Tutti i racconti di Virginia Woolf

I racconti di Virginia Woolf, quelli che lei chiamava con invidiabile understatement, «piccole cose», accompagnano interamente il percorso della scrittrice. Vi figurano gli approcci realistici, alcune favole scritte per i nipoti, ma soprattutto ci sono i corrispettivi della forma narrativa più matura, del flusso di coscienza, dell’amplificazione delle percezioni individuali. In breve le forme che caratterizzano Al faro e La signora Dalloway. In Lunedì o martedì (il titolo della prima e unica  raccolta edita durante la vita dell’autrice) Mario Fortunato ha infatti riunito e tradotto per Bompiani tutti i racconti. L’opera era già comparsa nel 2017 e ora viene riproposta nei tascabili: quarantacinque racconti dal 1906 al 1941 dove svettano capolavori in cui continuamente l’attenzione del lettore si sposta dal generale al particolare, spesso con un tempo narrativo quantificabile più in minuti e secondi che in anni.

E’ in questo continuo movimento  dall’esterno verso l’interno della soggettività che si decide non solo l’originalità della scrittura ma anche l’iscrizione nel canone modernista. Lo mette in risalto lo stesso curatore: «La Woolf è una “modernista” nel senso che è alla fisica quantistica, nata più o meno negli stessi anni in cui lei scrive, che il suo stile conduce. E’ un nuovo mondo narrativo e lei lo ha scoperto.»

Il modernismo

Alcuni racconti brevi come “Felicità” o “La signora allo specchio: un riflesso”, oppure ancora “Kew Gardens”,  sono testi esemplari del modo di procedere dove si mette a un tratto in disparte l’articolazione narrativa dei fatti, la nozione di realismo. La Woolf  assume un punto di vista perfettamente aderente a una circostanza fattuale ma per prescinderne  dando voce alle sensazioni, al percorso nella memoria e a quello che lei definiva «l’involucro» del reale. In un  suo saggio, La narrativa moderna, scrive: «Esaminate per un momento una mente qualsiasi in un giorno qualsiasi», essa «riceve una miriade di impressioni – banali, fantastiche, evanescenti o incise con l’acutezza di una punta d’acciaio, che piovono da ogni parte, come un diluvio incessante di atomi; e mentre cadono, mentre assumono la forma di vita del lunedì o martedì, l’accento si posa in modo sempre differente: il momento essenziale non si è verificato qui  ma lì.»

Un esempio: “Felicità”

Il racconto, scritto nella prima parte degli anni Venti narra l’incontro di due agiati borghesi nella cornice del salotto della signora Sutton.  L’interlocutore, Stuart Elton, è anche il protagonista di questo racconto brevissimo basato fattualmente su un dialogo, ma capace di lievitare come un pane attraverso i pensieri e le percezioni sensoriali. I gesti più banali, le poche parole che si scambiano i due personaggi sono le azioni della scena, mentre tutto il resto innerva e dà carattere al testo. A cominciare dall’incipit sorprendentemente irrilevante:

«Mentre Stuart Elton si chinava a togliere via un peluzzo bianco dal pantalone, quel gesto banale, accompagnato com’era da una slavina, da una valanga di sensazioni, fu come un petalo che cade da una rosa, e lui, Stuart Elton, raddrizzandosi per riprendere la conversazione con Mrs Sutton, sentì di essere fatto di tanti petali saldamente e fittamente disposti uno sopra l’altro […]». Woolf  fin dalle prime parole prefigura con un’immagine (i petali sovrapposti) quel che mostrerà del personaggio in queste pagine. Ugualmente il dialogo che si svolge tra i due è composto da sole sette battute, sette frasi laconiche. La signora Sutton (allegoricamente descritta con come «una donna tuttora tirata per i capelli fra le stoppie e su e giù per la terra arata della prima mezza età») si lamenta perché l’ambiente del teatro pare non volerla, ma poi  pensa di parlare eccessivamente di sé e dunque innesca una conversazione diversa dicendo all’ospite: «Ha l’aria di essere di gran lunga la persona più felice che io conosca». Stuart Elton trova curioso che gli venga fatta quell’osservazione  proprio nel momento in cui aveva avvertito quella sensazione per quanto egli dubiti si tratti davvero di felicità.

