Tutte le camere d’albergo del mondo: la scrittura del romanzesco

Nel fragile orlo che separa la pigrizia dal genio s’incunea Gherardo Bortolotti, scrittore che non riesce mai a incasellarsi in un genere. Tutta la produzione del bresciano «bordeggia la dimensione romanzesca» senza mai riuscire a scrivere un romanzo, oscillando tra prosa e poesia sul tema dell’infraordinario, una dimensione leggendaria ed emotiva che scavalca gli affanni  delle ore salariate e delle necessità economiche. Una voce troppo originale per non essere intercettata dalla sensibilità di Dario Voltolini per le sue Pennisole, collana di Hopefulmonster che racchiude brevi perle di scrittori italiani. In Tutte le camere d’albergo del mondo la (falsa) incapacità bortolottiana di creare un’opera compiuta viene portata all’estremo, mettendo in scena un personaggio, «che potremmo chiamare Gherardo», nell’atto continuo di immaginare nuove trame, che formano i capitoletti del volume. Un gioco di scatole cinesi in cui l’autore fa una caricatura di se stesso nel difficile processo di scrittura sempre frustrato e mai concluso.

Una postmoderna mille e una notte

Gherardo Bortolotti

Come nei suoi precedenti esperimenti letterari, Bortolotti ricorre alla numerazione per stimolare il lettore alla ricerca di un significato che unisca i testi, i quali vanno dal 1002 al 1101: l’idea è di simulare una postmoderna Mille e una notte, prendendo a modello Sherazade che racconta infinite storie al re persiano per interrompere il suo macabro rituale di uccidere le donne con cui giace. In questo caso il protagonista, che quando viene nominato si chiama Gherardo, inventa altrettante vicende che vorrebbe trasformare in romanzi, destinate però a restare pura potenza: si va da storie d’amore (Subendo il fascino delle alternative) a racconti di alieni (Fiumane marziane) e fantascientifici (Sulle pallide sponde lunari), passando per il noir (Standard di successo nel mondo libero) e il romanzo adolescenziale (Poche volte, poche cose), solo per citare alcuni dei titoli più divertenti.

In equilibrio in un gioco di specchi

Trait d’union è il protagonista, che passa le giornate in ufficio e le serate steso sul divano a guardare la tv, tranne qualche aperitivo nei weekend o rapide uscite al supermercato. Per tutto il libro lo accompagniamo nelle fantasticherie senza capirne i desideri sopiti. In Un’avanguardia apparente dello spirito un primo indizio: vuole scrivere una raccolta di «aforismi vuoti, di formulazioni di condizioni di vita correnti ma ignote», che sembri il tentativo di un antropologo del futuro di raccogliere stralci «delle nostre vicende inconcludenti, frante e comunque dolorose». Ma è nell’ultimo capitolo, che il narratore tradisce il suo delicato gioco di specchi e rivela il motore di tutto. È biografico l’oggetto mancato per pagine e pagine, una volontà primigenia che non trova pace, se non nella moltiplicazione: «Subito dopo, fuori dal negozio, pensa che vorrebbe scrivere un romanzo dal titolo Tutte le camere d’albergo e dedicarlo a suo padre che gli ha insegnato senza volerlo il senso del romanzesco e delle vicende incomplete». Ma anche questa rimane soltanto una «trama sbilenca e frammentaria», in un volume che potrebbe continuare all’infinito.

Lorenzo Germano

Gherardo Bortolotti, Tutte le camere d’albergo del mondo, con una postfazione di Dario Voltolini, pp. 153, hopefulmonster editore, 2022; euro 12,00.

Ritratto dell’autore da giovane statua

Andrea Canobbio

Nel 1933 usciva in Italia, tradotto da Cesare Pavese, Ritratto dell’artista da giovane (Dedalus) di James Joyce, pubblicato in volume per la prima volta nel 1916. Un libro che avrebbe ispirato, anche solo nel titolo, centinaia di opere autobiografiche. Andrea Canobbio, nato a Torino nel 1962 e finalista al premio Strega 2023 con la Traversata notturna (La nave di Teseo), ha deciso di inserirsi in questo filone con il Ritratto dell’autore da giovane statua (Hopefulmonster), volumetto con cui indaga gli anni decisivi per la sua carriera tramite un diario tenuto poco prima che un suo racconto fosse inserito nell’antologia Giovani blues di Pier Vittorio Tondelli. Scandagliare quel periodo significa andare oltre la maschera da intellettuale e minare la reticenza alla «confessione», già sdoganata nell’ultimo e corposo romanzo, in cui affronta la depressione del padre. Un’esigenza intercettata dal curatore della collana Pennisole, Dario Voltolini, la quale ospita brevi perle ed esercizi di stile di narrativa italiana.

