La biblioteca del secolo generazione per generazione

La biblioteca ideale di una giovane youtuber canadese; i titoli della letteratura sessantottina; i libri consigliati da Hemingway nel 1934 e infine la biblioteca dello stilista Doucet nata con i surrealisti nel 1924

La prima edizione originale di Fahrenheit 451, è del 1953

Innanzitutto diciamolo chiaro: l’ultima generazione alfabetizzata con internet, i libri li vuole ancora. E lo dimostra uno dei più famosi youtuber del mondo, la giovane canadese Hailey LeBlanc che dal 2014 all’altro ieri ha realizzato circa 600 video con 150 mila abbonati per il suo canale “Hailey in Bookland”. Ma a dire il vero questo non sarebbe di per sé sufficiente. A rendere perentorio l’amore per i libri della “Generazione Z” è il fatto che, nella lista delle opere da leggere di Hailey, figura il libro culto di ogni mangiatore di libri:Fahrenheit 451. Ray Bradbury lo aveva scritto quasi settant’anni fa raccontando il terrore di una società futura dove l’omologazione era la regola e i libri venivano bruciati perché identificavano l’individuo, cioè il male.

La lista della Generazione Z

La ladra di libri dell’australiano Markus Zusak

Nel 2016 la youtuber ha infatti deciso di dedicare alcuni video ai suoi amori letterari: Top 10 Books to Read in your Life-Tim! (I dieci libri da leggere nella tua vita) contiene il Bradbury già citato ma, prevedibilmente, gli altri nove video sono dedicati a opere che la maggior parte delle altre generazioni non conosce o ha letto casualmente, con una sola eccezione: le magie di Harry Potter di J.K. Rowling. Non c’è più alcun dubbio: dopo le seduzioni di Tolkien, la saga fantastica di Rowling è un nuovo must passato alla storia.

Le altre scelte sono meno scontate ma ugualmente vicine a coniugare la letteratura pop con la storia tout court. Troviamo infatti La ladra di libri (2004) di Markus Zusak che figura al primo posto della classifica. Al secondo viene invece un libro che non ci aspetteremmo: Il grande Gatsby di F.S. Fitzgerald e al terzo John Green con Colpa delle stelle, non propriamente un classico del futuro, ma certamente le sue romantiche seduzioni con la vicenda di due innamorati, entrambi condannati dalla malattia, ricorda un best seller del 1970, Love Story di Erich Segal. Gli altri libri sono ugualmente successi popolari recenti con l’eccezione di Anne of Green Gables scritto da Suzanne Collins nel 1908 e due classici tra i più generosi entrambi di Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie e Dietro lo specchio.

Il Sessantotto tra Marquez e Pavese

La prima edizione venne stampata nel 1950

Con i Baby Boomer (la generazione degli anni Cinquanta, diciottenne nel 1968), il romanzo ebbe meno fortuna. Il catalogo delle letture importanti prevedeva i saggi di Marcuse e quelli di Gramsci, gli Scritti e discorsi di Che Guevara ( in edizione Einaudi nel 1969), le testimonianze di Carlos Castaneda tra vita vissuta ed etnografia (valga per tutti A scuola dallo stregone). Tra i narratori era ai primi posti l’esistenzialismo dissidente e gauchiste di Sartre e di Camus, poi con molti distinguo e polemiche la voce ribelle di Pasolini; infine Elsa Morante per La Storia (un best seller venduto nelle librerie universitarie come nelle cartolerie) e naturalmente Cesare Pavese prima ancora di Moravia: il primo un po’ contadino comunista, il secondo un po’ anarchico borghese nonostante la militanza e il giornalismo sulle colonne de “L’Espresso”.

Tuttavia almeno un caso letterario eclatante, e destinato a diventare un classico, nacque proprio allora con l’interesse che Feltrinelli dedicava alla narrativa sudamericana: Cent’anni di solitudine arrivò in Italia l’anno dopo la sua prima edizione in spagnolo, nel 1968.

I consigli di Ernest Hemingway

Ernest Hemingway (foto Olycom)

L’autore dei Quarantanove racconti, di consigli di scrittura ne impartì parecchi basandosi sulla sua esperienza, ma è nota una lista che gli fu quasi estorta da un violinista e scrittore in erba nel 1937, un certo Arnold Samuelson. A Cuba Samuelson cercò di intrigare lo scrittore con la solita domanda che evidentemente furoreggiava già ai tempi della lost-generation: «Quali sono i libri che tu salveresti a qualsiasi costo?». La lista di Hemingway non è sorprendente ma dice come l’attenzione per lo stile predominasse ai tempi della “generazione perduta”…Che anche in questo si mostrava decisamente radicata nella modernità.

I titoli di Hemingway sono quelli irrinunciabili: Flaubert con Madame Bovary e L’educazione sentimentale, Thomas Mann con la saga dei Buddenbrock, ma anche Joyce per Gente di Dublino e Ulisse e il Mark Twain, di Le avventure di Huckberry Finn. Decisamente meno scontata è la presenza nella lista di Guerra e Pace, Anna Karenina e, con Tolstoj, di tutti i romanzi di Dostoevskij come del classico romantico di Stendhal Il rosso e il nero.

La biblioteca ai tempi di Albertine e Breton

André Breton, Max Morise, Roland Tual, e in prima fila, Simone Kahn, Louis Aragon e Colette Tual (foto di Man Ray, Parigi, 1925)

E’ difficile immaginare oggi uno stilista che scelga di investire in una nuova biblioteca o in un catalogo di rivoluzionari privo (soprattutto) di valore monetario. Ma è quanto accade nei primi anni Venti a Parigi per iniziativa di Jacques Doucet, celebre ai tempi per i tagli dei suoi abiti, celebre per aver vestito Sarah Bernhardt. Marcel Proust fa dire alla sua Albertine (Albertine disparue, sesto volume della Recherche) che avrebbe voluto un vestito di Doucet. Ma non era la sola mondanità elegante a interessare il celebre sarto della Belle Époque. Nel 1921, Doucet mette in vendita all’asta una parte della sua collezione di abiti e investe nella sua biblioteca personale che già si occupa di arte e archeologia. Decide tuttavia di aiutare anche la letteratura d’invenzione. E’ Doucet che finanzia la rivista di un autore originale e allora sconosciuto come Pierre Reverdy che, col denaro dello stilista, dirige le pagine di Nord-Sud. E’ solo il primo tassello degli impegni futuri. Doucet chiede consiglio ad André Breton. Nel 1921 lo scrittore ha pubblicato da poco, insieme a Philippe Soupault, I campi magnetici, vale a dire il primo testo surrealista fatto di libere trascrizioni di sogni. Ed ecco allora nascere una biblioteca davvero originale: oggi contiene 140 mila manoscritti e 50 mila volumi oltre a varie riviste del primo Novecento.

I capolavori consigliati: da Sade a Bergson

Un modello del 1914

Anche con questa dichiarata liberalità, occorre tuttavia fare delle scelte. E Breton come l’amico Louis Aragon non hanno dubbi: cercano le prime edizioni di Rétif de la Bretonne, l’opera del marchese de Sade, gli scritti di Kant e di Swedenborg, del pensatore socialista Proudhon, le lettere di Bonaparte a Giuseppina, i testi delle Mille e una notte, le opere di Bergson,e naturalmente quelli dei loro ispiratori, Arthur Rimbaud e Lautréamont.

L’avanguardia surrealista trova ospitalità non solo nella biblioteca ma anche nella vita di tutti i giorni. Doucet offre a Breton e ai suoi amici un corrispettivo per le loro opere, spesso stampate in poche copie e di scarsa divulgazione. Il Manifesto del Surrealismo, sarà tra queste. Ma sarà una delle ultime. Le intemperanze del surrealismo vanno oltre quanto Doucet può accettare…Il disprezzo dei surrealisti per Anatole France non si ferma davanti alla morte dello scrittore nell’ottobre del 1924. Aragon e Breton stampano infatti un opuscolo intitolato “Un cadavre” in risposta ai funerali preparati dallo Stato per il premio Nobel. Per Doucet è troppo, l’avanguardia da quel giorno resta solo nella sua straordinaria biblioteca.

Marco Conti

© Marco Conti. Diritti di riproduzione riservati

Il successo di Sade e Justine

“Justine” di Sade ebbe un immediato successo. Lo dimostra la prima segnalazione sul giornale dei librai del 1791, che pubblichiamo qui. Il commento è esemplare sia della ricezione che dell’interesse censorio suscitato fino al secondo ‘900. Ma dove nasce tanto scandalo nell’epoca dei libertini? Forse perché de Sade non pone al centro della sua opera l’eros e la morte dei romantici ma il discorso inaccettabile di ogni Potere

La prima edizione senza indicazione dell’autore né dell’editore figura stampata in Olanda come accadeva spesso per i testi che rischiavano il sequestro

Nel 1791 la Francia ha appena finito di scrivere la Costituzione basata sulle idee di Montesquieu e di Rousseau. I filosofi e i loro libri hanno in quegli anni di rivoluzione un peso che oggi possiamo solo immaginare. Ma si scrive di ogni cosa con grande slancio. Si scrive di storia, di morale, di viaggi e naturalmente si scrivono prose d’invenzione. La produzione è tutt’altro che avara, tant’è vero che si pubblica un bollettino di novità: La Feuille de correspondance du libraire, ou Notice des ouvrages publiés dans les différents journaux qui circulent en France e dans l’étranger. Nel dicembre di quell’anno cruciale i titoli sono centinaia. Dal primo giugno 1791 (quando si inizia a stampare “La Feuille” sostituendo “Annonces de bibliographie moderne”) al 15 dicembre, i titoli recensiti sono 2005. Tra questi compare Justine, ou les Malheurs de la vertu.

