“Come l’acqua”: i vasi comunicanti di Anne Carson

Capostipite delle scritture ibride, Come l’acqua: saggi e poesia,  della canadese Anne Carson, venne pubblicato negli Stati Uniti nel 1995 con un titolo ancora più eloquente e provocatorio: Plainwater: Essays and Poetry. Il successo del libro continua oggi in Italia e ha già nutrito una non piccola schiera di imitatori o comunque di lettori che vedono nell’uso contestuale dei generi una via nuova e soprattutto una concezione più viva della scrittura. Poesia, prosa, saggio, autobiografia, aforisma, frammenti, persino riscrittura dei classici (Carson è una grecista e latinista), come accade nella prima parte di questo libro dove si reinterpreta Mimnermo in forma di lacerti. La mescolanza di prosa e poesia non costituisce naturalmente un percorso creativo inedito (lo hanno fatto i trovatori e Dante, lo ha amministrato Jacopo Sannazzaro in Arcadia, ne ha fatto uso Dante Gabriele Rossetti e tra i modernisti William Carlos Williams mescolando poesia narrativa, lirica e cronaca giornalistica in Paterson)…Al dunque la ragione dell’interesse per Anne Carson sembra poter risiedere non nell’accostamento dei linguaggi ma in una posizione dell’autrice, in una mitopoiesi che accoglie il cuore del linguaggio poetico, la metafora, l’analogia, l’ellisse, per disporli con un modello trasgressivo che al suo interno determina un contrasto. Non per caso il curatore e traduttore del libro, Patrizio Ceccagnoli, titola la sua introduzione “Sull’idiosincrasia di Anne Carson” scrivendo che l’autrice «ripropone il canone in maniera non canonica», da Saffo e Mimnermo a Beckett e Kafka. Il titolo è del resto immagine centrale e persuasiva: come l’acqua la lingua letteraria pervade e impregna ogni referente e dunque ogni scarto rispetto alla tradizione.

Come il saggio diventa poesia

Il lettore avvertirà che i brani prosastici e di approccio riflessivo sono spesso più immaginosi e indeterminati di quanto non siano talvolta i testi in versi. Nella quarta parte, nell’introduzione a La vita delle città, si legge:

«Le città rappresentano l’illusione che in qualche modo le cose si tengano insieme, la mia pera, il tuo inverno. Sono una studiosa delle città, a Dio piacendo. Spiegare quello che faccio è abbastanza semplice. Uno studioso è qualcuno che prende posizione. Da tale posizione certe linee diventano visibili. All’inizio si penserà che sia io stessa a tratteggiare tali linee; non è così. So semplicemente dove posizionarmi per vedere le linee che già ci sono. E la cosa misteriosa, davvero una cosa molto misteriosa, è come queste linee si disegnino da sole. Prima che esistessero margini, angoli o la virtù stessa, chi era a porre domande? […]».

Il linguaggio simula la discorsività di un messaggio diretto ma in realtà non segue i nessi logici e perviene alla ambiguità e indeterminatezza di senso della poesia. In maniera paradossale il poemetto in versi che precede queste prose, cioè  Canicula di Anna è invece netto, denotativo, logico, fin dall’incipit:

E’ la storia di un pittore.
A Perugia
(antica Perusia)
dove visse il pittore Pietro Vannucci
(C. 1445-1523)
che chiamavano il Perugino,
contemporaneo di Michelangelo
e maestro di Raffaello.
Cosa è necessario saperne?
Un po’ di cose.
[…]

La lingua come l’acqua divide e unisce, permea e sfugge, mentre il tema che unisce e talvolta si fa evanescente è il desiderio (tema che tornerà in Decreazione (2005). Carson usa la scansione del verso con la linearità della prosa e la prosa con l’immagine elusiva o allegorica della poesia, per quanto l’eterogeneità complessiva dei testi non sia esauribile con  questa semplice partizione. Il risultato è un libro così ricco di sorprese che  ci si potrebbe chiedere se porsi nella forma dell’acqua, e dunque nella sua incertezza o instabilità, implichi una negazione dei generi, per esempio della lirica come presenza del mondo interiore. Ma credo che il percorso dei testi sia viceversa la più convincente attestazione della natura essenziale, irriducibile e metastorica della poesia. E’ sotto l’indeterminatezza del parallelismo e dell’immaginario che Carson racconta, ragiona, frammenta, cita  e utilizza di fatto ogni risorsa. Talvolta anche con strumenti di laboratorio. Dopo l’ introduzione di La vita delle città,  l’autrice evita polemicamente l’enjambement (che invece troviamo nei frammenti inerenti Mimnermo):  la pronuncia si fa allora asciutta, il silenzio si dilata insieme al nesso analogico e nonostante il registro colloquiale, come avviene in  La città della vena del drago:


Se ti svegli molto presto prova ad ascoltarlo.
Una sorta di fischio alla rovescia il suono di un suono.
Essendosi ritiratosi dopotutto dove?
Dalle montagne però.
devono restituirlo.
Di notte proprio come.
I tuoi sogni notturni.
Sono rubinetti aperti.
Al contrario.
Nel.
Tempo.

Discorsi brevi

La seconda sezione del libro, Discorsi brevi, così come l’ultima, Antropologia dell’acqua, sono forse gli esiti di maggiore intensità dove la scrittura in prosa, come un tabarro sulla sagoma di un corpo appena visibile, fa esplodere la natura trasgressiva delle connotazioni:

«Negli haiku ci sono varie espressioni sulle trote – “trota autunnale”, “trota discendente” e “trota arrugginita” sono tra quelle che ho sentito. La trota discendente e la trota arrugginita sono trote che hanno deposto le uova. Stremate, completamente esauste, scendono verso il mare. Naturalmente c’erano delle trote che a volte trascorrevano l’inverno in pozze profonde. Queste erano chiamate le “trote che rimangono”.» (Sulle trote)

La prima edizione del libro

Analogamente il registro del racconto allegorico si affaccia con sotto le mentite spoglie del saggio, per esempio con “Sete. Introduzione a Tipi d’acqua” (in Antropologia dell’acqua) che ha come esergo: “Tutto è acqua (frase pronunciata dall’antico filosofo Talete la notte in cui cadde in un pozzo”,  dove si può osservare la disposizione della Carson, già sottolineata da alcuni lettori e recensori, a camuffare i testi con un ambiguo registro ironico):

«Penso che fu Kafka ad avere l’idea di attraversare l’Europa a nuoto e di farlo insieme al suo amico Max, fiume dopo fiume. Purtroppo, la sua salute non era adeguata. Così cominciò invece a scrivere una parabola su un uomo che non aveva mai imparato a nuotare. Una fresca sera d’autunno l’uomo torna nella sua città natale e tutti lo acclamano per una vittoria olimpica nel dorso.  Al centro della via principale un podio è allestito per l’occasione. Con cautela comincia a salirne i gradini. Gli ultimi raggi del tramonto lo colpiscono direttamente negli occhi, accecandolo.  La parabola si interrompe quando i funzionari locali  si fanno avanti reggendo delle ghirlande, che cingono la testa del nuotatore. Mi piacciono i personaggi delle parabole di Kafka. Non sanno come porre la più semplice delle domande. Mentre a noi può sembrare (come diceva mio padre) ovvia come una porta nell’acqua. […]»

Dai greci a Catullo e con la scorta dei modernisti, Anne Carson porta nella sua opera il canone lasciando dietro a sé gli schematismi e le gerarchie dei generi, vissuti non come accidenti ma come straordinari veicoli di creatività. Plainwater “Semplice acqua” dice per sprezzatura il titolo originale del libro. Nel 2005 con Decreation: Poetry, Essays, Opera (del 2023 la versione italiana) la scrittrice tenta una stratificazione ancora più ambiziosa e idiosincratica con un filo conduttore di carattere filosofico: la sparizione della soggettività a favore di una visione metafisica. Arte, amore, trascendenza, sono allora paradossalmente assunti con il registro lirico e il frammento, la digressione analitica su Saffo e Simone Weil, con il libretto d’opera e una sceneggiatura su Gertrude Stein.
Marco Conti

Anne Carson, Come l’acqua. Saggi e poesia (a cura di Patrizio Ceccagnoli), pp. 436, Crocetti Editore 2025; euro: 25,00

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