Eshkol Nevo, Legàmi a una svolta del tempo

Quando le cose cominciano a cambiare? E viceversa cosa facciamo quando sono appena cambiate? Eshkol Nevo narra questi due momenti nei venti racconti di Legami. Un figlio che accompagna il padre ammalato in un ultimo viaggio per assistere ad un concerto di Springsteen; una coppia affiatatissima costretta a tornare in una piccola città per far fronte ai costi della vita; una madre che fa visita al figlio abbandonato quand’era piccolo. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi perché Nevo predilige  in questa raccolta una prospettiva temporale  brevissima e, per l’appunto,  personaggi  la cui vita sta per subire un mutamento. E un mutamento affettivo.  I momenti topici quasi sempre promettono o negano ma  imprimono comunque una piccola o grande metamorfosi tra quelli che talvolta appaiono o sono “cuori affamati”, per riprendere il titolo puntuale del primo racconto, “Hungry Heart” e un protagonista sodale di Springsteen.

Meno drammi possibile

Il titolo “Meno drammi possibile” fa eco ai consigli degli psicologi in occasione dell’incontro di una madre con suo figlio lasciato all’altro genitore quando era ancora bambino. Dopo quindici anni Hannah vola da Toronto a Tel Aviv  per incontrarlo  trovando con lui l’intera  tribù parentale che tanto l’aveva impaurita da giovane. Ma intanto non può impedirsi di immaginare: «In ogni scenario che aveva immaginato nei giorni precedenti al loro incontro, lui aveva una reazione diversa: una volta teneva le distanze. Un’altra volta la abbracciava e la chiamava “mamma”. Un’altra ancora, particolarmente penosa, la sferzava con il “come hai potuto?” che doveva covare in cuor suo da quindici anni.» E invece è un gentiluomo, si informa sul posto in cui lei alloggerà, e «a ogni frase che lei dice annuisce e le rivolge un sorriso educato»;  è quasi tutto perfetto visto che madre e figlio non si conoscono. Ma andandosene a spasso con un tour operator si frattura una caviglia, viene ingessata e, imprevedibilmente, il soggiorno si prolunga, Hannah finisce ospite della tribù. La linearità della vicenda a questo punto prende però una strada diversa perché il gesto della donna di accettare l’ospitalità della famiglia, innesca una ricognizione nel passato destinata a un nuovo inizio.

Per ogni personaggio protagonista, Eshkol Nevo prende in consegna una tranche de vie ben circoscritta nel tempo dove le risonanze  dei gesti, delle azioni,  sembrano poterne  ricreare il profilo o rimettere altrimenti in gioco l’esistenza. E’ il caso del protagonista di “Zero tolleranza”, un marito innamorato della moglie, corretto ed equilibrato  nei suoi rapporti ma di tanto in tanto costretto a subire la violenza  gratuita della consorte, improvvise aggressioni e scoppi d’ira gratuita.  Oppure  è il caso della dialettica che si è instaurata  fra due anziani coniugi che hanno perso la figlia e sembrano ora vivere della propria reciproca  insofferenza (“Nel cuore del cinema”) fino a un evento inatteso.

Segmenti del tempo

Lo scrittore di La simmetria dei desideri e Neuland  ci ha abituati a una prosa tersa, spesso dialogica, ma questa volta Nevo aggiunge al periodare essenziale, l’impegno a dire subito il clima emotivo del personaggio e a farlo senza sottolineature espressive con disinvoltura  formale. Lo aiuta in questo percorso la suddivisione del tempo narrativo, una linea spezzata in segmenti brevi, talvolta in flashback o sottolineature a cui rinuncia in una solo racconto, non a caso tra i più brevi. La frammentazione dà certo modo allo scrittore israeliano di facilitare la lettura ma, soprattutto, diventa uno strumento eccezionalmente potente quando si tratta di mettere a fuoco le azioni dei personaggi e gli snodi della narrazione.

Eshkol Nevo, Legàmi, pp. 317, Gramma/ Feltrinelli, 2024; euro, 19,00

Haiku del giorno dopo

Circondato dal silenzio, definito da un’allusione morale, lo haiku è la forma poetica esotica  che ha avuto più ascolto in Occidente per quanto distante dalla nostra cultura. Niente sembra  più remoto dalla ridondanza di significati della lirica moderna. Eppure la  forma tripartita di questo genere, tra  enunciazione,  sospensione e chiusura, ha sedotto quasi come il frammento ungarettiano. Giorgio Moio, con Haiku del giorno dopo, sorprende dunque una volta di più non tanto perché poeta verbovisuale ma perché è stato negli anni Novanta il fondatore della rivista “Risvolti”, poi di “Frequenze poetiche” (proprio in questi mesi riprodotte in formato elettronico): la prima diretta alla rilettura della poesia d’avanguardia, tra Emilio Villa, Adriano Spatola, Edoardo Cacciatore, la seconda ugualmente fitta delle risorse della ricerca.Ma Haiku del giorno dopo sembra potersi leggere paradossalmente proprio in questa tensione, cioè nella creazione che si stacca dalle strade più frequentate.