Justine, tra i best-sellers

Il frontespizio di una edizione del 1797 di Justine

Il libro, diviso in due volumi, stampato su carta pregiata, non riporta il nome dell’autore, il marchese Alphonse Donatien François de Sade. E come accade spesso per le opere che scottano, il frontespizio non riferisce neppure il nome dell’editore. Il testo risulta stampato in Olanda come tante altre opere clandestine. Per il marchese de Sade, uscito dalla prigione della Bastiglia appena tre anni prima, dove ha scritto l’opera, è il suo primo libro stampato. Ha 51 anni e sarà costretto a trascorrerne un’altra ventina in manicomio, vale a dire fino alla sua morte. Eppure, nell’immediato, non è la storia di Justine che lo mette nei guai. Il libro attira l’attenzione di molti intellettuali e avrà alcuni estimatori. Ma per capire meglio la portata della narrazione sadiana non è affatto il caso di richiamare le pagine ottocentesche di Heine o, più tardi, quelle di Breton. E’ esattamente un bollettino anonimo a mostrare l’interesse che suscita Justine in un lettore di fine Settecento.

La prima recensione di “Justine”

La Feuille de correspondance del dicembre 1791 non è semplicemente un elenco di titoli. La redazione si occupa spesso di aggiungere delle note di commento, di pubblicare brevi estratti e riprendere le critiche che i testi hanno già avuto. C’è anche una sezione, per così dire, politica, una rubrica in cui si parla delle “Opere relative alle attuali circostanze”…C’è insomma ben più dell’essenziale. Il fatto stesso che vi compaiano opere clandestine è una novità. La censura è stata abolita nel 1789 e se il romanzo di de Sade non indica editore e autore, ciò è dovuto al timore di incorrere comunque in una ritorsione visto che i temi sono inerenti la morale dell’individuo e della società.

Su 2005 titoli i commenti della redazione riguardano però solo la metà dei libri e quando questo accade le osservazioni non vanno di norma oltre le tre o quattro righe. Jean-Jacques Pauvert, coraggioso editore di de Sade negli anni Cinquanta (per questo finirà in carcere) e poi studioso e biografo dell’autore, scrive in Sade vivant: « Deux douzaines seulment des notices comptent 17 lignes ou davantage». Per lo più a guadagnarsi 17 righe sono di libri di viaggi o di filosofia. L’unico romanzo che sollecita tanta attenzione è quello di de Sade, venduto in quel mese a 7 lire e 10 soldi. L’incipit della recensione va al cuore di quello che sarà il tema principale dell’opera per altri due secoli:

Sade in un ritratto immaginario

«Se, per far amare la virtù, c’è necessità di conoscere l’orrore del vizio per intero, e le atrocità che questo può far compiere a quelli che non sanno mettere un freno ai loro desideri, questo libro può essere letto con profitto; è parimenti possibile, che spaventati dall’affresco orrendo che l’Autore ha saputo fare dei crimini, i più rivoltanti, della dissolutezza più malvagia, i lettori finiscano per vergognarsi di essersi abbandonati a tramiti così esecrabili e come l’eroina di questo romanzo, riprendano il sentiero della virtù, dopo averlo mille volte insozzato. Ma come essere contenti di un simile successo quando è dimostrato che di tutte le corruzioni, è quella del cuore la più incurabile?

Questo libro è quindi quantomeno molto pericoloso, e se noi ne facciamo conoscere qui l’esistenza, è perché proprio come il titolo potrebbe indurre in errore dei giovani senza esperienza, che si impregnerebbero dunque del veleno che contiene, vogliamo preavvertire le persone incaricate di vegliare sulla loro educazione, affinché abbiano modo di sottrarlo accuratamente alla loro vista, o farne leggere i passaggi più adatti perché si ribellino, semmai per la loro immaginazione sono assolutamente necessarie suggestioni forti e terribili.»

Lo scandalo in 4 edizioni… e il suo seguito

Il 28 agosto 1804, il marchese de Sade è in prigione; in questa lettera rivolge una supplica al ministro della Polizia, Fouché. Nel 1793 era già stato arrestato e condannato a morte per due lettere anti-repubblicane, ma per un fortunato errore la sentenza non venne eseguita. Nel 1801 è nuovamente arrestato con il suo editore. Lo scrittore che non è stato condannato (né lo sarà mai in seguito a questo arresto), lamenta nella lettera a Fouché la detenzione arbitraria.

Questa è dunque la ricezione dell’opera dei contemporanei e questo il registro morale prevalente e persino più disponibile rispetto a quello futuro, quando l’opera di de Sade nel suo complesso sarà interdetta. Nel 1792 Justine viene ristampato in una nuova edizione (oggi si direbbe “in economica”) che costa 6 lire, ma c’è il sospetto che in realtà sia la terza perché alcuni bibliografi segnalano un’altra edizione in diciottesimo (un piccolo formato) ancora nel 1791 ed è del 1796 una quarta edizione. E’ inoltre probabile che vi siano state altre stampe con incisioni pornografiche come accadeva di frequente per i libri erotici che circolavano anonimi (fu il caso per esempio della Pulzella d’Orleans di Voltaire, anche questa comparsa prima anonima). Certamente Justine ha appena cominciato ad attirare gli strali che consegneranno l’autore, senza alcuna giustificazione, al manicomio di Charenton. Ancora nel 1792 sul supplemento di Affiches, annonces et avis divers, ou Journal général de France, figura un lunghissimo articolo dove si riassume l’intera storia del romanzo. Anche qui l’interesse del libro è ovvio e, come accade con il “Bollettino” indicato, il redattore chiude la sua fatica con alate parole morali di ammonimento: «…leggetelo per vedere dove conduce l’immaginazione umana; ma subito dopo, gettatelo tra le fiamme: è il consiglio che darete a voi stessi se avete la forza di leggerlo interamente.»

Il romanzo sarà ristampato ancora per cura dello stesso de Sade. A causa di questo, della nuova versione, ovvero La nouvelle Justine e dell’ Histoire de Juliette, sarà arrestato con il suo editore e tutte le copie verranno sequestrate. Ma mentre l’editore Nicolas Massé sarà liberato qualche giorno dopo, Donatien de Sade rimarrà detenuto in manicomio sino alla fine dei suoi giorni.

Lo sguardo collettivo

Juliette, edizione 1954 di Jean-Jacques Pauvert. L’autore e l’editore sono ancora legati nel secondo Novecento dalla censura repubblicana. Dopo la condanna (1956) solo il nuovo processo in appello restituirà la libertà di pubblicare il marchese de Sade. Tra i testimoni della difesa: Jean Cocteau, Georges Bataille, André Breton, Jean Paulhan

E’ curioso osservare che dal primo riscontro sul Bollettino bibliografico, fino agli anni Sessanta del Novecento, la disposizione dell’intellettuale, del moralista e del politico coincidano (sia pure con alcune eccezioni: Maurice Heine, Gustave Flaubert, André Breton, naturalmente il Georges Bataille di La letteratura e il male). Per tutti gli altri il desiderio di immergersi nella lettura di Sade e di ragionarvi è pari solo al desiderio di censurarlo a cose fatte. Il che appare vero non solo rispetto a un codice morale o religioso con il quale confrontarsi, ma anche rispetto all’ampia rassegna del successo letterario più osé di Eros e Thanatos. Dissoluzione morale e morte sono frequenti nel Settecento di Sade: Restif de la Bretonne (che a garanzia del successo di Sade scrive “L’Anti Justine”), Giacomo Casanova, Choderlos de Laclos, e successivamente Octave Mirbeau, a voler tacere dei versanti gotici e del vampirismo romantico. Lo scarto rispetto a questa letteratura è che la pagina di Sade non suggerisce né allude, e neppure crea un’atmosfera emotiva. Il tema sottostante della letteratura sadiana è quello rilevato da Roland Barthes: ogni gesto osceno è prima un discorso sull’oscenità, ogni trasgressione è, prima di essere rappresentazione, una parola che dirime e preordina la trasgressione. I personaggi sadiani non sono in definitiva reali ma sono incarnazioni di un discorso. E la voce del narratore che li pronuncia chiama ogni volta in causa, con l’eros, il potere. Un potere perentorio e trasversale. In scena non è solo il borghese, ma il nobile, l’ecclesiastico, il magistrato, fin là dove l’esemplarità sembra trascendere la storia. Ciò che alla fine il lettore percepisce (e a maggior ragione lo fa nell’allucinato Le centoventi giornate di Sodoma) non è il desiderio della carne o la sua fragilità, né lo scarto rispetto alla norma erotica accettata, ma la presenza gratuita del potere. «Le tonnerre» che Maurice Heine sentiva nelle pagine di Justine forse identificava propriamente questa qualità.

Marco Conti

 © Marco Conti, Il successo di Sade e Justine, Le muse inquiete.it

Emanuel e il libraio matto

Storia di Emanuel, figlio illegittimo di Carlo Emanuele I, e marchese di Andorno. Nel 1637 un libraio tenta di farlo scomunicare, viene imprigionato e poi liberato. Gli atti del processo negli archivi piemontesi.

Don Emanuel di Savoia, marchese d’Andorno negli anni della peste, aveva un feudo che gli stava stretto: lontano dalla corte, dalla musica e dal teatro, lontano da ciò che amava di più, era stato persino costretto a chiedere aiuto perché i biellesi non gli pagavano le tasse. Un giorno prese la penna e con molto compunzione scrisse al sovrano che, al posto dei soldi, gli andornesi gli servivano delle “buone parole”.  Mai e poi mai avrebbe pensato però di essere scomunicato da un libraio matto. Che fu, per l’appunto, quello che accadde.