Il gesto finale

La frase di Virginia Woolf è lunga ma, soprattutto, colma di immagini anche se il racconto sa essere analitico, a partire proprio dalla parola “felicità” che diventa il cuore del racconto. Il protagonista riflette sul termine e paragona la sensazione a uno stato mistico. Ma questa definizione è subito completata e quasi contraddetta da due immagini concrete e di natura culturale: da un canto la felicità – dice l’uomo – ha delle affinità con la vocazione degli uomini che si fanno preti e delle donne che con trine e il viso «simile a ciclamini» vanno in strada «con occhi di pietra». Ma neppure questo egli ritiene sia esatto perché preti e donne imbellettate sono prigionieri del loro ruolo, mentre lui si sente libero. Due circostanze fattuali porgono allora altre sensazioni. La prima quando Stuart Elton ricorda come è stato superato, per strada, da un gruppo di ragazzi che procedevano più veloci: nulla insomma è per sempre, tutto è incerto, mutevole. Così prima di lasciare il salotto e la donna sembra voler cercare un appiglio, una sicurezza e con un gesto afferra il tagliacarte che trova su un tavolo:

«Perché certo poteva cadere un ramo; il colore cambiare; il verde diventare azzurro; o una foglia fremere; e questo sarebbe bastato, sì; sarebbe bastato a incrinare, mandare in pezzi, distruggere completamente questa cosa meravigliosa […] e senza più badare a Mrs Sutton le voltò le spalle all’istante, attraversò la stanza e prese in mano un tagliacarte. Sì; andava tutto bene. Quel tesoro era ancora suo.»

“La signora nello specchio: un riflesso”

In uno dei racconti dell’ultima stagione , “La signora nello specchio: un riflesso”, la realtà fenomenica diventa del tutto metaforica. Uno specchio appeso nell’atrio di una casa inventa letteralmente un percorso dell’anima tra i tanti possibili: «la stanza aveva le sue passioni, le sue rabbie»; contemporaneamente, con porte e finestre aperte, lo specchio riflette il sentiero del giardino: all’interno tutto resta immutato, dice la voce narrante, all’esterno ogni cosa cambia. I pensieri sulla padrona di casa, Isabella, si spostano dal salotto (i vasi azzurri e i tappeti del suoi viaggi, i tanti cassetti che nascondono forse le relazioni, gli inviti, i segreti), al verde del giardino dove, in quel preciso momento, Isabella sta cimando un ramo di vitalba. La narrazione si conclude, anche in questo caso, come è avvenuto in “La felicità”, con il mutamento della scena narrativa, cioè l’ingresso di Isabella nella casa: «Di colpo lo specchio cominciò a versarle addosso una luce che pareva fissarla; sembrava un acido utile a togliere via l’inessenziale patina di superficie, lasciando solo la verità». Resta solo il muro sottostante. Woolf  riconduce questa occasione narrativa, fatta di slanci lirici, alla sua “essenziale” epifania, quel sentimento di precarietà che la stava allontanando dal mondo.

Marco Conti

Virginia Woolf, Lunedì o martedì. Tutti i racconti, (a cura di Mario Fortunato), pp. 400, Bompiani, 2024; euro, 15,00