Un vecchio diario

L’immagine che Canobbio offre di sé è una statua, perché «la superficie convessa era quella che offrivo al mondo, ma la superficie più autentica era quella interna, concava, e ciò che ne scrivevo era il calco». Tutto il testo, in cui l’autore riprende in mano il vecchio journal a distanza di quarant’anni, è giocato su coppie antinomiche, come assenza/presenza o diario/racconto. C’è infatti un divario, all’epoca insanabile, tra l’allenamento letterario (con lunghe sessioni di studio e lettura) e l’interiorità del giovane, che nel finale emerge in una crisi di panico. Lo scrittore ci invita a entrare in questa faglia nascosta, mostrando le pieghe di un’angoscia contrastata da pochi rimedi: la scrittura e la musica. Due vie che si uniscono quando il ragazzo, fedele ascoltatore di Radio Flash, partecipa e vince il concorso indetto dai deejay di Puzzle con un racconto (in palio  un disco per chi avesse mandato una lettera con i 5 Lp preferiti e una valida motivazione). Anche la fotografia è una passione che accompagna la formazione artistica dello studente che, dopo aver visto una mostra di David Hockney a Parigi, decide di documentare la sua esistenza con polaroid e collages.  Quest’ultimi, bellissimi, rafforzano l’immagine divisa del giovane Canobbio.

La figura paterna, il non detto

«Guardavo verso i cortili, verso l’interno, ero rintanato, ripiegato, ignoravo o disprezzavo il mondo – ignoravo o disprezzavo mio padre -, fissavo il mio ombelico ma non ne parlavo»

In controluce c’è il fantasma del padre, abbozzato in poche scene e, volutamente, lasciato a «rumore di fondo». Per il protagonista la sua presenza è in primis un tabù da non raccontare negli scritti, per cui la sua ricerca va orientata verso l’astrattezza. Poi diventa minaccia e causa di malessere: «Per qualche tempo avevo temuto che mio padre volesse uccidersi, magari dopo aver fatto fuori tutta la famiglia, e di notte mi chiudevo a chiave nella stanza». Ma è anche motivo dell’amore per la pittura e la fotografia – un’origine che solo oggi Canobbio riesce a individuare – ed è figura capace anche di empatia, come si vede in una delle scene più riuscite, che sembra riscrivere La coscienza di Zeno. È proprio durante la crisi di panico che il padre riscatta il ruolo di genitore e assiste il figlio con uno slancio inedito: «Mi abbracciò e mi disse che sarebbe tutto passato. E io non capii. Mi stava dicendo la verità, tutto sarebbe passato, l’aveva imparato a proprie spese, si sta male, si urla, si piange e poi passa – prima di tornare. Mi tramandava un’esperienza». Una lezione di cui la statua-Canobbio, tutta tesa all’arte e all’esteriorità, aveva bisogno, ma che non poteva ancora comprendere.

L.G.

Andrea Canobbio, Ritratto dellautore da giovane statua, pp. 120, hopefulmonster editore, 2023; euro 12, 00

L’Autobiografia è una grande traversata

A colloquio con Andrea Canobbio

Canobbio, perché ha deciso, dopo un lungo romanzo come la Traversata notturna di tornare nuovamente sulla sua vita?

«Tutto nasce dal diario che ho conservato e che non avrebbe avuto senso citare nella Traversata notturna, perché riguardava più me che mio padre o mia madre. Il romanzo è ovviamente autobiografico, perché parto dalle mie reazioni alla vita familiare, ma non direttamente a quello che io ho vissuto. Questo testo era una cosa che io avevo già provato a scrivere tanti anni fa, come compagno di un altro pezzo autobiografico che si chiamava Presentimento e parlava di crisi di panico che avevo avuto intorno ai quarant’anni. Solo che non c’ero riuscito, poi ho tentato di scriverlo una decina d’anni fa, prima di scrivere il romanzo. Invece nel 2022, finita la Traversata, ci ho riprovato ed è venuto, forse proprio perché  certe cose a cui qui alludevo, come la malattia di mio padre, le avevo già elaborate».

Il diario di cui parla si chiama journal ed è un omaggio ad autori francesi di fine Ottocento. C’è nella forma diaristica un’ispirazione pavesiana, legata al Mestiere di vivere?