Il 28 gennaio 1637 fu un giorno che ricordò a lungo. Col suo solito e noioso seguito attraversava la piazza del paese per andare a messa, quando uno dei sacerdoti gli  venne incontro. Aveva l’aria di chi è spaventato e appena l’ebbe raggiunto gli sussurrò qualcosa  all’orecchio.

La “scomunica” del marchese

Il “santino” scritto dal libraio e affisso al portale della chiesa

Quel mattino, nei due pesanti portali della chiesa erano apparsi due santini, uno con l’immagine della Madonna e l’altro con quella di Santa Caterina. Sul bordo di entrambi, una scritta in rosso: “Don Emanuele è scomunicato, e chi gli parla sarà scomunicato”. Tutto lì. Ma scomunicare i nobili di casa Savoia (anche se in quel caso si trattava di un cadetto nato da un amore illegittimo) non era questione da poco. Bisognava trovare il colpevole. E di colpevoli che sapessero scrivere, che fossero strambi e coraggiosi, non ce n’erano tantissimi. Probabilmente il marchese avrebbe preferito strappare i santini, andare a messa, tornare a casa e suonare il suo flauto. Ma  l’agitazione che aveva intorno gli imponeva almeno di essere offeso e costernato. Arrivarono il podestà, il luogotenente, gli archibugieri e persino il suo staffiere personale. Gli indizi erano vaghi, tuttavia qualche giorno prima il marchese aveva redarguito un libraio che, al solito, non salutava né s’inchinava al passaggio del nobiluomo. A indicare la pista è il fedele staffiere che, qualche ora dopo, con i soldati bussa alla porta del  commerciante.  Siccome non risponde nessuno, lo staffiere sfonda una finestra, entra e comincia a frugare.

Ci sono piatti di stagno, pentole di rame, farina e verdure, ma soprattutto ci sono gli strumenti del reato: le immaginette della madonna, di Santa Caterina da Siena, il cinabro con cui si è fatto l’inchiostro rosso, la farina per la colla e  “una penna di gallina d’India, volgarmente detta tacchino”… si legge negli atti.

Sentenza in contumacia e arresto

 Il caso è chiuso. Sulla porta del libraio compaiono in tempi diversi tre ordini di comparizione.  Il libraio Vincenzo Rossi, per caso o per furbizia,  ha però pensato bene di  raggiungere Torino con la scusa di comprare libri, né sembra avere intenzione di tornare. La sentenza è emessa in contumacia: bando perpetuo da Andorno  e confisca dei beni, a cui il Senato torinese aggiunge l’inverosimile, cioè la condanna a remare a vita sulle galere di Sua Altezza. Solo a questo punto, cioè dopo la sentenza del Senato, il libraio decide di tornare in paese. Il tempo per scendere della carrozza e lo accompagnano in prigione. Nessuno ha fretta di ascoltarlo. Passa una settimana. Il 27 maggio, Vincenzo Rossi, non ha nessuna perplessità. “Certo quei santini, quelle scritte sono opera mia, ma io non ho mai creduto alla condanna, per questo non mi sono presentato”.

La sortita non è per niente peregrina e tantomeno stupida. Che questo sia vero o falso, resta il fatto che il libraio non ha testimoniato. Mentre lo mettono ai ceppi per la spavalderia, nomina un difensore, un certo Fabrizio Lovera, nobile d’origine. Nelle udienze successive, non si toglie nessuna colpa ma dice di aver sentito parlare di scomunica proprio dai religiosi. E facendosi più preciso nei dettagli spiega che i sacerdoti avevano ricevuto la bolla di scomunica ma non osavano consegnarla. Dice inoltre che non è stato aiutato da nessuno, che non ha conti in sospeso col marchese e aggiunge: “Io non voglio dire che il marchese abbia molestato ragazze, vedove e maritate” ma sostiene che su questo argomento gli stessi andornesi possono dire più di quanto sappia lui.  In breve, non soltanto il libraio si mostra ingenuo, ma proprio per questo trova il modo di accusare nuovamente il marchese pur avendo sulla testa una sentenza di condanna.

«Cestinate la sentenza! Il libraio è matto»

Una vecchia cartolina del paese di Andorno

Una giornata difficile per i giudici: se confermavano la sentenza non avrebbero fermato le chiacchiere, i “ si dice”, i sospetti sul marchese;  se non la confermavano lasciavano libero un cittadino che aveva leso l’onore del loro Signore e dei Savoia. La soluzione più semplice era  fu un’altra: trovare conferma che il libraio era matto. E almeno su questo fronte il lavoro non fu  impervio. Ascoltarono dei testimoni ma  solo per sapere se il libraio Vincenzo Rossi era pazzo. Come non dar ragione a quel sospetto? Si parlava di uno che aveva già mandato a gambe all’aria le panche della chiesa, uno che  se la prendeva coi padri cappuccini e diceva che quando arrivavano ad Andorno “il tempo si guastava”, mentre quando arriva lui, “si rasserenava”.  Per l’appunto una strada in discesa.

Cestinata la prima sentenza, il libraio matto se la cavò con qualche giorno di prigione. Il 27 giugno 1637 Vincenzo Rossi uscì dalle porte strette della sua cella e in certo modo da vincitore… Perché… a leggere bene le deposizioni e ad aggiungere quello che sul marchese d’Andorno trapelava da alcune  delle sue strette amicizie, maschili più che femminili, il risultato,  probabilmente, è che non erano le insidie alle donne ad essere argomento di pettegolezzo e tantomeno quelle “alle maritate”. C’erano  dicerie che forse coinvolgevano lo stesso staffiere, c’erano quei suoi modi raffinati e la debolezza sociale di non essere che un cadetto nato da un amore clandestino,  benché  ( o proprio per questo) don Emanuel fosse tra i più assidui ai doveri della sua carica.

La sfortuna del marchese

La vita di don Emanuel di Savoia è il tema del romanzo di Gina Lagorio, “Il bastardo” (1996).

Alla fine della vicenda, tenendo conto del rango, fu il marchese  il più sfortunato. La correttezza nei confronti dei “suoi” sudditi  passò quasi inosservata.

Negli ultimi mesi di vita prese le difese di due delle Figlie di Maria alloggiate a Oropa e  licenziate, facendo  restituire loro le capre requisite di cui vivevano entrambe e dandogli alloggio. Poco prima aveva predisposto le difese per evitare il contagio della peste in un tempo in cui nessuna tutela  era dovuta alla popolazione.

 Il marchese morì nel 1652 nell’assoluta indifferenza della Casa Reale a cui era stato costantemente fedele. Fu la comunità di Andorno a pagare le spese del suo funerale. Fu – come dice un documento – “caciato  in monumento” di un familiare del curato di Andorno. Poco dopo gli incaricati di Madama Reale vennero a requisire i suoi beni, mobili compresi e nessun religioso venne pagato per il funerale.

Marco Conti

Marguerite, regina e letterata irriverente

L’Eptamerone, scritto negli anni Quaranta del Cinquecento, venne stampato correttamente solo un secolo dopo. Margherita propone storie anticlericali ed erotiche. Il modello di Boccaccio. Molte le domande rimaste senza risposta

Se mai il movimento me too, che a New York propone parità sessuale anche per l’evocazione del passato e per la condivisione della sua memoria con sculture, statue, intitolazioni e baluardi di varia foggia, dovesse imbattersi nella letteratura rinascimentale… Ecco che avremmo qualcosa da proporre. Qualcosa che arriva addirittura dal XV secolo. E’ vero che Margherita di Navarra, ovvero Marguerite d’Angoulème, sorella di Francesco I, era per l’appunto regina di Navarra, è vero che viene ricordata da Rabelais che le dedica il terzo libro del suo capolavoro e che sarebbe inoltre esatto affermare che, dopo Christine de Pisan e Marie de France, figura come la terza donna di lettere della storia francese. Ma è altrettanto e perentoriamente vero che il suo libro più importante, Eptamerone, ebbe la sorte che oggi non toccherebbe neppure all’ultimo premio della fiera di Viggiù.

Non si sa precisamente quando L’Heptaméron venne scritto. Di certo è l’ultima opera della scrittrice ed è una delle prime che può figurare nella letteratura di viaggio. Il libro conta 72 novelle che danno conto di sette giornate trascorse nei pressi di un’abbazia da dieci narratori in lockdown, vale a dire confinati in una stazione termale. Il maltempo li costringe infatti a restare in vacanza perché l’unico ponte che può collegarli con il resto del mondo è stato travolto dalla furia delle acque. In attesa della ricostruzione, i viaggiatori convenuti scelgono di raccontare delle storie. L’ispirazione di Boccaccio è evidente ma diverso è il trattamento delle storie: più disinvolto nell’autore del Decameron (1349), speculativo per la sorella del re di Francia.

L’umanista trasgressiva

Margherita di Navarra (1492- 1549) in un ritratto attribuito a Jean Clouet

La narrazione letteraria diventa così contemporaneamente narrazione di viaggio, ma la costruzione del testo è introdotta da una predicazione evangelica insolita che assume argomenti di attualità (episodi sanguinosi, lotte, incesti, o matrimoni celebri). Una contestualizzazione che pare riguardare gli anni quaranta e cinquanta del XV secolo. Margherita muore infatti nel 1549 , il manoscritto viene pubblicato per la prima volta nel 1558 ed è generalmente accettata l’idea che la regina abbia scritto l’Eptamerone pochissimi anni prima di morire. Verrà trovata esanime nel suo parco mentre il marito è in viaggio.