Tradizione e modernità

Come ricorda nella prefazione Carmen Moscariello, Giorgio Moio si attiene alla forma classica dal punto di vista metrico, quello più severo: i versi procedono con cinque, sette e cinque sillabe, «un parsimonioso incedere sui sassi accidentati». Seguendo l’evoluzione della forma nel ‘900 giapponese, Moio non sempre accoglie invece il kigo, vale a dire il riferimento tematico alla stagione. Ma è per l’appunto da un secolo che la presenza di questo vincolo è stata lasciata a ogni singolo autore. Più stringente, nell’essenza del componimento, risultano essere invece l’ellisse, la concisione con o senza richiami alla periodizzazione del tempo e l’esclusione dei verbi della soggettività:

ascolta voce

canto d’onda marina:

il silenzio va

*

solchi di bianco

sulla neve caduta –

: poco colore

*

i frutti si colgono

nella provocazione –

: dell’attesa

Aldilà del tema stagionale,  negli haiku di Moio è presente quella del movimento. Mare, fiore, vento, frutto, sono oggetti sono trasferiti da una posizione ad un’altra, sia  nella accezione naturale, sia in quella traslata, così come accade al silenzio, alla neve e all’attesa (come provocazione) negli haiku appena citati. Lo stesso vale per questi versi:

semina sorte

acacia infiorata –

: sibila il vuoto

Qualche volta Moio fa del kigo o della scrittura un oggetto metaletterario e ironico: «qual è il kigo/ supremo dallo haiku- /: il caso del fico», frutto che in realtà è fiore e confonde due stagioni.

La filosofia

Secondo Roland Barthes lo haiku non vuole commenti. Con L’impero dei segni il semiologo prende in esame la tradizione nata nell’ambito del buddismo zen che con Matsuo  Bashō (monaco zen)  ebbe l’influsso forse più significativo su questo componimento. Ma in questo contesto svolge osservazioni in realtà estensibili a una vasta raccolta haiku affermando che  la forma lirica in questione non è una descrizione, non è un apologo in cerca di verità ma, viceversa, un evento. «La brevità dello haiku non è formale, lo haiku non è un pensiero ricco ridotto in forma breve, ma un evento breve che trova tutt’a un tratto la sua forma esatta.» Distante (più che esotico) dalla letteratura come è intesa in Occidente, lo haiku non avrebbe bisogno di essere carico di senso, né vorrebbe esserlo. Barthes cita questa traduzione di Bashō: «Come è ammirevole/  Colui che non pensa: “La vita è effimera”/ Vedendo un lampo.» Ciò non toglie che il genere abbia preso direzioni diverse e che mostri valenze etiche e metafisiche. Così quando leggiamo alcuni dei testi più densi di Moio, non ci sono remore nel recensirne il carattere morale e la densità del traslato che vi è inscritta:

della poetica

di un bocciolo di rosa –

: del resistere

*

succede pure

che una dalia appassisce

: ma non lo stelo

*

c’è una mosca

che saltando sul foglio –

: non si dispera

In quest’ultimo haiku l’implicazione pare proprio transitiva e meta letteraria. Qui il movimento non è solo quello della mosca: in absentia (ma non in contumacia) vediamo ogni autore nel suo laboratorio, proprio come Moio, là al suo tavolo, ancora una volta.

Marco Conti

Giorgio Moio, Haiku del giorno dopo, pp. 124, Bertoni Editore, 2024; euro 15,00

“L’altro nome” di Jon Fosse

Jon Fosse, premio Nobel 2023

«Memoria» e «buio luminoso» sono le parole su cui vortica ossessivamente il protagonista dei primi due volumi di Settologia, intitolati in Italia L’altro nome (La Nave di Teseo), dello scrittore e drammaturgo norvegese Jon Fosse, premio Nobel 2023. La trama è semplice: l’anziano pittore Asle, rimasto vedovo nel piccolo paese di Dylgia, riflette sul passato e sui motivi che l’hanno spinto a dipingere in un lungo flusso di coscienza, interrotto soltanto da un breve riposo simulato da due pagine bianche, che segna il passaggio tra le due parti del libro. In oltre 350 pagine accade davvero poco: qualche viaggio in auto fino alla città di Bjørgvin per consegnare quadri alla galleria Beyer, poche cene con il vicino pescatore Åsleik e il soccorso all’amico e collega Asle, in preda a delirium tremens.

Tutto il resto è un monologo, a tratti razionale e in altri delirante e onirico, che procede tra descrizioni della vita circostante e frequenti ritorni ai fantasmi del passato. Molti sono legati alla precedente vita coniugale e vengono trasfigurati dalla memoria del pittore, che lui stesso ammette essere «così scarsa» (p.340). Un’inaffidabilità profonda che spinge a credere che le persone raccontate, come il vicino Åsleik, il pittore Asle, l’ex moglie Ales o la sorella Alise, siano in realtà dei doppi: la spia linguistica è il nome uguale, o simile, di tutti loro. Forse ognuno incarna aspetti sepolti o rimossi della vita del protagonista, per opposizione (per esempio, la voce narrante ha smesso di bere, mentre l’amico artista rischia la vita per lo stesso vizio) o analogia (la compagna aveva la stessa passione per la pittura), che vengono affrontati in una follia tutta mentale.

«Buio luminoso»

Shin Bijutsukai (stampa xilografica)

Le immagini ricordano le silhouette con cui Harold Pinter, un altro premio Nobel, apriva i propri drammi. Figure che l’inglese cercava di ricomporre nel dipanarsi dell’opera, dimostrando man mano l’inaffidabilità dei ricordi umani e l’assoluta mancanza di trascendenza, messa in scena attraverso la sopraffazione, anche verbale, dei propri personaggi. Quest’ultimo aspetto pare assente in Fosse, che invece dà ad Asle un forte radicamento religioso (tanto che ci sono intere pagine di preghiere in latino e norvegese), che è legato all’avvicinamento autobiografico dell’autore al cattolicesimo. Lo stesso dipingere ha a che fare con il sacro, definito «buio luminoso»: l’artista crede che il bello dei suoi quadri risieda nei colori più scuri, capaci di emanare una luce visibile solo se si abbassano le tende della casa. Allo stesso modo, pensa che «persino nella malvagità peggiore esiste anche il contrario, che è la bontà, l’amore, sì Dio è presente anche lì pur essendo invisibile» (p.351).