«Pavese è uno scrittore che mi ha sempre interessato molto, una delle epigrafi della Traversata notturna è presa proprio dal Mestiere di vivere, ma non in particolare per questo libro. Se io avessi riflettuto bene a vent’anni su cos’era il Mestiere di vivere non avrei scritto quel diario, perché Pavese in modo molto più compiuto ed efficace fa una specie di autoanalisi, cioè si interroga sulla sua vita non in senso narrativo ma quasi filosofico. Invece io quello che facevo da ragazzo era di assumere un atteggiamento da scrittore e mettermi un po’ sul piedistallo, rimuovendo le cose importanti che entravano nella pagina soltanto quando erano talmente evidenti e trascinanti che non potevo evitare di affrontarle».

Anche la disciplina che si autoimponeva per diventare scrittore, come leggere un certo numero di pagine, può ricordare la figura di Pavese…

«Con Pavese ho un rapporto particolare, perché non è un mio punto di riferimento, sebbene sia uno scrittore che ammiro molto, anche per quello che ha fatto da editore all’Einaudi. Direi che ho una sorta di affetto nei suoi confronti per quello che dice, anche se ovviamente non l’ho mai conosciuto. L’altra scrittrice che cito in epigrafe nella Traversata notturna è Natalia Ginzburg, non per niente era legata a Pavese: erano un po’ una coppia di genitori ideali, si può dire in senso ironico».

La musica, nel libro, è una delle passioni che più la fanno sentire vivo: nel tempo ha continuato ad amarla?

«Ho continuato ad ascoltare musica, mi ha accompagnato e ispirato strutture musicali. In qualche modo sono affascinato da tutto ciò che è geometrico e matematico, quindi nella musica mi piace la ripetizione o i temi. Anche nella Traversata notturna c’è la musica perché mia madre suonava il pianoforte, ma in quel caso è classica, mentre da giovane sentivo generi più moderni».

I suoi ultimi due libri vanno nella direzione dell’autobiografia. Una parabola curiosa se si pensa all’inclinazione a evitare queste tematiche all’inizio, non trova?

«Sicuramente, adesso forse ho altri strumenti e quindi posso affrontare discorsi che una volta non riuscivo a elaborare. Proprio perché mi era difficile affrontare certi argomenti mi piaceva di più un tipo di letteratura cerebrale, fredda e controllata. Quello che sto cercando di fare adesso è di usare questa passione per la geometria per parlare di cose più scottanti. Da ragazzo ero molto debitore nei confronti di Calvino e di una certa letteratura francese degli anni ‘60 e ‘70. In realtà, lui stesso ha scritto cose molto diverse,  non era lo scrittore algido e distaccato che si dipingeva, quindi il mio era un tentativo di emularlo copiandolo male, anche travisandolo. Di sicuro la strada che ho preso è molto diversa,  ma il problema è che con gli scrittori che ammiri non potrai mai sapere quello che potrebbero pensare di te».

Lorenzo Germano

Ventre, la riscoperta del corpo di Della Cioppa

«Mi sono uccisa il giorno del mio compleanno. Non ricordo l’ora, faceva caldo». È lo sconvolgente incipit di Giulia Della Cioppa, che in Ventre (Alter ego) racconta il contrasto tutto femminile tra madre e figlia. «Ci deve essere stato un tempo in cui le donne hanno educato alla brutalità», si legge nel primo romanzo della scrittrice campana, dove il conflitto psicologico si alterna a un piano di primordiale di violenza. Il rapporto lacerato della ventiseienne Margherita con la madre, fatto di traumi e «scontri tra mannare», può trovare pace soltanto nel suicidio, che però fallisce e la ragazza si ritrova in un letto d’ospedale, orfana di tutti i sensi tranne la vista. Inizia così un delirante percorso di crescita, proposto con lo sguardo straniante e i ricordi agrodolci della giovane, se è vero che «quando il dolore smette di colpire, fosse pure per un secondo, lascia un posto su un’oasi di pace».

«Non mi toccavo quasi mai a mani nude»

Procedendo con una scrittura rapida e spezzata, Della Cioppa tratteggia la vicenda di un corpo, sede di emozioni e residui di un gioco di attrazione e repulsione della madre: «Avevo male alla pancia quando stavo in macchina con lei, mi si accartocciava il ventre». Una materialità che è croce e delizia, desiderio e rifiuto, violenza e dolcezza. Se l’assenza fisica è inizialmente una liberazione da pulsioni disgustose per Margherita («Non mi toccavo quasi mai a mani nude»), diviene poi epicentro di una riscoperta della centralità del corpo attraverso le cure, anche sadiche, dell’infermiera Bianca. È lei l’elemento che smuove l’immobilità della ragazza in coma, quando intuisce la sua capacità di vedere e comprendere ciò che avviene attorno a lei. S’instaura così, oltre all’impossibile dialogo mentale finora intrattenuto con ospiti e medici, una reale comunicazione tra le due – attraverso lo sbattere delle palpebre Margherita può assentire o meno  ̶  che sfocia nel tentativo di ritrovare gli stimoli percettivi della ragazza inferendo tagli e ferite con un bisturi la notte, quando tutti sono via.