Tutte le camere d’albergo del mondo: la scrittura del romanzesco

Nel fragile orlo che separa la pigrizia dal genio s’incunea Gherardo Bortolotti, scrittore che non riesce mai a incasellarsi in un genere. Tutta la produzione del bresciano «bordeggia la dimensione romanzesca» senza mai riuscire a scrivere un romanzo, oscillando tra prosa e poesia sul tema dell’infraordinario, una dimensione leggendaria ed emotiva che scavalca gli affanni  delle ore salariate e delle necessità economiche. Una voce troppo originale per non essere intercettata dalla sensibilità di Dario Voltolini per le sue Pennisole, collana di Hopefulmonster che racchiude brevi perle di scrittori italiani. In Tutte le camere d’albergo del mondo la (falsa) incapacità bortolottiana di creare un’opera compiuta viene portata all’estremo, mettendo in scena un personaggio, «che potremmo chiamare Gherardo», nell’atto continuo di immaginare nuove trame, che formano i capitoletti del volume. Un gioco di scatole cinesi in cui l’autore fa una caricatura di se stesso nel difficile processo di scrittura sempre frustrato e mai concluso.

Una postmoderna mille e una notte

Gherardo Bortolotti

Come nei suoi precedenti esperimenti letterari, Bortolotti ricorre alla numerazione per stimolare il lettore alla ricerca di un significato che unisca i testi, i quali vanno dal 1002 al 1101: l’idea è di simulare una postmoderna Mille e una notte, prendendo a modello Sherazade che racconta infinite storie al re persiano per interrompere il suo macabro rituale di uccidere le donne con cui giace. In questo caso il protagonista, che quando viene nominato si chiama Gherardo, inventa altrettante vicende che vorrebbe trasformare in romanzi, destinate però a restare pura potenza: si va da storie d’amore (Subendo il fascino delle alternative) a racconti di alieni (Fiumane marziane) e fantascientifici (Sulle pallide sponde lunari), passando per il noir (Standard di successo nel mondo libero) e il romanzo adolescenziale (Poche volte, poche cose), solo per citare alcuni dei titoli più divertenti.

In equilibrio in un gioco di specchi

Trait d’union è il protagonista, che passa le giornate in ufficio e le serate steso sul divano a guardare la tv, tranne qualche aperitivo nei weekend o rapide uscite al supermercato. Per tutto il libro lo accompagniamo nelle fantasticherie senza capirne i desideri sopiti. In Un’avanguardia apparente dello spirito un primo indizio: vuole scrivere una raccolta di «aforismi vuoti, di formulazioni di condizioni di vita correnti ma ignote», che sembri il tentativo di un antropologo del futuro di raccogliere stralci «delle nostre vicende inconcludenti, frante e comunque dolorose». Ma è nell’ultimo capitolo, che il narratore tradisce il suo delicato gioco di specchi e rivela il motore di tutto. È biografico l’oggetto mancato per pagine e pagine, una volontà primigenia che non trova pace, se non nella moltiplicazione: «Subito dopo, fuori dal negozio, pensa che vorrebbe scrivere un romanzo dal titolo Tutte le camere d’albergo e dedicarlo a suo padre che gli ha insegnato senza volerlo il senso del romanzesco e delle vicende incomplete». Ma anche questa rimane soltanto una «trama sbilenca e frammentaria», in un volume che potrebbe continuare all’infinito.

Lorenzo Germano

Gherardo Bortolotti, Tutte le camere d’albergo del mondo, con una postfazione di Dario Voltolini, pp. 153, hopefulmonster editore, 2022; euro 12,00.

Ventre, la riscoperta del corpo di Della Cioppa

«Mi sono uccisa il giorno del mio compleanno. Non ricordo l’ora, faceva caldo». È lo sconvolgente incipit di Giulia Della Cioppa, che in Ventre (Alter ego) racconta il contrasto tutto femminile tra madre e figlia. «Ci deve essere stato un tempo in cui le donne hanno educato alla brutalità», si legge nel primo romanzo della scrittrice campana, dove il conflitto psicologico si alterna a un piano di primordiale di violenza. Il rapporto lacerato della ventiseienne Margherita con la madre, fatto di traumi e «scontri tra mannare», può trovare pace soltanto nel suicidio, che però fallisce e la ragazza si ritrova in un letto d’ospedale, orfana di tutti i sensi tranne la vista. Inizia così un delirante percorso di crescita, proposto con lo sguardo straniante e i ricordi agrodolci della giovane, se è vero che «quando il dolore smette di colpire, fosse pure per un secondo, lascia un posto su un’oasi di pace».