«Questi dipinti sono depositati dentro di me sotto forma di immagini, sì, e quasi tutte sono connesse a qualcosa il cui ricordo mi provoca dolore, la luce è collegata al buio» (p.220). Se quindi il tormento interiore di Asle è legato alla compresenza di Dio nel bene e nel male, che prova da sempre a fissare sulla tela, anche l’immagine più enigmatica del libro lo è. Il «dipinto con le due linee, una viola e una marrone, che si intersecano al centro […] con uno spesso strato di pittura a olio, che è colata» (p.13), è fin dalle prime pagine fonte inesauribile di domande del protagonista, che non comprende perché l’abbia fatto, ma lo ritiene uno dei più importanti della sua produzione. Durante tutto il romanzo vengono fornite varie interpretazioni, ma la chiave di lettura più chiara resta una visione. Due giovani uomini, una donna con la gonna viola e un uomo con una borsa di cuoio marrone (ecco i colori delle due linee), giocano in un parco e fanno l’amore. I ragazzi, liberi e innamorati, sono il ricordo luminoso di un amore, quello di Ales e Asle, ora colato in un grumo di colore scuro. Ma allora è forse in quell’incrocio ormai sbavato dal tempo e dalla morte che sta ancora la vita: solo tramite quel quotidiano confronto con chi non c’è più, il pittore può ancora trarre la migliore arte e trovare un motivo per andare avanti.

Lorenzo Germano

Jon Fosse, L’altro nome – Settologia (I-II), pp. 368, La Nave di Teseo, 2021; euro, 22,00

La vera apologia di Socrate. Vàrnalis e le maschere della falsa democrazia

Il Socrate di Platone si preoccupa per il sapere degli ateniesi, quello di Kostas Vàrnalis della credulità politica. Il primo specula sulle leggi e commenta l’oracolo di Delfi che vuole Socrate il più sapiente degli uomini;  Vàrnalis impegna il filosofo sull’etica della pόlis greca. Così si capisce bene come, in ogni momento dell’apologia,  le calunnie contro Socrate siano poca cosa di fronte alla protervia del più forte e si capisce altrettanto bene perché il testo di Vàrnalis abbia, forse più di ieri, risonanze di attualità politica.

La vera apologia di Socrate e Il monologo di Momo, riuniti in un libro curato da Filippomaria Pontani  (Crocetti Editore),  sono per la prima volta tradotti in italiano benché Kostas Vàrnalis  (1884-1974) sia stato scrittore cruciale del primo Novecento greco, ammirato, tra gli altri, da Ghiannis Ritsos del quale era sodale. La spiegazione sta forse tutta nelle poche righe in quarta di copertina: «E’ stato il primo grande rappresentante della letteratura di stampo marxista in Grecia. Le sue idee politiche e culturali gli costarono vari richiami, un breve confino e il posto di insegnante e preside scolastico, che dovette abbandonare nel 1926 per intraprendere una precaria carriera di giornalista.»

Dall’idealismo al materialismo storico

Eppure l’esordio con le liriche di La luce che arde (1922),  sembrava percorrere i sentieri dell’idealismo di ascendenza romantica. Anche il secondo testo, Il monologo di Momo, procede da quella cultura svolgendo un dialogo  – che alle ultime pagine scopriamo fittizio, ovvero del tutto interiore –  tra Momo, Cristo e Prometeo. E’ impossibile dunque non citare, come fa il curatore, Prometeo Liberato di P.B. Shelley (1820), il Prometeo di Edgar Quinet (1838) e persino La scommessa di Prometeo di Leopardi (1824).  Momo per la tradizione antica greca era la divinità della critica; qui avversa la figura di Cristo per non aver insegnato agli uomini a combattere contro le ingiustizie e il potere («Noi non vogliamo Cesari!» gli dèi sono stati sempre dalla parte dei Cesari) e contrasta Prometeo intesa come figura che incarna la forza, ovvero il potere come un destino collettivo. In una delle ultime battute Prometeo  dice : «Così è stabilito fin dall’inizio del mondo: i poveri che lavorano non potrebbero reggere nemmeno un istante senza i padroni che danno loro il lavoro.» La dialettica tra il campione dei Titani e Gesù servirà invece a Momo per argomentare il proprio ateismo.

La vera apologia

Platone, per Vàrnalis, ebbe il torto di fare del filosofo condannato a morte un convinto idealista grazie alle opere di Senofonte e Diogene Laerzio. Secondo Filippomaria Pontani,  Vàrnalis predilige invece Le Nuvole di Aristofane dove trova un’atmosfera popolare consona al suo registro e che non pesa sulla storia del filosofo poiché la commedia venne scritta 24 anni dopo la condanna.  Del resto proprio la satira e la sprezzatura sono carattere dominante per la Vera apologia, quasi uno strumento per guardare il mondo. Ecco l’incipit: «Mentre parlavano gli accusatori (Meleto con la sua voce acuta e le mossette muliebri, nervoso come un usignolo; Anito con le orecchie grandi e le narici piene di peli; Licone con le tempie strette e lo sguardo torbido), i giudici seduti per terra, a gambe incrociate o accovacciati, masticavano bruscolini e sputavano i gusci sulla nuca di quello davanti. Ma i più, distesi lì a fianco, tenendo le scarpe per cuscino, russavano ritmicamente. »  E quando la parola tocca al filosofo, lo si sente sussurrare: « “E io che aspettavo che foste voi a difendervi, o Ateniesi!”. Tornò a sedersi e riprese a massaggiarsi il ginocchio sinistro.»