Femminile e maschile

Nel caleidoscopio di personaggi femminili  ̶   il maschile è rifiutato in tutto per tutto, perfino nel perdere la verginità, e il padre non è mai citato  ̶  occupano un posto di rilievo anche altre figure, seppur marginali nella trama principale. Una è Cintia, compagna di stanza di Margherita, che si trova in uno stato di coma irreversibile, ferita a morte dal compagno: «Un verme l’ha presa a martellate in testa. Pare fosse il suo fidanzato e lei il suo feticcio». Nelle poche scene in cui è presente, viene dipinta una drammatica storia di violenza ed eutanasia, in cui vediamo i genitori della ragazza, più o meno coetanea della protagonista, incapaci di deciderne la fine. È allora un’amica, una «cagna sciolta», a farsi carico di quella responsabilità, ingaggiando una battaglia condivisa anche dai pensieri di Margherita: «Solo se rinascesse senza corpo, se non avesse memoria, potrebbe valutare l’ipotesi di vivere in una teca». In una delle pagine più struggenti del libro, la protagonista osserva la processione del neurologo, del medico legale e dell’anestesista, trasfigurati in moderni re magi, giunti a dare l’addio alla giovane, deformata a Cristo morente, più che nascente. Un epilogo diverso dalla protagonista che invece, ancora soggiogata dalla madre, andrà in contro a nuova vita.

Lorenzo Germano

Giulia della Cioppa, Ventre, pp.144, Alter Ego Edizioni, 2023; euro 16,00

Malapace, la prigione delle scelte

Malapace (Miraggi) è un libro capace di gettare luce su un periodo complesso della storia francese: l’occupazione nazista e il regime di Vichy. L’autrice è Francesca Veltri, al secondo romanzo dopo Edipo a Berlino (Divergenze), che torna a scandagliare gli angoli più bui della Seconda guerra mondiale con una trama che unisce con grande maestria temi spinosi come l’antisemitismo, i sogni della sinistra europea, il senso di colpa individuale e il cattolicesimo di inizio Novecento.

Dal comunismo a Pétain

Protagonista è François, imprigionato a Camp de Carrères nell’autunno del 1944 con l’accusa di aver collaborato con il governo di Pétain. Il suo è un passato travagliato ripercorso nel dialogo con l’amico d’infanzia Antoine, anch’egli imprigionato perché ex miliziano convinto. Orfano di padre in tenera età, François racconta l’infanzia nella campagna francese dove conosce Martine. È lei il primo ostacolo per la fede cattolica del bambino, che entra in crisi quando scopre le origini ebraiche della ragazzina e le idee socialiste del padre insegnante.

Poi ci sarà l’amore per il comunismo con Jean-Pierre, compagno di studi a Parigi: un credo politico che costerà il sostegno della madre e del suo nuovo compagno, un piccolo industriale. La nuova fede di François vacillerà dopo il viaggio in Unione Sovietica di Jean-Pierre e di Martine, divenuta sua compagna, per le atrocità staliniane viste e denunciate alla stampa. E qui il cambio di casacca più inaspettato: il protagonista rifiuta la Resistenza, a cui si avvicinano i due amici con esiti drammatici, e abbraccia il partito collaborazionista Rnp di Déat – che nonostante l’ispirazione socialista, nutriva idee antisemite e razziste-, tagliando i ponti con il passato.

L’inferno degli ignavi

Brochure di propaganda del marescialli Pétain

“Ero in prigione, circondato da gente per cui ero fin troppo fascista o – nel caso di Antoine e dei suoi amici – non abbastanza fascista; e ogni giorno mi toccava invidiarli tutti […]”

Punto d’interesse del romanzo è un ideale senso di giustizia e pace che guida François, facendolo sentire superiore ma spingendolo anche a scelte dolorose, spesso oggetto di rimpianto. Un sentimento di cui sembrano essere privi gli altri personaggi, convinti delle proprie idee fino alla morte. La malattia che costringe François nel letto, attanagliato da profondo senso di colpa, lo avvicina al Tristano di Antonio Tabucchi, a sua volta epigono del Malone beckettiano: un eroe di guerra che, nel delirio provocato dalla morfina, sembra acquistare umanità e rivelarsi guidato molto poco da ideali di libertà, quanto da spinte egoistiche e materialistiche.

