Ma quelle che, dal canone alla fine del  ‘900, consegnano la letteratura al pubblico dei suoi lettori. Un primo riscontro lo fornisce Anna Maria Curci nella prefazione a La simmetria del vuoto, testo  da cui preleva un concetto che si riverbera, io credo, non solo in quel libro. E’ l’idea di sospensione che la Curci utilizza per definire l’atteggiamento implicito nei versi. Meglio ancora, la prefatrice ricorre al tedesco schweben, dove è presente un più ampio campo semantico. Nel verbo  ricorrono infatti le idee contigue di volo, fluttuazione, oscillazione. Vale la pena di rilevarlo subito per dire che Cristina Bove, anche nel libro successivo, Una donna di marmo nell’aiuola (dove il titolo parrebbe con questa scorta vagamente paradossale), mostra la stessa disposizione.

Il punto è che Cristina Bove in queste due opere, rispettivamente del 2018 e del 2019, l’idea di schweben  si dirama da quella di distacco: non solo  il distacco implicito dell’ironia ma, di pari passo,  quello di una sorta di pathos della lontananza. E’ dalla distanza del tempo che Cristina Bove guarda l’essere al mondo; è dalla distanza dalla mondanità e dal cicaleccio contemporaneo che osserva gli impiastri della storia. La sospensione diviene allora la condizione singolare di una voce che permette di pronunciare: «l’aria che avvolge i corpi/ è il calco d’ogni forma _ una fusione a cielo perso_/ l’antimateria ha il suo marchio di fabbrica// siamo scavati nelle nuvole/ abbiamo l’elemosina del sogno». Una metafora al genitivo che chiosa con eloquenza le forme convocate in “Come conigli tratti dal cappello” nel secondo dei libri qui citati.

Una donna di marmo nell’aiuola

Se l’aria appare l’elemento più proprio delle attitudini citate, va detto che il percorso di Una donna di marmo nell’aiuola è fitto di allegorie racchiuse nel perimetro delle diverse contingenze evocate. La dimora, la casa, diventa così traslato del paesaggio dell’essere: stanze, specchiere, pareti, divani,  soffitti, tappeti, sono le forme incidentali di un viaggio metafisico. Così che in ciò che è contiguo si distingua ogni remoto. Nel testo “Poi la nave bianca”, Cristina Bove scrive:

L’inizio della curva
sul fianco della sala. Viro
rischiosamente all’angolo del vento
piccola tramontana d’apprensione
e di ritorno sul tappeto il mare

è sempre mare quello che calpesto
un mare a cera
un porto di piastrelle _sedie a remi_
il faro d’alabastro appeso al muro

nel doppiare la costa del divano
è li lo scopro
accovacciato dietro la sua fronte
sessanta primavere sulla faccia
_la mappa del suo dire_
e l’improvviso volgermi le spalle

l’isola mia si stende sul balcone
alghe di rose sulla riva intrisa
e nello sciabordio poche parole
scritte di pioggia dall’innaffiatoio
nel terminale inquinamento da
amore impoverito _ e d’altre scorie non
biodegradabili_

Speditamente, con ritmo certo,  la poesia inscrive la tensione verso un altrove non pronunciato  nello spazio opposto del quotidiano; il timbro colloquiale della contiguità si nutre dell’emozione antitetica, vale a dire (ancora) dell’ironia. La sequenza compatta attraverso un paradossale parallelismo il mare e il pavimento, i remi e la comoda seduta del salotto, la pioggia e l’innaffiatoio, in maniera che altrove, con voce diversa e fuori da ogni cornice, possa commentare: «Se solo ricordassimo l’immenso/ quando ci prende e ci asserisce il male!» I due versanti di questa poetica (vicino e remoto) si compenetrano continuamente. Gli ultimi più ellittici versi del percorso procedono allo stesso modo, cioè con la stessa dialettica. Nelle strofe di “L’inizio presuppone l’infinito”, si legge:

perché la fine è un cambio di stagione
ci sono armadi in terra 
e armadi in cielo
al termine dell’aria
_la vita ripiegata in un cassetto_
 