Kostas Vàrnalis e la moglie, Dora Moatsou (Archivio letterario e storico ellenico)

La voce narrante illustrerà meglio la posizione socratica nel paragrafo successivo quando i giudici, davanti all’atteggiamento distaccato dell’accusato, si risentono: «Ma ancor più si irritarono del fatto che in quel momento [Socrate] aveva disprezzato il bene più alto della democrazia: prima ti difendi e poi ti fanno fuori. Così che quando picchi un bambino e quello non piange, ti intestardisci e lo picchi ancora di più».  Diversamente da quanto accade nelle pagine della Repubblica di Platone, la nozione che qui si evince è che, nello stato ateniese, la giustizia è l’interesse del più forte e la democrazia «una tirannide mascherata». Nello stesso paragrafo (2.18), Varnalis insiste: «Perché scopo delle leggi non è punire i colpevoli, ma le vittime, e impedire ai derubati di rubare anch’essi.» Come nella vita dello scrittore, viene meno la fiducia nello spirito equanime, tanto che il mondo si divide per questo Socrate «in sazi e fessi», sempre a disposizione  della ricchezza.

Il mondo libero

Nell’introduzione Filippomaria Pontani chiarisce come lo scrittore greco arrivi a questa conclusione non da posizioni oligarchiche ma da una dialettica tra potere e sottomissione che ha conosciuto la dittatura militare e la distruzione delle libertà costituzionali. Tanto che in queste pagine sembra circolare quasi un’aura di profezia anche di fronte alla timidezza della democrazia attuale. Del resto, nel 1965 la raccolta di poesie Il mondo libero assumeva la storia della prima metà del secolo come altrettanti esempi di sottomissione dei popoli, ora con i regimi, ora con maschere più liberali e democratiche ma sempre fatte per controllare e derubare. Tra i falsi salvatori, chiosa infine Pontani, «non v’è dubbio, Vàrnalis avrebbe annoverato anche la stolida e spocchiosa Unione Europea dei primi anni Duemila, e i suoi tanti complici nel Paese.» Né il presente ha ancora saputo dar torto a Vàrnalis.  Mai come oggi La vera Apologia di Socrate urla di indignazione ad ogni latitudine.

Marco Conti

Kostas Vàrnalis, La vera apologia di Socrate. Il monologo di Momo, pp 163, Crocetti Editore, 2024; euro 16, 00

Prima dell’oblio, una graphic novel

Che cosa accomuna appuntamenti, scadenze e traumi personali? Quasi nulla, se non che si tratta di molle che quotidianamente spingono le persone a ripensare routine e obiettivi di vita. Senza di loro, molti starebbero a dormire tutto il giorno appollaiati sul divano, guardando film o serie tv, oppure scrollando di continuo il telefono. Figurarsi allora quanto un cataclisma naturale possa impattare sulle nostre esistenze, tanto da mandare in crisi le credenze e speranze maturate fino a quel momento. Ed è da questo assunto che si dipana la trama della graphic novel Prima dell’oblio, pubblicata dalla casa editrice Add con la traduzione di Sara Prencipe. In questo gioiellino l’illustratrice francese Lisa Blumen mette in scena una serie di povere creature alle prese con la fine del mondo, a poca distanza dalla collisione della luna con la terra. Un evento che nemmeno l’ultima missione umana, indetta per deviare il satellite dall’onda gravitazionale terrestre, ha potuto scongiurare. E quindi scoppia il panico.

Addio, luna in ciel

Non è la Luna a cui «bisogna crederci per forza» di Cesare Pavese, né quella dal volto umano di George Méliès, colpita in un occhio da una navicella di scienziati in una delle prime pellicole della storia del cinema, ma piuttosto una sfera inanimata che incombe sulla Terra, costringendo le persone a fare i conti con se stessi. Una sorta di Godot che prima o poi arriverà a metter fine alla millenaria storia dell’homo sapiens. Una consapevolezza che atterrisce, ma che per alcuni diventa un evento liberatorio, capace di dar sfogo a desideri sopiti. I personaggi che prendono vita nei dieci capitoli del volume – diversi per età, sesso, formazione e condizione economica – rappresentano una scala di sentimenti diversi che va dal fingere che non sia successo niente al darsi alla gioia, fino all’unirsi in gruppi di estranei per farsi forza e trovare un rifugio. Il tutto in un mondo in preda al caos, in cui forze di polizia cercano di prelevare gli ultimi superstiti dalle proprie abitazioni per un’obbligatoria evacuazione, chissà poi dove.

Ultima festa dell’umanità

In questo mondo grigio, interrotto solo da qualche stinto rosa o giallo, per mimare quel buio da cui i personaggi si difendono con futuristici occhiali, regnano le scelte individuali, spesso opposte tra loro, che mettono in relazione i personaggi e li portano fuori dalla loro zona di comfort. «Pensavo che sarebbe stata l’anarchia totale, tipo ognuno per sé, hai presente … e invece le persone si rispettano molto», dice un ex poliziotto, che decide di partecipare alla Festa (per la fine) dell’umanità tra droghe e sesso. A sconvolgere il lettore, non è tanto la ricerca di rimedi estremi per le ultime giornate dei personaggi, quanto il ritrovamento dei nostri migliori sentimenti. C’è lo scambio tra una donna incinta e una direttrice di musei nel segno della bellezza dell’arte e del mistero della vita, che nessuna delle due aveva mai preso in considerazione, così come quello di un gruppo di bambini e adolescenti con un vecchio solo, che ritrova finalmente un’unità familiare. Ed è nel finale che si sancisce l’unione degli opposti con l’amore libero, quando due ragazzi passano una notte insieme, in seguito a un match su una piattaforma d’incontri: lui, da sempre troppo timido trova il coraggio di esplorare la sessualità, lei di sentirsi viva dopo anni di malattia, ora in recessione. Poi ognuno andrà per la sua strada, o forse cadrà soltanto nell’oblio come tutti.