«Non mi toccavo quasi mai a mani nude»

Procedendo con una scrittura rapida e spezzata, Della Cioppa tratteggia la vicenda di un corpo, sede di emozioni e residui di un gioco di attrazione e repulsione della madre: «Avevo male alla pancia quando stavo in macchina con lei, mi si accartocciava il ventre». Una materialità che è croce e delizia, desiderio e rifiuto, violenza e dolcezza. Se l’assenza fisica è inizialmente una liberazione da pulsioni disgustose per Margherita («Non mi toccavo quasi mai a mani nude»), diviene poi epicentro di una riscoperta della centralità del corpo attraverso le cure, anche sadiche, dell’infermiera Bianca. È lei l’elemento che smuove l’immobilità della ragazza in coma, quando intuisce la sua capacità di vedere e comprendere ciò che avviene attorno a lei. S’instaura così, oltre all’impossibile dialogo mentale finora intrattenuto con ospiti e medici, una reale comunicazione tra le due – attraverso lo sbattere delle palpebre Margherita può assentire o meno  ̶  che sfocia nel tentativo di ritrovare gli stimoli percettivi della ragazza inferendo tagli e ferite con un bisturi la notte, quando tutti sono via.

Femminile e maschile

Nel caleidoscopio di personaggi femminili  ̶   il maschile è rifiutato in tutto per tutto, perfino nel perdere la verginità, e il padre non è mai citato  ̶  occupano un posto di rilievo anche altre figure, seppur marginali nella trama principale. Una è Cintia, compagna di stanza di Margherita, che si trova in uno stato di coma irreversibile, ferita a morte dal compagno: «Un verme l’ha presa a martellate in testa. Pare fosse il suo fidanzato e lei il suo feticcio». Nelle poche scene in cui è presente, viene dipinta una drammatica storia di violenza ed eutanasia, in cui vediamo i genitori della ragazza, più o meno coetanea della protagonista, incapaci di deciderne la fine. È allora un’amica, una «cagna sciolta», a farsi carico di quella responsabilità, ingaggiando una battaglia condivisa anche dai pensieri di Margherita: «Solo se rinascesse senza corpo, se non avesse memoria, potrebbe valutare l’ipotesi di vivere in una teca». In una delle pagine più struggenti del libro, la protagonista osserva la processione del neurologo, del medico legale e dell’anestesista, trasfigurati in moderni re magi, giunti a dare l’addio alla giovane, deformata a Cristo morente, più che nascente. Un epilogo diverso dalla protagonista che invece, ancora soggiogata dalla madre, andrà in contro a nuova vita.

Lorenzo Germano

Giulia della Cioppa, Ventre, pp.144, Alter Ego Edizioni, 2023; euro 16,00

Trevi: una coperta infeltrita nella casa del mago

Se l’autobiografia presuppone certezza e l’autofiction l’interrogazione sul proprio tema, non c’è dubbio che Emanuele Trevi con La casa del mago aggiunga un altro tassello a quest’ultimo genere,  fra storie vissute e sospese. Protagonista, come annuncia il titolo, non è soltanto la figura del mago, ovvero del padre del narratore; lo …

Elisa Ruotolo: Alveare, ovvero il cuore del mondo

«Là dentro la Città vive una strana notte/ dove il riposo è bandito dalle opere/ e il chiasso accompagna le ore»; «E’ un roveto che scotta d’ira – questa casa». Le voci che parlano, rispettivamente quella del narratore e dell’ape Regina, sono voci totalizzanti. La città è l’alveare e l’alveare è il mondo. Elisa Ruotolo, autrice di Ho rubato la pioggia, evoca – proprio come ha fatto nei suoi racconti – il destino dell’essere. Lo fa con i versi di Alveare, un poemetto appena edito da Crocetti, dove  i punti di vista si intrecciano. Si ascoltano le voci dell’apicoltore, del narratore, ma soprattutto parla l’alveare, riflettendosi nelle voci  della Regina «madre di tutti» (ma, confessa, «non governo me stessa») e degli altri destini: La Pupa, La Bottinatrice, La Magazziniera, la Nutrice, Il  Fuco, fino alla Peste, per tornare in chiusura del libro al “noi” corale della collettività in viaggio: la Sciamatura verso nuovi campi, nuove arnie e quindi La Città Nuova.