Non era il suo primo impegno di penna. L’esordio di Margherita era avvenuto nel 1528 con Le miroir de l’ âme e nel 1542 aveva scritto La comédie des quatre femmes. Tuttavia, detto questo, le storie dell’Eptamerone risultano per lo spirito del tempo decisamente anticlericali, erotiche almeno quanto lo sono quelle di Boccaccio e soprattutto improntate alla difesa del genere femminile. Tanto basta per considerare che, almeno alla sorella del regnante era consentita la trasgressione e persino l’indipendenza. Per dare una nozione dei temi, ecco il riassunto della prima novella: «La regina di Napoli si prese allegra vendetta della infedeltà di re Alfonso, suo marito, con un gentiluomo del quale egli amava la moglie, e questa tresca durò per tutta la loro vita, senza che mai il sire n’avesse sospetto alcuno». Non c’è, insomma, neppure un brandello di punizione, di pentimento e via dicendo.

Le sorti infelici del testo

Da Gallica, il frontespizio della seconda edizione del 1559 voluta dalla figlia di Margherita

Benché Gutemberg abbia stampato “la Bibbia a 42 lineee” nel 1455, l’Eptamerone non poté usufruire di torchi ma non venne neppure ricopiato. La prima edizione porta la data del 1558 ed è un disastro filologico. Il curatore e stampatore, Pierre Boaistuau, rimaneggia l’intero manoscritto, crea un ordine diverso delle novelle, non divide i capitoli in Giornate, ne pubblica 67 censurandone cinque, e per completare il tutto intitola l’Eptamerone, Histoire des amants fortunez.

L’anno dopo è la figlia di Margherita, Jeanne, a restituire un po’ di verità. Si fa aiutare da un certo Claude Gruget, un dotto, che ripristina sia il prologo, sia alcune conversazioni finali per ogni storia, ma aggiunge altri racconti di sua scelta che nulla hanno da spartire né con il testo originale, né con l’opera di Margherita. La prima edizione informata sull’originale e solo su questo, ovvero con 72 novelle, sarà stampata nel XVII secolo, circa cento anni dopo la morte dell’autrice.

Alcune questioni rimangono tutt’ora aperte e sembra di poter escludere che possano mai trovare elementi decisivi per chiarire le intenzioni della scrittrice. In primo luogo la data di stesura: è probabile che l’Heptameron sia stato scritto tra il 1544 e il 1549 e che solo la morte o l’indisposizione dell’autrice abbia messo fine ai racconti; le vicende avrebbero dovuto essere 100 suddivise da dieci giornate. Ma questa è una deduzione che proviene dal numero dei narratori (10 appunto, cinque donne e cinque uomini) e dal modello di Boccaccio che contava dieci narratori (sette donne e tre uomini) impegnati lungo dieci giornate per raccontare 100 novelle. Più intriganti sono le domande che gli storici della letteratura medievale francese si sono fatti in merito alle figure dei narratori. Erano solo profili di fantasia o richiamavano lentourage della regina? Va detto inoltre che, nonostante il ruolo di primo piano di Margherita nel mondo del tempo, venne in vita scarsamente considerata tranne nel momento in cui si fece avanti come “diplomatica” per aiutare suo fratello, frequentando corti e maggiorenti.

Questa però è una storia già sentita e solo il movimento me too potrebbe far finta di scandalizzarsi.

Marco Conti

Il mago di Lublino

Nel romanzo di Singer ora riproposto da Adelphi compare una delle figure più vive ed emblematiche dello scrittore. Il protagonista della narrazione, disincantato libertino temuto dal villaggio, si autocondanna alla rinuncia

In copertina Marc Chagall, Omaggio a Gogol’. 1917. Acquerello su carta New York, The Museum of Modern Art

Se Gimpel, l’eroe forse più famoso dei racconti di Singer,(Gimpel l’idiota, 1945)  dubita costantemente della realtà del mondo contingente, supponendo la verità di quell’altro, Yasha Mazur, cioè il mago di Lublino, tiene per sé ogni dubbio e si spende con energia in questo. E’ credente, ma preferisce che gli altri ebrei pensino sia ateo, e del resto il mago – come si preoccupa di precisare lo scrittore fin dalla prima pagina – non è molto stimato nella comunità ebraica dello shtetl, il ghetto polacco nella pronuncia yiddish,  il microcosmo in cui visse lo stesso Singer prima di trasferirsi negli Stati Uniti.

Yasha e Gimpel

Il Mago di Lublino (la versione dall’inglese è di Katia Bagnoli) venne pubblicato nel 1960, ed è per ogni aspetto l’esatto opposto di Gimpel, personaggio indimenticabile per ingenuità e devozione. Tanto Gimpel sembra tonto quanto Yasha appare intelligente. Singer disegna un personaggio a tutto tondo, un prototipo di mondanità:  è un libertino, è colto, ha letto il Talmud, conversa in tre lingue ma si accontenta di camminare su una corda, stupire il prossimo, aprire qualsiasi serratura con un ago. E infine Yasha viaggia perennemente anche se quando inizia questa storia lo vediamo già di fronte ad una scelta: trasferirsi in Italia con la sua ultima e appassionata amante o dirle addio una volta per tutte.

Marc Chagall, Studio per la pioggia, 1911.-Galleria Statale Tret’jakov di Mosca

I colori della mondanità

«Egli si alzò dal letto senza versarsi acqua sulle mani come avrebbe dovuto fare, e neppure recitò le preghiere mattutine. Infilò i calzoni verdi, calzò le pantofole rosse e si mise una veste da camera di velluto nero ornata da lustrini d’argento. Vestendosi, fece capriole e buffonerie come uno scolaretto, fischiò ai canarini, si rivolse a Yoktan, la scimmia; parlò a Haman il cane, e a Meztotze il gatto». da “Il mago di Lublino”

Il conflitto tra finzione e verità

Anche in questo romanzo Singer si orienta dunque attraverso il tema del conflitto tra realtà e finzione, dubitando di quanto appare come realtà, domandandosi di pari passo se verità e giustizia non siano incompatibili. 

Le difficoltà della fede sono state in effetti un tratto comune alla generazione di scrittori a cui Singer è appartenuto. In un’altra narrazione – intitolata in originale Me darf zayn besimkhe (Bisogna essere felici) mentre  il titolo della tradizione inglese si accontenta di Joy, Gioia (1963) – Singer  parla di un rabbino chassidico che vede i suoi figli morire e che  perde la fede. Nella comunità è stimato come un veicolo di sapienza ma il “rabbi” si sente come non mai lontano da Dio e – benché la sua vita si all’opposto rispetto a quella del mago di Lublino – si isola, entra in una clausura penitenziale, cerca l’aiuto di un altro rabbino.  Ugualmente Yasha il mago, compie nell’itinerario narrativo, questa stessa metamorfosi: «Dai filatteri Yasha sentì scaturire una luce radiosa (…) Sì, che esistevano altri mondi! Yasha lo aveva sempre sentito. Riusciva quasi a vederli». Ecco, per comparazione, un passo conclusivo del racconto Gioia: «Dalle finestre aperte sul frutteto si affacciava qualche ramo e giungeva il cinguettio degli uccelli. Nei fasci obliqui di luce danzavano minute particelle, non più materia e non ancora spirito, che riflettevano i colori dell’iride».

Isaac Bashevis Singer

Il protagonista del romanzo di Bashevis Singer contiene dunque  il suo antidoto; il libertinaggio e gli abiti sgargianti del mago avranno come contraltare la penitenza dell’autoreclusione e  l’estrema sobrietà come accade con il rabbino che ha perso la fede. All’inverso sarà la sorte di Gimpel, scopertosi l’unico saggio della comunità che lo deride.

m.c.

Isaac Bashevis Singer, Il mago di Lublino, pp. 230, Adelphi, 2020, Euro 18, 00

Roberto Calasso: storie di librerie, libri e biblioteche

Calasso, scrittore ed editore, porge un racconto di erudizione, esperienza, storia personali. La libreria del futuro sarà un posto accogliente dove il libraio dovrà diventare il primo critico letterario. Amazon per disponibilità e consegne è destinata ridimensionare il mercato delle grandi catene. Cos’è la qualità. «Dove non c’è forma, non c’è letteratura»

Qualche tempo fa ho deciso di comprare un’antologia delle poesie di Roberto Juarroz. Sapendo che non avrei trovato nulla sugli scaffali delle librerie italiane, ho richiesto il volume in originale attraverso Amazon. L’ordine venne fatto un sabato sera alle 19 e la pagina on line del distributore mi disse che il pacco sarebbe arrivato all’indomani. Ho pensato si trattasse di una risposta automatica valida per tutte le stagioni e per gran parte delle merci. Amazon mi diceva addirittura che il volume in spagnolo sarebbe arrivato nel corso della mattinata. Qualcuno, all’alba di domenica, in un magazzino situato perlomeno a un centinaio di chilometri dalla mia residenza, dopo aver bissato aspirapolveri, indumenti intimi, prodotti agricoli, lampade, laser e creme, avrebbe trovato su di uno scaffale un libro di poesie di un argentino, in lingua spagnola, stampato a Madrid, e di cui si venderanno al massimo un migliaio di copie nel corso di un anno nell’intero continente. Una sbruffonata.

All’indomani mattina, verso le undici, il campanello di casa ha squillato. Un ragazzo sceso da un furgone mi aspettava oltre il cancello con un pacchetto in mano. Era il libro di Roberto Juarroz, Poesia Vertical.