Lorenzo Germano

Lisa Blumen, Prima dell’oblio, pp 284 a colori, formato 17×24, Add Editore, 2024; euro 25, 00

Auster: L’arte della fame

«Ancora oggi il senso di perdita è quasi insopportabile»: Paul Auster chiude così le sue brevi pagine dedicate a Franz Kafka, affettuosamente rievocato sul letto di morte mentre corregge le bozze di Il digiunatore, sofferente di una tubercolosi alla laringe che gli impedisce di bere e mangiare. Auster ne scrive con appassionata intelligenza in un libro di letture e note critiche dal titolo amaramente programmatico: L’arte della fame (Einaudi). Non sorprende che l’autore della Trilogia di New York dedichi due intensi capitoletti a Kafka. Paul Auster non solo è lo scrittore statunitense di sensibilità letteraria più marcatamente europea che oggi sia dato di leggere, ma è anche in certo modo un “nipote” dell’autore ebreo-praghese. Tutte le maggiori narrazioni di Auster portano con il loro percorso a una sorta di esilio, di emarginazione, spesso di spogliazione: dal protagonista di Mister Vertigo all’investigatore della trilogia, all’uomo in fuga di La musica del caso. Non solo. In Auster si percepisce il senso di straniamento come autentico “luogo” rivelatore di una condizione esistenziale.

Wolfson, Celan, Jabès

Non sono le sovrastrutture o i codici morali le coordinate entro cui i personaggi del suo romanzo amano e vivono, ma lo sono la ferocia e la follia nella cornice precaria della mondanità, delle convenzioni, del potere. Il mondo appare nelle sue pagine un po’ come appare il Castello agli occhi del protagonista, cioè dell’agrimensore di Kafka, oppure tramite quelli dell’adolescente ingenuo di America. Sarebbe però del tutto fuorviante leggere L’arte della fame solamente come lo specchio delle predilezioni di un grande autore. Il libro, fitto di osservazioni formali esplicitate senza sicumere filologiche, presceglie tematiche poco frequenti: l’uso del linguaggio nello scrittore schizofrenico Louis Wolfson, la presenza incombente della morte nella poesia di Paul Celan, le qualità estetiche nella poesia francese del Novecento. Queste ultime vengono evidenziate per chiarire alcuni aspetti salienti del linguaggio lirico moderno con autori come Pierre Reverdy, Jacques Dupin, André du Bouchet, Edmond Jabès, autori non facili ma essenziali per comprendere  come anche le forme della poesia possano divenire oggetti di sensibilità, sentimento, pensiero.

«La ricchezza produce povertà»

Come ogni scrittore autentico, Auster non divide la propria vita dall’arte. Così questo suo libro è fitto di incisi personali, di trame letterarie e biografiche, persino di note politiche e sociali come nel saggio “Pensieri su una scatola di cartone”, dove si racconta la nuova montante arroganza del potere economico. «La ricchezza- chiosa Auster – produce povertà», con ciò ribaltando l’assunto chiave delle politiche liberali e liberiste. E’ del resto il commento appropriato di un intellettuale che a lungo è vissuto di pochissimo alle più sordide discriminazioni, oggi molto spesso tramutate in diritto.

Marco Conti

Paul Auster, L’arte della fame, trad. M. Bocchiola, Einaudi, 2002

Marco Conti, La Nuova Provincia di Biella (Società e Cultura), 30.08.2003, p. 19

L’ordine sostituito, ovvero la letteratura dell’inclassificabile

Ventotto testi di ventotto autori riuniti sotto la sigla editoriale déclic che, con il sostantivo francese, chiarisce uno degli aspetti più rilevanti del progetto di scritture: déclic come scatto, ma anche come lampo e intuizione. Il curatore, Carlo Sperduti,  ne è anche l’editore. Sperduti  illustrando il suo progetto a un quotidiano, ha  precisato: «Le scritture ibride sono per me quelle più interessanti e privilegerò le opere che devieranno dai solchi già tracciati». Detto e fatto. L’ordine sostituito mette le ali al linguaggio quotidiano, accosta i sentieri del gioco, destruttura la narrazione in brani allusivi, amplificando talvolta l’ordinario fino all’allegoria irrelata o, altrove,  ponendo il quotidiano al servizio dello humor.

Le voci, le declinazioni

René Magritte, Il principio del piacere

La pluralità di tensioni narrative messe in atto dalle narrazioni rende pressoché impossibile individuare un percorso comune esterno alla manipolazione del linguaggio e alla decostruzione. Forse bisognerà però precisare che una lettura che cerchi la contaminazione e l’ibrido non coglierebbe l’essenziale perché in nessun caso i generi vengono, nello spazio di poche pagine, correlati con un’alterità letteraria canonica. Può valere come filo rosso, oltre a quanto detto, l’uso di un lessico basso, un parlato che frequentemente incontra il monologo orale (Gunther Maria Carrasco, Angelo Calvisi, Cristina Pasqua, Alfonso Lentini, Antonio Francesco Perozzi, Giovanni Blandino , Eda Öznakay), con lievi scarti verso registri diversi anche tra gli altri autori. Di pari passo è frequente la tendenza a frammentare il tema della narrazione fino a renderlo evanescente: così in Il Pegaso alato di Luciano Neri, dove  Pegaso è metafora e moneta da collezionisti in un contesto balneare e surreale; così in Dieci carrozze tra Cortàzar e Mihăileanu, Francesca Perinelli  frammenta invece la narrazione di un viaggio di deportazione, fermando l’attenzione sullo spazio-tempo con un effetto straniante: «allontanarsi/ gli uomini porteranno da me il giorno sloggiato dall’oscurantismo, non se hai guai come tutti, però hai visto come proprio sopra di noi andava tutto indietro? non siamo più deportati.» In Due notizie, tre didascalie, Eda Öznakay corteggia  la satira.  Tra gli oggetti narrativi dell’autrice ci sono lampade da tavolo investite dalla prosopopea linguistica, dai cliché lessicali mediatici  e politici: «Sembrerebbe che anche sul nostro territorio, nell’ambito del progetto di riqualificazione straordinaria, gli abat-jour siano stati introdotti per ragioni psicologiche: “Nuovi standard”, si legge nell’ordinanza.»  Ugualmente interessante è l’esperienza di Antonio Francesco Perozzi che in scioglicalcare, si mette al servizio della mera oggettualità e del piacere dell’elencazione aggiungendo, via via in progressione, gli elementi del discorso: prima gli oggetti di scena, poi un retroscena dove  compare il tempo narrativo, quindi l’azione ed, entrando nel bosco fitto della narratologia, la trasformazione: «Lo scioglicalcare fa uscire le schegge della porta, i nodi, ciò che era nascosto dalla vernice. Il mobile lungo si buca e mostra il contenuto dei cassetti e degli sportelli»…L’intento è ludico e l’effetto surreale. Gianluca Garrapa con I frammenti di Rasmussen diverte invece attraverso “stringhe narrative” numerate che nascondendo il soggetto si concentrano sul verbo con un lessico ricco, denso di traslati cui non sembra estraneo l’intento caricaturale di certe ellissi poetiche azzardate: «4. aborre l’economia delle genti, affoga visioni pentecostali, cromatizza mostri interiori, brama malattie mortali. Preludio. Embolo. Salto.»