Un’allegoria tra i classici

In seconda di copertina l’autrice commenta: «Sono voci piene o solo accennate, eppure ciascuna rivela il suo bisogno di essere, di vivere, di alimentare una ciclicità che rappresenta – per noi, come per le api – l’unica eternità possibile.» Alveare nasce come allegoria che rovescia il tema classico, quello che innerva il quarto Libro delle Georgiche virgiliane a cui, nel 1539, si unisce il poema didascalico Le api di Giovanni Rucellai: non sono le api ad essere come gli uomini ma è la storia umana a imitare quella dell’alveare. Se Virgilio credeva come Aristotele che «l’aerea rugiada del miele» fosse «dono celeste», anziché il prodotto dei fiori, nei versi di Alveare, il nettare è fatica e penuria:

Il dio della Città è feroce 
cura le nostre pesti, eppure
ci affama.

Vivere è allora «disfare l’eterno/ è scoprirne la menzogna», «da quando ogni fiore – negli occhi fa male». Nel gioco delle parti la storia umana irrompe solo per negare ogni presunzione bucolica con le parole dell’Apicoltore: «Il pastore può forse amare /la moltitudine che si dà ciecamente al suo governo?». «Come lui lo è del gregge/ io sono la creatura dell’alveare», «io dio d’un nettare che sgorga/ non in obbedienza di un volere/ ma in soddisfazione d’una necessità». Il suo sguardo è ugualmente quello di un escluso: «Osservo senza comprendere/ restando incompreso.»

Dove inizio e fine coincidono

Il verso di Elena Ruotolo, fitto di scenari più che di immagini, ha un registro compatto. Cambia il punto di vista dei monologanti chiamati in causa ma la visione resta ancorata a un destino che non ammette repliche, ad una storia cresciuta come l’alveare nel ciclo del tempo, tra luce e buio, vita e apparente stagnazione invernale. «Quanto serve per stare al mondo?», si chiede l’ape Magazziniera: «Un chicco o il campo in cui si perde?/ Un acino o la sua vite intera?/ Un fiore o il fondo che lo nutre?» Solo la Sciamatura, questo viaggio rituale al termine di un ciclo di lavoro e accumuli, forma uno scarto, un nuovo immaginario: «Esiste per noi una sola domenica/ allora smettiamo il rigore del gesto utile/ e l’esilio allenta il peso della rovina.»

Il disegno poetico di Elisa Ruotolo ha qualcosa di antico e vivido, porta in sé, col tema, quella cadenza ineludibile che è stata degli antichi senza appartenere a nessuno, dove fine e inizio coincidono. Ecco un frammento dell’incipit dedicato all’Inverno:

Ogni voce è persa e dagli occhi non arriva
grazia. Inospitale, il gelo ci fa dormire e ottunde
la profezia del verde. Tutto cade dall’alto
la pioggia lava, poi la neve imbianca
e fa di noi soldati che obbediscono contro cuore
alla trincea e già raccontare non sanno
la propria memoria.  

Marco Conti

Elisa Ruotolo, Alveare, pp. 83, Crocetti Editore, 2023; euro 12,00

Api in un manoscritto medioevale

Sinigaglia: «Queste sono le mie parole»

Gli elementi più vistosi di Sillabario all’incontrario, penultimo libro di Ezio Sinigaglia uscito nel febbraio 2023 per TerraRossa edizioni, sono la struttura, lo stile e l’impossibilità di incasellarlo in un genere preciso. Nato nel 1948 a Milano e trapiantato da diversi anni in Sardegna per distaccarsi da «un concetto ornitologico dell’abitare», …

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