Amazon e la libreria

Questo episodio mi è venuto in mente leggendo il volume di Roberto Calasso Come ordinare una biblioteca (Adelphi, 2020). E’ una raccolta di brevi saggi destinata a lettori avventurosi, quelli che come me vanno in giro in cerca di un libro, e ne trovano tre che non sapranno più dove collocare a casa propria. L’ultimo scritto si intitola  Come ordinare una libreria, una conferenza di 15 anni fa che l’autore ha aggiornato: «Mi sono reso conto, con un lieve soprassalto, che nel discorso di allora mancavano due parole che nel frattempo hanno occupato ossessivamente la scena: e-book e Amazon. Mancavano perché non c’erano. Solo a partire dal 2010 quelle due parole sono diventate dominanti».

Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana di Milano

Libri come merce e opere di qualità

L’e-book ha furoreggiato per qualche anno, «offrendo il destro per stoltezze di ogni genere», ma è «appassito» rapidamente. Viceversa il caso di Amazon sembra destinato a cambiare il paesaggio. Un tempo era «inimmaginabile che un rivenditore di articoli vari sarebbe diventato l’uomo più ricco del mondo. Non era una stranezza, ma una fra le varie conseguenze dell’entrata nell’èra digitale». E ancora: «Nessuna catena di librerie potrà mai competere con gli sterminati magazzini di Amazon e con la sua capacità di fornire il prodotto in tempi minimi.» Secondo lo scrittore (ed editore di Adelphi) le imprese che rischiano di più sono tuttavia quelle più grandi perché non lo sono abbastanza e se dovessero crescere  finirebbero per avere dimensioni sproporzionate al piccolo mercato dei libri.

Trinity College, Dublino

Calasso aggiunge qualcosa di cui, chi legge e scrive per professione, ha già avuto sentore ma su cui generalmente si evita di parlare per non chiamare in causa i massimi sistemi, se non direttamente l’estetica. Un argomento spinoso e inquietante. Calasso sostiene infatti che nel mondo globalizzato e mercificato «gli scrittori sono considerati come un settore dei produttori di contenuti e molti se ne appagano. Ma questo presuppone l’obsolescenza della forma. E dove non c’è forma non c’è letteratura. Questo aiuta a capire quella sensazione di angustia e di corto respiro che la letteratura del nuovo millennio non può che provocare. Per rendersene conto, basterebbe confrontare i libri degli ultimi vent’anni con quelli apparsi nei primi vent’anni del Novecento. Confronto che risulterebbe schiacciante, in sfavore del presente».

E’ una riflessione che – al netto delle considerazioni sulla letteratura di consumo, ovvero quella che un tempo era chiamata “letteratura popolare” – richiama quella analoga del filosofo Giorgio Agamben, il quale ha scritto che risulta curioso verificare come le passioni e la vita interiore dell’uomo contemporaneo trovino tutt’oggi modelli insuperabili attraverso le esperienze letterarie di un secolo fa.

Il contatto fisico con il libro

Parigi, la Biblioteca nazionale di Francia (BNF) dopo il restauro

Ma tornando all’argomento principale del saggio, Roberto Calasso mette in evidenza due i modelli più diffusi: quello della libreria che è anche una rivendita di vari articoli prevalentemente cartacei e quello che investe più direttamente la letteratura. Per il primo si annunciano tempi calamitosi: «Per quanto varia sia l’offerta, sarà sempre di gran lunga minore di quella che è disponibile su Amazon», chiosa l’editore. Gli stessi tempi di consegna risulteranno a sfavore. Viceversa per l’altra libreria, destinata a chi ama la letteratura «si apre una sola strada: puntare su qualcosa che per via elettronica non si può ottenere: il contatto fisico con il libro e la qualità. E che cos’è la qualità? Non c’è domanda più difficile. Nel celebre romanzo di Robert Pirsig, Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, uno dei più memorabili del secondo Novecento, un padre e un figlio attraversano gli Stati Uniti in motocicletta tentando di capire che cos’è la qualità sulla base del Fedro di Platone. E non arrivano a un risultato certo, esattamente come i neuroscienziati di oggi, che scrivono dei qualia ma non sono arrivati a dircene nulla di essenziale. Eppure la qualità – inafferrabile, indefinibile, eslusiva – continua a essere una presenza costante in ciò che chiunque vive. La qualità – conclude – qualifica ogni istante, come il linguaggio ci costringe a dire.»

Un posto dove sedere

Firenze, Biblioteca Marucelliana

In una libreria la nozione di qualità sarà altrettanto empirica. Ma al di là di ogni speculazione dovrà essere un posto in cui si avrà voglia di entrare come nel proprio club. Calasso parla di un “iperlettore”, o perlomeno di qualcuno che voglia identificarsi con la cultura alta. I soci di questo club «saranno certi libri che si trovano sui tavoli o negli scaffali. La libreria dovrebbe essere il luogo dove comunque si trova qualcosa che vorremmo leggere. Che può essere la novità appena stampata o la traduzione di un testo cuneiforme.»

Per questo nella libreria ideale si troverà anche uno spazio dove sedere, magari persino una poltrona o un divano. Al libraio, in futuro, occorrerà essere anche il primo critico, cioè qualcuno in grado di vagliare nell’oceano delle pubblicazioni. Per fare questo occorrerà riflettere su chi rientra oppure no nella categoria degli autori, sia pure attraverso l’arbitrio dei librai. Ma per Calasso la libreria dovrà fare esattamente il contrario di quanto è previsto oggi: il criterio di scelta dovrà tener conto, per ogni autore, della «potenzialità di durare nelle inclinazioni dei clienti. E ovviamente tutti gli scrittori che non vengono inclusi troveranno un loro luogo in altre zone della libreria, nella narrativa, nella saggistica o in altre categorie.»

Cosa facciamo con i libri brutti

La questione aperta resta un’altra: come comportarsi con i libri brutti «che però si vendono?». Con perizia il libraio – risponde Calasso – «dovrebbe prendere nota di quali libri sono richiesti presso di lui». Con una facilitazione, poiché non è vero che i libri brutti si vendono bene, piuttosto risulta vero che «di fatto, nella maggior parte i libri brutti aspirano a essere venduti ma alla fine non si vendono». Un appunto che dovrebbe confortare i lettori, se non la maggior parte degli editori.

La biblioteca del lettore: l’ordine a chiazze

Ma a questo punto occorre gettare almeno un’occhiata sul resto del tesoretto offerto da questo libro che in sé assomma molte esperienze: quella di uno scrittore, di un erudito, ma anche di un editore straordinariamente attento alle scelte e infine di un bibliofilo che del libro conosce pertinenze e malìe. Il volume racconta infatti nel saggio di apertura, “Come ordinare una biblioteca” e ci toglie subito l’imbarazzo di sapere che, in effetti, non lo abbiamo mai fatto: «Il miglior ordine per i libri, non può che essere plurale, almeno altrettanto quanto la persona che usa quei libri». L’ordine sarà quindi «a chiazze, molto vicino al caos». E qui la regola aurea sarà quella del buon vicinato suggerita dal critico d’arte Aby Warburg, secondo il quale quando, nella biblioteca perfetta, quando si cerca un libro, «si finisce per prendere quello che gli sta accanto e che si rivelerà essere ancora più utile di quello che cercavamo».

Vita, memoria ed erudizione

Calasso racconta con dovizia circostanze vissute e situazioni esemplari, passando dal registro dell’erudizione a quello della memoria e del gusto personali («Ho sempre diffidato di quelli che vogliono conservare i libri intatti senza alcun segno d’uso. Sono cattivi lettori.»), facendoci infine entrare in alcune delle biblioteche storiche più importanti, dalla London Library alla Bibliothèque Mazarine e persino nella tipografia veneziana di Aldo Manuzio. I due capitoli centrali, “Gli anni delle riviste” e “Nascita della recensione”  fanno di questo smilzo libretto un inarrivabile e non sostituibile compagno di strada per ogni lettore o, perlomeno, di quello che immaginiamo sedere sulla poltrona del futuro libraio appena chiusa la pagina luminescente di Amazon.  

Marco Conti

Roberto Calasso, Come ordinare una biblioteca, Pp. 127, Adelphi, 2020. Euro 14,00

 

Nicoletti, la poesia è uno sguardo nel paese nascosto

Un paesaggio domestico, rami alle finestre, una lucertola nella fioriera, la scansione del tempo personale e il divenire di quel tempo, il suo farsi mito davanti al quale la scrittura della storia appare come un controtempo. E’ il percorso che Luca Nicoletti compie nel suo ultimo libro di poesie  Il paese nascosto: titolo che allude alle radici, agli affetti, alle geografie personali, ma che finisce per rivelare, nella seconda parte, una dimensione collettiva a cui la scrittura si offre per la paradossale ma autentica necessità di uno scarto, di una negazione attraverso il giudizio. Scrivere appare  allora un diagnosticare, come suggeriva Foucault,  ciò di cui si vuole scrivere. La partitura di Nicoletti è omogenea tanto nel tessuto del verso quanto nella sua concezione, che persegue una personale nozione di “poesia verso la prosa” di cui sono parte integrante le citazioni di Vittorio Sereni. Un verso sintattico dove l’immagine dirama dal discorso con estrema leggerezza di pronuncia:

I rami del giardino
della casa dove abitavo
vorrebbero dirmi tante cose,
me le stanno dicendo
 
la luce trova piccoli varchi
e accende segmenti vibranti
sulla sponda del letto,
lì dove appoggiavi i vecchi giochi
e mi aspettavi, non dicevi niente
volevi vedere come cambiava il mio viso
quando finalmente me ne accorgevo
 
(di fuori un uccello fa uno strano verso
un lamento, o un tentativo di canto
in affanno, come se fosse ferito)

La memoria, l’immagine

Pierre Alechinsky, Album bleu

Il primo tempo di Paese nascosto  discorre in effetti con la memoria e soprattutto con la memoria della madre, fotografa, che consente attraverso le sue immagini una doppia citazione del vissuto. Nella prefazione Giancarlo Pontiggia sottolinea in particolare il ruolo della seconda sezione del libro, dove pare più cospicua questa presenza anche attraverso l’opera fotografica. E’ questo anche il momento in cui i luoghi della parabola esistenziale si fanno mito, cioè esperienza esemplare attraverso cui il vissuto è luminato di senso:

Mai avevamo guardato la luna
come quella sera, alla vigilia del tuo ricordo.
Sembrava avvicinarsi
man mano che si spogliava dell’ombra
portata dall’eclissi.