Più risolti in termini narrativi, più vicini al bozzetto d’autore, appaiono i testi di Cristina Pasqua predatori; di Marco Giovenale, Scendi, e di Leonardo Canella Un prelievo in nughetta.  Gli altri autori dell’antologia sono Sandra Branca, Luigi di Cicco, Paola Silvia Dolci, Arianna Fiore, Rosine Inspektor, Valentina Murrocu,  Emanuele Mascolino, Andrea Piccinelli, Maria Teresa Rovitto, Francesco Scapecchi, Roberta Sirignano, Antonio Syxty, Damiano Torre, Antonio Vangone, Luca Zanini.

“SpuntiSunti”

Massimo Gerardo Carrrese, SpuntiSunti

Quasi contemporaneamente Déclic ha pubblicato un testo di Massimo Gerardo Carrese, studioso di fantasiologia, autore di Il grande libro della fantasia (il Saggiatore) che qui  nelle pagine di  SpuntiSunti prende in consegna gli indizi di un immaginario proiettato nella quotidianità, tra minuzie irrilevanti e domestiche, pensieri nell’immediatezza delle azioni più elementari e degli oggetti circostanti o evocati nella memoria. Ma ciò che mette fin dal principio il lettore in una dimensione narrativa è il registro ripetitivo delle locuzioni (quasi una ecolalia della mente se si potesse dire così) messo in atto da un periodare monologante e grammaticalmente straniato quando non sconnesso. Ecco l’incipit: «Io ancora non trovo un cibo senza ingredienti. Ho trovato una scatola d’orzo dove è scritto ingredienti: orzo. Che poi è scritto al plurale ingredienti ma c’è una cosa sola dentro, cioè l’orzo. E già questa cosa mi fa pensare.» Oppure  muovendosi la voce narrativa ancora nel perimetro della casa: «Dal balcone di casa che studio con il balcone aperto oggi perché c’è il sole anche se è fine anno e che entra dentro il sole e il fine anno pure.» Capitolo dopo capitolo,  lo humor non ha requie: «Ci sono degli slip dove che c’è scritto uomo, sul bordo degli slip, che sono slip maschili, che a me pure a me mi capita di avere questi slip […]».

L’attenzione e l’immaginario creano la pagina attraverso la minuzia, la banalità, estendendole, sostanziandole in assenza di prospettiva. La scena insomma è sempre fatta di inezie come accade del resto nei micro testi di L’ordine sostituito, dove si comprende meglio come “l’ordine” a cui si allude è un nuovo, ridottissimo orizzonte. Ma resta da comprendere se questo è un punto di arrivo o di partenza o entrambi.

Marco Conti

AA. VV. L’ordine sostituito (a cura di Carlo Sperduti), pp. 145,  déclic edizioni, 2024; euro 16,00

Massimo Gerardo Carrese, SpuntiSunti, pp. 121, déclic edizioni, 2024; euro 15,00

In moto e in barca con Robert M. Pirsig e l’ornitorinco

Lo scrittore con il figlio, Chris, in viaggio in motocicletta lungo le pianure americane

La lettura di Robert M. Pirsig è un contravveleno il cui potere cresce nel tempo. Negli anni dell’omologazione senza scappatoie, la voce di narrazioni filosofiche come quelle di Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, di Lila,  e ora dei saggi contenuti nell’antologia Sulla Qualità, ha la stessa evidenza di una sonata di Beethoven di fronte alle cantilene rap. Entrambe hanno fascino proprio. Ma la ragione per cui molti sarebbero propensi alla facilità del rap ha molto da condividere con le tesi di Pirsig che, nei saggi oggi ristampati, così come nel suo primo più celebre romanzo del lontano 1974, ci parla della metafisica della Qualità, ovvero del valore dell’ordine morale.

Per lo più Pirsig è stato letto sulla scorta della controcultura degli anni Settanta. Il viaggio col figlio e con gli amici nelle pianure americane, di cui parla nelle pagine di Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, e il riferimento alle pratiche buddiste,  sono state in passato coordinate sufficienti per relegare l’autore e il libro nella storia di quel movimento di ribellione, tra Jack Kerouac e gli altri beatnik. Eppure  questa parentela è superficiale.

Il viaggio

In entrambe le sue narrazioni, quella appena citata e Lila, pubblicata 17 anni dopo la prima, nel 1991 (circostanza che dice molto sulla letteratura come produzione editoriale o, al contrario, come autorialità), si parla di un viaggio. Tema costante non solo della beat generation ma delle letterature, antica e moderna. Negli anni Settanta il viaggio di Pirsig avviene su di una Honda di grossa cilindrata, in Lila, su di una barca a vela dal lago Ontario e lungo il fiume Hudson in compagnia di una giovane donna incontrata per caso. Due viaggi che comportano esperienze e rendono cruciale l’osservazione e la vicinanza.  Nelle prime pagine di Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta scopriamo subito come:

«C’è voluto un po’ per capire una cosa che sarebbe dovuta essere evidente: e cioè che queste strade sono davvero diverse da quelle principali. Sono diversi il ritmo di vita e la personalità della gente, gente che non sta andando da nessuna parte e non è troppo indaffarata per essere cortese. Gente che sa tutto sul “qui” e sull’ “ora” delle cose.» Oppure: «Per esempio abbiamo imparato a individuare sulla carta le strade buone. Se la linea è molto mossa, è un buon segno.»