E ti ricordi
quando innanzi tempo
tentarono la fuga
i mille pezzi della donna argento?
 

un grappolo di luna
riluceva di vita in mare aperto:
i figli tutti
scrivevano sull’acqua il proprio nome

E’ in questa voce  «fuori d’ogni maschera», aggiunge Annamaria Ferramosca nella sua prefazione, a rivelarsi radice e seme della ricerca, tra la bellezza del velo di Maja e la sua interrogazione oltre le futilità.

La simmetria del vuoto

Quanto appena detto non esclude affatto la percezione della storia. E Cristina Bove vi si addentra qui e là con un vigore che capita raramente di trovare nella produzione lirica contemporanea per quanto eterogenea. Nel primo libro, La simmetria del vuoto,  questo accento è forse più marcato. Ecco comparire allora la diegesi del potere con i versi limpidissimi di “Ipnagogica”, dove la distanza  è solo quella che si esprime nel percorso tra l’ironia e il sarcasmo:

Il balbuziente dio delle borgate
acclama l’afasia degli istrioni
a un pupazzo e ai suoi accoliti gli onori
al gregge la pastura, ammaestrare
la pecora che basta lavorare
mangiare, defecare, guardare la tivù
versare i contributi e le prebende
schiattare sulla terra col sudore
piegarsi ad ogni altare
ché tanto poi l’accoglierà Gesù
nel paradiso di chi muore qui
per far la vita agiata al suo predone
 

il potere ha lo sporco nelle unghie
_un supermarket delle ambiguità_

E alla strofa di chiusura:

ci vorrebbe una tromba sveglia_ armenti
un terremoto ai timpani
e capiremmo che l’assuefazione
ne uccide più di distruzioni in massa

Non si tratta di un occasionale salto nel caravanserraglio del presente perché nel libro successivo (che abbiamo appena abbandonato), un trittico di Bosch consente all’autrice un timbro ancora più diretto: «si traghettano infamie per campare/ si vendono indulgenze agli assassini/ i pesci muti vengono affettati/ i topi si nascondono nei muri/ e cosa mai ci resta da pensare/ da musicare da comporre in frasi/ possiamo solo mendicare il sogno/ dei folli e dei poeti»  scandisce in “Sull’entropia d’un trittico” per chiosare infine passando dal passato al presente: «Tuttavia se non saremo lesti a decrittare/ non ci sarà per noi madonna in cielo/ o santo che ci possa traghettare.»

Nella poesia di Cristina Bove la soggettività è quasi sempre assorbita dal tema o dalla prima persona plurale con cui l’autore dialoga e riflette.  Tra i testi di  La simmetria del vuoto, lo sporgersi oltre il proprio tempo ha un vasto corollario che condivide  gli incisi meta letterari di “S’imponeva il grigio”, le strofe  dove  prevale una nozione etica e «la terra è un campo coltivato a sassi» (“Malgrado i convenevoli”) ed un gioco letterario di paronomasie  e parafrasi che s’innervano fin dai titoli: “Agenzia delle uscite”, “Resa dei vinti”, “Una gita tutta per sé”… Dove i versi oscillano o si librano tra bellezza e humor annunciando una volta di più un’altra ennesima provvisorietà: «Quando si sarà detto/ tanto da non avere più cartucce/ scaduto il regolare porto d’arti/ il rigo assumerà quei segni fitti/ come gli scarabocchi di ricette».

Marco Conti

Cristina Bove, La simmetria del vuoto, pp. 89, Arcipelago Itaca Edizioni, 2018; euro 13, 00.

Cristina Bove, La donna di marmo nell’aiuola, pp. 113, Campanotto Editore,2019; euro 15,00

 

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