Il tempo della scrittura, la distanza che stabilisce, è al contempo traguardata nel suo farsi esperienza e poetica:  

Il cielo va in frantumi
vecchi appunti cadono tutt’intorno…
 
parole delle cose di noi
rimaste lontano, in un tempo diventato spazio
disseminato di momenti
trasformati in luoghi.

La scrittura come riconoscimento

Il dettato di Nicoletti è trasparente e vivo come lo è l’omaggio citazionista a Sereni, che diviene cifra personale: non in riferimento alla sezione intitolata “Esile mito”, ma in certi registri discorsivi, nella occasionale ripetizione delle locuzioni («Restane fuori. Resta fuori») o negli incipit: «Non vedrò più le cose che ho amato» (Mia madre) mentre nella lirica successiva, «Continuo a guardare i miei luoghi», non è più il registro a richiamare il poeta di Luino, piuttosto la poetica. C’ è insomma  inscritta, in questa raccolta, una nozione di metapoesia al di là di quanto suggerisce il prefatore. Non tanto e non solo in riferimento all’immagine delle immagini colte dalla madre (fotografa) in filigrana del verso, ma nello sguardo autoriale teso a riconoscere (a “diagnosticare” insisto) il proprio fare, etimologicamente poiesis.

Il controtempo della Storia

Nella seconda parte del libro scompare il paesaggio vissuto «sull’orlo dell’estate», il suo breve campo visuale. Al suo posto figura uno scontornato, astratto villaggio globale, pervasivo come una pioggia battente, e ancora immaginato in una cornice stagionale che però rinvia  al suo valore emblematico, anziché alla topografia personale.  Nella prima sezione di questo secondo tempo, intitolata “Esile mito”, Nicoletti chiosa  «L’inafferrabile presente, il suo senso negato/ il rumore creato con grandissima arte,/ l’implosione che segue le deflagrazioni,/ lo spirito delle divisioni, degli italici clan/ del tutti contro tutti »…Dove  «Rimane, altresì, un’impressione di vuoto/ una montagna che, all’improvviso, scompare/ e sono gli anni, gli anni che è come/ se fossero niente.» Vuoto simbolico scavalcato, e  viceversa corteggiato, nell’allegoria di uno slancio e di una scommessa vitali con la vicenda del funambolo francese Philippe Petit (nel 1974 camminò su una fune tesa tra i due grattacieli del World Trade Center di New York a 417, 50 metri di altezza), al quale è dedicata un’altra breve sezione.

La lingua di Nicoletti è estremamente duttile anche in questo sviluppo inatteso del discorso, ma questa volta  il paesaggio è lo schermo di una Storia su cui ogni cosa pare vanificarsi nella replica puntuale  che il mondo offre di se stesso:

… il senso sacro che resiste,
un’inquadratura senza limiti
segue la visione zenitale, il paesaggio
in una distensione collinare, dipinto nel silenzio
di un grande cielo terso.
Dove arriva un alito di vento: è qui che un viso
può affacciarsi, un primo piano
che lascia leggere negli occhi.
Tante immagini, tante immagini
e nessuna.

 

Poesia scritta al parco della Resistenza

Il punto di vista dell’esperienza personale e lo sguardo di una ripresa “in soggettiva” coincidono in “Poesia scritta al parco della Resistenza”, che rappresenta forse uno degli esiti maggiori del libro di Nicoletti.  

E ora più in là i rami si interrompono.
È bastato girare di poco lo sguardo
per accedere al cielo in tutto
il suo grande vuoto celeste,
a metà colmato da una nuvola sfrangiata.
Si interrompono le trame, non c’è nessun destino.
Sulle punte più in basso le gemme rosate
celebrano questo giorno
di canto perfetto, di assoluta primavera.
Si nasce ora, non accadrà ancora
durante il resto dell’anno.

Questa tersa vacuità definita dalla contingenza di “una nuvola sfrangiata”, così come la ciclicità risorgiva delle gemme colta nel suo assoluto antistorico turgore, cozzano e deflagrano di fronte alla mondanità  (che qui intendo nel senso più alto, kierkegaardiano), cui allude discretamente il titolo. Ci si consegna finalmente una  lirica che non ha più nulla di quella marginalità letteraria a cui ci ha abituati una certa diffusa e ripetutissima nozione di postmodernità.

Marco Conti

Luca Nicoletti, Il paese nascosto, Pp. 101,  Pequod, 2019; Euro 15,00

Pasolini, morire per le idee

Poesia, cinema, critica, narrativa, giornalismo: l’opera pasoliniana può essere letta solo come un insieme. In anticipo sui tempi lottò contro la mercificazione del mondo

Pier Paolo Pasolini sembra uno dei pochi autori del secondo Novecento italiano destinati a interpellare ancora oggi, e prevedibilmente domani, la nostra storia e quindi la nostra letteratura. Se ne ha la netta sensazione leggendo le pagine scritte da Roberto Carnero, Morire per le idee. Vita letteraria di Pier Paolo Pasolini, dove l’autore, docente di letteratura italiana, chiarisce come l’opera pasoliniana non possa leggersi se non come un unico mosaico: la poesia come il cinema, la narrativa come il teatro o la critica ed ogni voce in stretta connessione con quella del polemista che, sulle colonne del Corriere della Sera, scompagina l’ottimismo della Sinistra e la bulimia del “nuovo”.

«Per questo si può dire – scrive Carnero nell’introduzione – che in parte Pasolini è stato abbandonato dalla cultura italiana contemporanea. Ma in fondo già a suoi tempi era un corpo estraneo alla nostra cultura nazionale. E se fosse vivo oggi, lo sarebbe ancora di più, in una società conformista come la nostra. Caso mai si cita il Pasolini polemista ma viene misconosciuta la portata delle sue innovazioni artistiche, come anche la ricerca tecnica sulle modalità della rappresentazione».   

La poesia e il cinema

Un appunto che chiama immediatamente in causa la sua poesia, distante da tutte le esperienze liriche del secondo ‘900, un teatro per lo più misconosciuto e, al contrario, le sequenze dei suoi film, applaudite, censurate, commentate. Forse si potrebbe partire proprio da qui per pensare al carattere formale dell’intera opera. Quando si guardano i volti e i paesaggi di Accattone o del Vangelo secondo Matteo, si ascoltano le loro voci e si raccolgono insieme allo straniamento, intimità e durezza; due sostantivi che potrebbero benissimo essere utilizzati per descrivere i suoi versi, da Le ceneri di Gramsci a Poesia in forma di rosa. Insomma, Pasolini non raccolse né la poetica del neorealismo né quelle suggestioni che da Montale a Sereni si spesero sulla soggettività o sugli incerti equilibri della neoavanguardia.

Un’immagine di Matera, set di molte scene del film ‘Il vangelo secondo Matteo’. Per quest’opera Pasolini scelse come protagonista il sindacalista catalano, Enrique Irazoqui (nella foto in alto, sotto il titolo), casualmente in viaggio in Italia per cercare solidarietà contro il regime franchista. Nel cast figuravano il poeta Alfonso Gatto, il critico Enzo Siciliano, la scrittrice Natalia Ginzburg, il futuro filosofo Giorgio Agamben e la madre dello stesso regista.
All’uscita dell’opera al Festival di Venezia del 1964, ottenne una grande attenzione. La Chiesa come il Pci ne rilevarono l’importanza senza fornire però alcun avallo. L’Osservatore Romano scrisse: “E’ fedele al racconto ma non all’ispirazione del Vangelo”; un appunto decisamente politico poiché Pasolini usò testualmente la narrazione evangelica, mentre a deciderne “l’ispirazione” in quel caso era appunto la Chiesa.
Martin Scorsese, nel 2016, disse: “Per me è il miglior film su Cristo che sia mai stato fatto”

Nel suo saggio Roberto Carnero percorre l’opera con puntualità filologica e chiarezza di analisi tracciando due coordinate: la cronologia e i temi, ma avvertendo – come si è detto – che l’opera pasoliniana va letta «come un tutt’uno, in cui le diverse fasi di un lavoro artistico complesso e articolato si intersecano e si contaminano a vicenda».  La diversità dei mezzi e dei generi diviene carattere dell’insieme pur avendo nella scrittura poetica un luogo privilegiato: «luogo dell’assoluto, dove ogni asserzione diventa verità e il privato può presentarsi come universale. A questa perenne tensione verso la poesia – scrive Carnero – vanno ricondotte anche tutte le altre sue scritture, compreso il cinema». Un percorso lirico che si apre in dialetto friulano con Poesie a Casarsa (1942), prende il passo delle terzine in endecasillabi di Le ceneri di Gramsci (1957) e si conclude nel 1971 con Trasumanar e organizzar, ancora un riferimento dantesco ma solamente tematico: un capitolo quest’ultimo, come rileva Carnero, in cui Pasolini dichiara la «sua sfiducia nei confronti dell’arte poetica e della sua impossibilità di essere efficace nel senso di una incidenza sulla realtà». La voce di Pasolini sposa qui le ragioni che, dal 1973 al 1975, condurranno lo scrittore  agli interventi raccolti in Scritti Corsari. Il registro è ormai inequivocabile, polemico, dolente, ironico; il verso è diretto.