Lo scrittore e il suo alter ego Fedro si preoccupano soprattutto di come passano il tempo del viaggio anziché del tempo che impiegano.  Il come diviene ragione dell’essere, tanto nella vita on the road come nella scrittura e, naturalmente, nel pensiero. Ed ecco il primo salto di qualità. E’ una ragione morale ad evidenziare il come attraverso un giudizio. Vale a dire che così come è preferibile viaggiare attraverso le provinciali per immergersi nelle vite occasionali, negli incontri, nel paesaggio, è preferibile ugualmente conoscere la manutenzione, il motore della motocicletta, anziché usarla come strumento. In breve identificare il proprio sentire e il proprio pensiero con l’oggetto. Il che vale anche per la scrittura del poeta o del romanziere. Ci sono in questa semplice nozione influssi del pensiero buddista zen, ma Pirsig va oltre: la sua riflessione prende le strade di una metafisica che avanzando dall’empirismo ne rovescia il valore. Lo dirà nei saggi Sulla Qualità, nelle conferenze, ma lo dice anche nelle opere narrative.

Lila

In Lila alcuni passi sono espliciti: «[…] la Qualità è la moralità. Sono la stessa cosa, identica cosa. E se la Qualità è la realtà prima, allora anche la moralità lo è. Il mondo è essenzialmente un ordine morale.» Ma attenzione, lo scrittore non ci parla del comportamento, ci parla della concezione del mondo. Siamo abituati a interpretare il mondo attraverso la divisione tra soggetto e oggetto, come gli empiristi. Per leggere «l’esperienza, la nostra cultura ci consegna un paio di occhiali mentali nelle cui lenti è incorporato il concetto di primato dei soggetti e degli oggetti». Ed è vero, aggiunge Pirsig, la conoscenza umana deriva dai sensi o dalla riflessione sui dati dei sensi. Ma l’empirismo (e molti approcci scientisti che da esso derivano) negano la validità dell’immaginazione e «considerano perciò non suscettibile di verificazione le sfere dell’arte, dell’etica, della religione, della metafisica. Su questo punto la Metafisica della Qualità si discosta dall’empirismo, perché afferma la verificabilità dei valori dell’arte, dell’etica, persino del misticismo, sostenendo che la loro interdizione è avvenuta per ragioni metafisiche e non già empiriche.»

L’autore di Lila rovescia in sostanza il presupposto: è la cultura, è l’eredità del pensiero occidentale a dirci che la divisione tra l’io e l’oggetto è un pensiero basilare per conoscere. L’interdizione è avvenuta «a causa dell’assunto, di ordine metafisico, che l’universo consiste di soggetti e oggetti e che tutto ciò che non può essere classificato come soggetto o come oggetto non è reale. Ma non esiste alcuna prova empirica a sostegno di questa affermazione. Essa è una semplice supposizione.»

Per concludere: l’ornitorinco

Pirsig mette il pensiero occidentale sulla graticola dei suoi fondamenti. Mostra in sostanza come l’empirismo sia metafisica e come lo sia qualsiasi valore di pensiero. Per conseguenza non esiste una verità unica. Se invece la realtà ultima è la “Qualità”, ovvero la spiegazione intellettuale più elevata, sia pure provvisoriamente, possono coesistere più verità. Per esempio l’ornitorinco. La zoologia premoderna classificava gli animali a seconda che le specie allattassero i piccoli o che deponessero le uova. I primi erano i mammiferi, i secondi gli uccelli e i rettili. Alla fine del Settecento, in Australia, si fece però la conoscenza con un nuovo animale, l’ornitorinco. Questo deponeva le uova ma poi allattava i piccoli come un mammifero. E siccome aveva il becco di un’anatra al posto delle fauci, ecco che qualcuno nel vecchio mondo pensò a falsi esemplari imbalsamati e realizzati mettendo insieme parti di animali diversi. La scienza alla fine inventò un nuovo ordine,  i Monotremi, che con l’ornitorinco comprende solo l’echidna. Tuttavia, soggiunge il nostro scrittore, il problema era la limitatezza degli scienziati e delle loro classificazioni; l’ornitorinco viveva senza problemi la sua natura da milioni di anni, L’alter ego di Pirsig, che nella narrazione prende il nome di Fedro (richiamando con questo il platonismo) è insomma più vicino allo stato vacillante dei quanti, che non a quello delle sostanze aristoteliche. Per essere più tranchant con la parole di Pirsig-Fedro: «Se usiamo la categoria di sostanza, la cultura non esiste. La cultura non ha massa, non ha energia. Non esiste strumento di laboratorio che permetta di distinguere una cultura da una non-cultura.» Ed ecco l’importanza della Qualità, ovvero di un’etica della conoscenza, dove un altro concetto aristotelico, quello di Causa, implica certezza, mentre quello di Valore rinvia a una preferenza. Le domande insomma si moltiplicano. Pirsig, filosofo venuto alla luce con la sua esperienza di viaggiatore, incontra la scienza attraverso la fisica quantistica: le particelle, egli dice all’unisono con i fisici, «preferiscono comportarsi come si comportano». L’ornitorinco, per il momento, è salvo.