I versi sulla generazione del ’68

In “Poesia della tradizione” un lungo testo appartenente alle sillogi di Trasumanar e organizzar, scrive:

(…) Oh generazione sfortunata!
Arriverai alla mezza età  e poi alla vecchiaia
senza aver goduto ciò che avevi diritto di godere
e che non si gode senza ansia e umiltà
e così capirai di aver servito il mondo
contro cui con zelo “portasti avanti la lotta”:
era esso che voleva gettar discredito sopra la storia – la sua;
era esso che voleva far piazza pulita del passato – il suo;
oh generazione sfortunata, e tu obbedisti disobbedendo!
Era quel mondo a chiedere ai suoi nuovi figli di aiutarlo
a contraddirsi, per continuare;
vi troverete vecchi senza l’amore per i libri e la vita:
perfetti abitanti di quel mondo rinnovato
attraverso le sue reazioni e repressioni, sì, sì, è vero
ma soprattutto attraverso voi, che vi si siete ribellati
proprio come esso voleva (vv. 26-41)           



Fine secolo

Casarsa

Pasolini aveva visto con chiarezza, profetizzato si potrebbe dire, il deragliamento antropologico della globalizzazione attraverso i consumi, viatico del paradiso terrestre sull’ultimo scorcio del XX secolo. Da qui il suo richiamo, benché ateo, al mondo cristiano (non alla Chiesa), da qui la distanza che separava ragione e sentimento nello schierarsi,  in un altro testo lirico inerente la contestazione sessantottina, dalla parte dei poliziotti, perché figli di poveri e contadini, e contro gli studenti, perché figli della borghesia, pur riconoscendo le ragioni, il diritto alla ribellione e detestando la repressione.

Sul crinale della mutazione dell’Europa – di cui oggi è facile cogliere la degenerazione dei valori laici e cristiani in un barocco profluvio di conformismo, narcisismo e predazione –  Pasolini spese opera e vita attingendo alle radici del “fare” poetico come rilevò Harold Bloom inserendolo tra gli autori del canone occidentale. Il suo omicidio, di cui ancora non sono state chiarite né le cause, né gli autori o l’autore (una cospicua appendice del libro rievoca il caso giudiziario, le indagini e le ultime testimonianze) sembra una pagina scritta con lucida visionarietà dallo stesso Pasolini; anche per questo è l’ultima testimonianza di quella metamorfosi dove il cinismo e l’autoreferenzialità del potere diventano mezzo e fine. Oggi più di ieri.

Marco Conti

Roberto Carnero, Morire per le idee. Vita letteraria di Pier Paolo Pasolini (con una appendice sul caso giudiziario), Pp. 201, Bompiani, 2018. Euro 12,00

Modesti, il pensiero agile della poesia

Giorgio Morandi
La celebre antologia di Luciano Anceschi editata da Magenta nel 1952

La fedeltà alle circostanze del vissuto è stata una indicazione di poetica sostanziata dai versi di Vittorio Sereni e riconosciuta dallo stesso poeta. Ma questa, in una formulazione più ampia, era anche una delle ragioni della Linea Lombarda: un tema cruciale che Luciano Anceschi osservava nell’itinerario (allora appena abbozzato) dei sei poeti riuniti nell’antologia del 1952. Tra questi c’era Renzo Modesti che – come fa osservare Paolo Senna, curatore della riedizione di Due di briscola – figurerà anche tra i trentatré poeti di quell’altro caposaldo della poesia italiana del dopoguerra che è stata l’antologia Quarta Generazione, realizzata da Luciano Erba e Piero Chiara, appena due anni dopo il libro di Anceschi. E a dimostrazione – se mai ce ne fosse ulteriore bisogno – dell’appartenenza ad un clima culturale decisivo per il rinnovamento letterario…Ecco che la stessa editrice Magenta, nella collana Oggetto e Simbolo diretta da Anceschi, pubblicò, come terzo volume, la raccolta di Modesti, Due di briscola (1954).

Romanzo

Intimità dei luoghi, del vissuto e della storia personale tracciano quindi le coordinate della poesia di Modesti per quanto il “romanzo” che così si delinea non accolga mai come dato costitutivo la grande storia e le sue numerose occorrenze, né cerchi mai di slabbrarsi in un dettato prosastico, tentazione che viceversa informerà la neoavanguardia. Al contrario, dalla poesia di Due di briscola a Romanzo permane un verso costantemente in equilibrio tra la tradizione formale e l’istanza circoscritta: paesaggio, oggetti, affetti colti nelle loro cadenze quotidiane e con un immaginario che non si discosta da questo registro. Così in “Padre”, del 1949, forse una delle poesie più significative di questo scorcio:  

Padre, se penso a questo strano andare 
lungo i muri del mondo, dietro un'ombra
svanita di solitudine, mi chiedo quanto
il tuo passo affonderebbe nella terra.


Si gira la scena di un paese disabitato
dove il sole picchia a mezzogiorno
ed i pali non hanno per i fili
che una lunga e incerta stabilità
e dentro, invano, una corsa di cielo,
un volo, un canto dispiegato
di pochi pioppi sopra l’acqua
di una speranza irrigua.

Eppure di te mi seguita la voce,
la mano stringe la severa bontà
con un gestire parco e naturale di crete
asciutte e generose, l’occhio
spazia sereno ogni confine
e si riaccende nello staio.

Ma la terra non è che un giro
nello spazio di due cipressi abbandonati
e il canto un sole acceso
di mondi sconfinati.

"Due di briscola" è il secondo libro di poesia di Renzo Modesti dopo l'esordio avvenuto con "E quando cantero", pubblicato dalle edizione l'Esame nel 1950
L’edizione Magenta del 1952

«Si gira la scena in un paese disabitato», i pali di incerta «stabilità», i fili che innescano l’immagine «di una corsa di cielo, un volo», dicono una figuratività dimessa e al contempo si fanno strada nella poetica eliotiana e montaliana dell’oggetto. Ugualmente il verso è modellato sull’endecasillabo e il lessico impostato alla locuzione del parlato include lemmi colti (seguita e staio) che riflettono altre cadenze. L’ultima strofa chiama in causa meglio che altrove la metafora del paesaggio con una valenza morale: la pochezza dello spazio materiale a ridosso del canto/sole come traslato del desiderio di infinito. Un tratto morale che fu indicato da Anceschi fin dagli esordi: «…In lui un casto affetto del paesaggio, non so che sospeso richiamo del tempo, con un gusto di rapide intuizioni s’incurva presto in un poetico moralismo, in un fare sentenzioso – o disposto ad alludere alla sentenza».  

Altri oggetti lirici della pianura lombarda

Renzo Modesti (Como, 10 aprile 1920 – Milano, 7 aprile 1993) si laurà in letteratura francese a Neuchâtel e successivamente in filosofia estetica. Il suo itinerario in versi si svolge in otto libri di poesia
Renzo Modesti ( Como 1920-
Milano 1993) svolse anche
attività di critico d’arte

Ma più che in questa tensione dell’autore verso il giudizio, l’originalità vive nella trasfigurazione dei suoi traslati. Modesti non teme per esempio di assumere a tema un oggetto crepuscolare e popolare come il “Circo” per appuntare subito: «Sono le ore contate: le giostre dorate.». E dell’evento in sé scrive: «E la tenda del circo è sulla piazza/il filo sotto il cielo, il sole/ dove fra poco morirà il leone». Lo stesso si potrebbe dire di oggetti enunciati quasi provocatoriamente dai titoli, “Ricordo di un autunno”, “Variopinta farfalla”, “Casa”, Primavera lombarda”. Lo sguardo dell’autore è subito motivato da qualcosa che si potrebbe definire “calvinianamente” il pathos della distanza: uno schermo attraverso il quale il mondo viene rinominato nella sua vicinanza e alterità: in “Ricordo d’autunno” «Corre l’estate e si fa sotto un gioco/ di velluto, umido e grigio, che infittisce/ malinconici sguardi di viali/ al di là dei cancelli ove si insinua/ruggine di silenzio, senza chiavi». Non fosse per l’ultimo verso, la quartina risentirebbe di un immaginario lungamente declinato, ma ecco viceversa l’improvvisa svolta, nel silenzio, dell’inaccessibilità.

L’antologia curata da Piero Chiara
e Luciano Erba

In “Casa” quattro quartine  (ancora tese all’equilibrio tradizionale dell’endecasillabo) predicano la strada (1° quartina), la polvere (2°), la cicala (3° e 4°) fermando all’incipit un’immagine del passato dove «La strada snoda ancora un agile/pensiero e ti raggiunge con un’ombra/di affanno quando spicchi alla curva/ i due cipressi e una pace di bosco». L’inversione tra l’io lirico e la strada che snoda «un agile pensiero» è uno dei tanti modi del poeta di trattenere e far brillare l’emozione soggettiva senza una pronuncia diretta della soggettività. Ma soprattutto quell’immagine sostanzia la leggerezza dell’intera rappresentazione quando, «alla curva», compaiono come un abbraccio « i due cipressi e una pace di bosco». Altrove questa stessa levità Modesti la ottiene con un traslato appena avvertibile. E’ il caso di “Primavera lombarda” dove si dispongono gli elementi naturalistici consueti ma dove la quiete e il passo «elastico» del cavallo vivono nel contrasto di un «papavero» che ha «scatenato il campo».