Marco Conti

Robert M. Pirsig, Sulla qualità (a cura di Wendy K. Pirsig), pp. 164, Adelphi, 2024; Robert M. Pirsig, Lila. Indagine sulla morale 1° ed Adelphi, 1992; Robert M. Pirsig, Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, 1° ed. Adelphi, 1981

Louise Penny, Ritorno a Three Pines

È Venerdì Santo, a Three Pines, e gli abitanti del villaggio sono intenti a nascondere le uova per la tradizionale caccia della mattina di Pasqua. Si apre con questa scena il terzo romanzo di Louise Penny, Il più crudele dei mesi, appena giunto in libreria con Einaudi. Dal 2018 l’editore torinese ha infatti in corso di pubblicazione l’intera serie dell’ispettore Gamache. A tutt’oggi il personaggio è protagonista di 18  romanzi (di cui 9 tradotti in Italia), con il diciannovesimo in uscita, in Canada, il 29 ottobre prossimo. Louise Penny, che ha esordito nel 2005, all’età di circa quarant’anni, è ora una delle autrici di polizieschi più conosciuta al mondo e tra quelle che hanno raccolto il maggior numero di premi, tanto da essere stata nominata Ufficiale dell’Ordre National du Québec nel 2017.

Tre pini

 Three Pines è «il più grazioso e gentile dei villaggi» e prende il nome dai tre pini che svettano «da tempo immemorabile al margine opposto del parco, come saggi viandanti che avessero infine trovato ciò che cercavano». Un villaggio, narra la storia locale, costruito dai lealisti dell’impero britannico che, per segnalare ai compagni di aver raggiunto un posto sicuro, idearono un segnale: «tre pini in una radura significavano che la fuga era terminata». E proprio questa piccola città ignorata dalle carte geografiche, è il perno dei romanzi della serie dell’ispettore Armand Gamache, il quale ad un certo punto – in uno dei libri non ancora tradotti – decide di trasferircisi con l’amata moglie perché «ogni volta si era sentito a casa in quella piccola comunità». Le abitazioni sorgono ad anello intorno al parco dei tre pini ad eccezione di una villa che si trova sull’altura e sovrasta l’intero villaggio; proprio qui, nella vecchia casa degli Hadley avviene l’omicidio di questa storia. L’edificio era stato teatro di crimini e di dolore già nei due romanzi precedenti e resterà un luogo poco amato da Armand anche in futuro.

Una seduta spiritica

A Three Pines, mentre gli abitanti si preparano a festeggiare la Pasqua, giunge una sensitiva che guida una seduta spiritica la sera del Venerdì Santo. La riunione viene interrotta dalla stramba poetessa locale ma la medium afferma che, comunque, non sarebbero arrivati a nulla perché il bistrot dove è ospite è un luogo felice. Un affermazione perentoria, tanto che i residenti propongono di riorganizzare la serata a casa Hadley per liberare l’edificio dal male che ha accumulato negli anni. Così la sera di Pasqua si siedono in cerchio in una delle sue buie stanze. Ma dopo un grido terrificante uno dei partecipanti cade a terra senza vita; sembra morto di paura, o almeno così si crede fino a quando l’ispettore capo della Sûreté du Québec arriva a Three Pines per svolgere le indagini del caso mentre una campagna diffamatoria si accanisce contro di lui.

Il protagonista

L’ ispettore capo della Sûreté du Québec  Armand Gamache è francofono ma parla un inglese perfetto con un leggero accento britannico, tanto che per i modi e l’eleganza spesso viene scambiato per un professore universitario di Storia dell’università di Cambridge in cui ha studiato. Il personaggio, definito dal Times «uno dei detective più memorabili in circolazione», ha circa cinquantacinque anni, profuma sempre di legno di sandalo e ha un modo di procedere nelle indagini del tutto personale: come i suoi colleghi raccoglie prove e prende appunti ma, in aggiunta, colleziona emozioni perché è convinto che un omicidio sia un fatto profondamente umano. Ai suoi uomini impartisce poche indicazioni per nulla scontate: tutti debbono imparare a non estrarre la pistola, a meno che non siano certi di usarla, ma soprattutto ci sono quattro considerazioni da usare al momento opportuno: Non lo so; Chiedo scusa; Ho bisogno d’aiuto; Mi sono sbagliato. A ciò si aggiunge un ultimo insegnamento, ovvero il versetto biblico Matteo 10,36 «E i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa».  

La squadra

«Era la missione personale di Gamache: aiutare ogni creatura mutila, malriuscita o manchevole che incrociasse il suo cammino». Così l’ispettore forma la sua squadra, il reparto più prestigioso della Sûreté: tanto basta perché venga accusato dai suoi detrattori di aver creato un esercito di tirapiedi con gli elementi peggiori cacciati da altri contingenti. A ben vedere, tuttavia, le cose non stanno affatto così. Gli uomini e le donne di Gamache sono affidabili e dimostrano totale fiducia nel proprio capo; tra questi spicca Jean-Guy Beauvoir, personaggio dapprima destinato ai margini, vale a dire alla “gabbia” in cui vengono custodite le prove, che Armand promuove a ispettore, poi a suo vice e che, infine, diventerà suo genero. L’altro vice di Gamache è l’ispettrice Isabelle Lacoste che, dopo essere stata a lungo ridicolizzata dai colleghi e arrivata al punto di scrivere la lettera di dimissioni, trova la salvezza nella squadra dell’ispettore capo.

Aprile, il mese più crudele

In questo caso sono l’omicidio e il tradimento a fare di aprile “il mese più crudele”, un verso di T.S. Eliot sul quale Armand Gamache in questa storia si trova a riflettere per concludere che il poeta lo aveva chiamato così «non perché uccideva i fiori e le gemme sugli alberi, ma perché a volte non lo faceva. Quant’è difficile per quelli che non sbocciavano quando tutto, intorno a loro, era vita nuova e speranza».

Giancarla Savino

Louise Penny, Il più crudele dei mesi, pp. 536, Einaudi 2024; euro 17,00

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