Vita e immobilità del tempo

La lettura di Due di briscola convoca in effetti due costanti che sottendono l’intera raccolta: immobilità del tempo e energia vitale. Il contrappunto intride le liriche appena citate e lo fa in modo più evidente nella poesia  “Dalla finestra” (1951) dove l’energia è esplicitamente oggettivata e rivendicata  all’interno di una quotidianità sommessa, di allusioni a consuetudini domestiche.

Questo pezzo di cielo che tra i tetti
irrompe e il pennacchio di fumo
dei camini, già batte primavera
e schiude il sole
brame sottili e trepide di seni,
vampate di vertigine ai balconi
e porta via col fascio di mimosa
la folata di vita che solleva
il desiderio alto su le braccia.

Da qui di rispondiamo e ci sorprende
quest’empito di gioia in cui si tuffa
il furore dei gatti, il tuo sorriso
dolce e prepotente.

Qui Modesti rifiuta la consueta partitura strofica e la voce lirica si affaccia con perentorietà in un testo dove la familiarità e ciclicità stagionale (altra veste per l’immobilità nel tempo) inscrive lo sfarzo sensuale, «il furore dei gatti» e un sorriso che dice il desiderio.

Vittorio Sereni in u'immagine del 1975
Vittorio Sereni in una immagine
del 1975

La svolta

Questo testo del 1951 sembra omologo ad altri, senza data: “Terra di Siena”, “Via Donizetti”, “Notte dei morti”, “Quest’anfora etrusca”; anche in queste liriche il verso assume un altro registro e, con una sola eccezione, procede abbandonando la quartina. Ma è soprattutto il timbro della voce a suggerire un nuovo approccio. Il linguaggio metaforico è ora decisamente spiccato quanto prima era avvolto nel lirismo paesistico. Ecco per esempio la voce di “Terra di Siena”:

Tutto che sa d’eterno: la miseria,
la manciata di polvere sul pane,
il suino che insegue la sua ombra
ed il fuoco del sole inferocito 


 
Il volume successivo a "Due di briscola" nell' edizione Scheiwiller
“Romanzo” il suo terzo libro, uscì nelle
edizioni Scheiwiller

La dialettica tra immobilità, consuetudine e desiderio, è innervata da un altro dire, per l’ appunto tagliente, e che con lo stesso registro volge (“incurva” per dirlo con Anceschi) alla sentenza; così i quattro versi conclusivi della poesia:

Vento spazza nel cielo e questi siamo
con l’aratro spuntato, il bove zoppo,
i colori impazziti nella testa
e la bestemmia per la nostra sete.

In “Via Donizetti”, l’incipit in media res introduce a un linguaggio dialogico prima sconosciuto nel libro:

Difficilmente tu dalle terrazze
della fanciullezza potrai tornare
a me che per le strade del ricordo (…)

L’io lirico passa in primo piano e il paesaggio si fa occasione strumentale in subordine. Confermano questa inversione le altre poesie successive come “Invernale” (più libera anche nella partitura formale):

ora si guarda giù dove i canneti
sono a filo di lago e tutto è spento
che destava nel mondo meraviglia.

Fino alla chiusa:

Siamo in un vortice di luce
confusi da una stessa fiamma.

La riedizione di “Due di Briscola” con San Marco dei Giustiniani (Genova) esce ora nella collana che riunisce volumi introvabili di voci importanti del ‘9o0 italiano per conto della Fondazione Giorgio e Lilli Devoto

In questi tre anni (tra il 1951 e il 1953) che si affacciano sulla prima sequenza di “Romanzo”, si ha l’impressione che l’autore cerchi e trovi una voce nuova. E se così non fosse come spiegare altrimenti, dopo i dati appena convocati, il testo di “Sono un vecchio esquimese”, quasi un frammento isolato, dove la metafora assorbe completamente il dettato. La compostezza formale è ormai troppo stretta per l’abito nuovo, ormai un poco fané per il tempi. Modesti lo confermerà con “Romanzo”,  con un registro discorsivo già annunciato  e l’assunzione della propria vicenda esistenziale. Il dato paesistico affiora allora esplicitamente come segno del paragone per includere proprio la ricerca lirica. Eccolo ritagliato e inciso nella quinta lirica della sequenza:  

Porto le mie parole come un peso
e in cieli astratti vedo la certezza del segno:
un paesaggio di lago che s’insinua
tra i colli, l’esile punta dei pioppi,
tu che mi sfuggi quanto più ti tengo,
fatta ormai irraggiungibile, serena
ventata sopra il verde che vince
e ha luci d’eterno.

Marco Conti

Renzo Modesti, Due di briscola, San Marco dei Giustiniani, 2020

Sepulveda e la solitudine della balena

Lo scrittore cileno è scomparso giovedì a Gijón. A Milano, durante uno dei suoi ultimi incontri, ha parlato dei suoi romanzi e del suo Paese, oggi impoverito dalla “dittatura” dell’economia liberista

Luis Sepulveda

Il Cile, la rivolta contro il carovita, la vita di scrittore. Luis Sepulveda raccontava con la leggerezza delle allegorie ma la sua vita personale, le sue passioni, erano ben conficcate nella storia del suo Paese. Lo si è capito subito lo scorso 23 ottobre, a Milano, durante uno degli ultimi incontri che ha avuto con il pubblico italiano, durante il calendario dello Zacapa Noir Festival. Fitta chioma di capelli, pizzetto, occhiali, Sepulveda si è seduto accanto a Mirko Zilahy e ha cominciato a raccontare, a commentare il Cile di quei giorni riprendendo le parole del presidente cileno che parlava della protesta, della “guerra” contro l’impoverimento della popolazione. «Siamo in guerra? In guerra con chi?» ha ammiccato polemicamente.

Lo scrittore durante l’incontro milanese lo scorso 23 ottobre

Guerra contro i poveri

Sepulveda cercò di spiegare che dopo il colpo di stato del 1973 (11/09/73), dopo i sedici anni di dittatura di Pinochet, credeva che tutto fosse superato. E ora in questa democrazia, «non certo la democrazia sognata in quei giorni lontani… il Presidente dichiara di essere in guerra. Contro chi?»  La risposta disse lo scrittore era scontata: «Contro los pobres», contro i poveri. La voce nitida in buon italiano raccontò a lungo del Cile prima del 1973, dell’industria nazionale, del tessile, della lavorazione del rame, dell’industria degli elettrodomestici, di quello slogan  «si es chileno es bueno» di tutto ciò che doveva costituire la rinascita e l’orgoglio del lavoro e che dopo il golpe è scomparso.

Manifestazione popolare lo scorso 21 ottobre

“Libri scritti per piccoli cretini”

Ma nell’incontro milanese si diffuse anche sulla sua opera, sul piacere di scrivere. E’ nel 1973 che inizia il suo esilio: per dieci lunghi anni Sepulveda ha vissuto ad Amburgo. In questa città nasce anche il suo libro più celebre Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare. «Era un giorno di pioggia ed ero andato alla biblioteca pubblica per prendere dei libri per i miei tre bambini. Nell’attesa che spiovesse mi fermai in un bar, ordinai una birra e cominciai a leggere quei libri per l’infanzia», raccontò.  Disse di aver provato un’indignazione terribile perché per lui i bimbi sono persone di pochi anni e quei libri sembravano scritti «non per piccole persone ma per piccoli cretini». «L’immaginazione dei bambini non ha limiti, non ha frontiere – disse – e i libri dovrebbero conservarla, alimentarla anziché spegnerla».  Proprio allora si disse che avrebbe scritto per lettori di pochi anni, che quella sarebbe stata una sfida. «Avrei scritto una storia alla quale il piccolo lettore avrebbe partecipato con la sua immaginazione, avrei democratizzato la letteratura».

Le favole

Le favole di Sepulveda, come nella tradizione classica hanno come protagonisti gli animali: la gabbianella, il gatto, la lumaca, il cane, il topo, la balena bianca. Fin dalla storia della gabbianella e del gatto comprese che umanizzare gli animali permetteva di osservare da lontano il comportamento umano e di comprenderlo meglio. «La scrittura – disse – è l’unica scuola che ha lo scrittore» e alcune sue favole nascono per rispondere alle domande dei bimbi. Sepulveda fece l’esempio di suo nipote Daniele che gli chiese il motivo della lentezza della lumaca. Ci pensò e scrisse “La storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza”. In fondo questo fa uno scrittore: risponde alle domande, cerca di dare una risposta ai dubbi, racconta storie.

Le domande non devono restare senza risposta

“La fine della storia”, pubblicato in Italia da Guanda nel 2016

La letteratura insegna che non si deve lasciare nessuna domanda senza una risposta. Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa nasce da una serie di domande che l’autore si pose dopo l’ennesima rilettura di “Moby Dick”.  «Perché Melville non scrisse le motivazioni del capodoglio? Le balene sono animali pacifici perché avrebbe dovuto attaccare la baleniera e i suoi sopravvissuti?» Lo scrittore inizia a raccontare della sua esperienza diretta con le balene: di quando a 16 anni lavorò come aiuto cuoco su una delle ultime baleniere diretta verso il Sud del Mondo; delle spedizioni con Greenpeace verso la California e la Patagonia per tracciare i movimenti migratori dei cetacei.  Raccontò del primo contatto con la balena «che avviene avvicinandosi al suo occhio per poi spostarsi verso l’altro». Si soffermò su un particolare: cosa si vede negli occhi degli animali e nell’occhio della balena. «Si vede l’assoluta solitudine». Secondo Sepulveda la solitudine della balena è simile a quella dello scrittore ed è ciò che gli permette  di guardare alle cose in modo diverso dagli altri. Non ci sono dubbi: Luis Sepulveda lo ha fatto.

Giancarla Savino