Il giudizio del lettore resta in bilico anche per François: ignavo, idealista o traditore? Le sue decisioni sono forse più che altro una ricerca costante di colmare un vuoto, la mancanza del padre – ricordato come un medico che aiutava anche le persone meno abbienti -, che viene di volta in volta riempita da figure carismatiche (l’amica Martine, il comunista Jean-Pierre, il sindacalista Zoretti). Avvicinamenti che portano François a scelte di pancia, che si riveleranno tappe verso il baratro. Per lui non ci sarà redenzione, anche perché i pochi momenti di rinsavimento dalle cieche adesioni politiche o religiose avranno il sapore di atti mancati verso le persone a cui ha voluto più bene.

Lorenzo Germano

Francesca Veltri, Malapace, pp. 187, Miraggi Edizioni, 2022, euro, 19, 00

Trevi: una coperta infeltrita nella casa del mago

Se l’autobiografia presuppone certezza e l’autofiction l’interrogazione sul proprio tema, non c’è dubbio che Emanuele Trevi con La casa del mago aggiunga un altro tassello a quest’ultimo genere,  fra storie vissute e sospese. Protagonista, come annuncia il titolo, non è soltanto la figura del mago, ovvero del padre del narratore; lo è di pari passo la sua casa, l’appartamento dove il narratore trasloca dopo qualche incertezza e con una inquietudine che resterà tra le mura delle stanze e tra i ricordi. Il romanzo diventa così il tragitto tra la memoria del padre, Mario, psicoanalista junghiano e l’identità del narratore. Un mistero insomma che sollecita altre domande. Tanto che Emanuele Trevi commenta: «Non ho una grande inclinazione a interpretare in modo vincolante i fatti che racconto. Di ogni storia, anche di quella confezionata con la maggiore efficacia, basterebbe tirare un filo per far venire tutto giù, riducendola a un nugolo di fatti insensati. Tanto più con storie di questo tipo, pescate nei fondali limacciosi della vita, della memoria, senza che ci sia bisogno di ricorrere ai trucchi sempre efficaci del mestiere.»

Il cubo di Rubik

In Due vite (2020), Emanuele Trevi  perlustrava le attitudini dei protagonisti, due amici scrittori prematuramente scomparsi  disegnando i loro percorsi attraverso episodi che sancivano tanto i rapporti quanto l’ evidente inconciliabilità dei caratteri. Nel nuovo romanzo la perlustrazione dello spazio e delle parole del padre appare più problematica. Il primo nodo da sciogliere è l’evidenza di un profilo elusivo. « “Lo sai com’è fatto”. Quando mia madre mi parlava di mio padre ci metteva poco ad arrivare al punto, sempre lo stesso: per affrontare qualunque faccenda con quell’uomo enigmatico, quel cubo di Rubik sorridente e baffuto, bisognava sapere-come-era-fatto.» Ma la formula idiomatica nasconde un sapere tutt’al più intuitivo. Emanuele Trevi gioca con sovrana ironia intorno all’enigma: il suo atteggiamento taciturno, la sbadataggine, gli interessi che dalla psicoanalisi trascorrono alla simbologia e all’astrologia, campi questi ultimi condivisi dal suo maestro, il guaritore Ernst Bernhard, i passatempi che che lo hanno accompagnato per una vita: disegnare complesse figure geometriche e lucidare sassi. Tutto ciò non fa che rendere più arduo il ritratto. Emanuele Trevi pesca dunque nella memoria, traccia qualche parallelo con la propria vita, racconta come lo psicanalista perse il figlio durante un soggiorno veneziano nell’istante in cui Emanuele acciuffò per strada la cintura del trench sbagliato seguendolo tra le calli; così come di ritorno a Venezia con il padre, in età adulta, si fecero derubare entrambi perché, nottetempo, non chiusero lo scompartimento della cuccetta

La coperta di lana

Mentre le domande si riconcorrono l’una appresso all’altra, almeno di una cosa siamo certi: la casa, snobbata dalle giovani coppie di sposi che avvertono tra le mura qualche aura contraria se non misteriosa, diventa il fulcro della storia, il luogo dove Emanuele si decide a prendere residenza mantenendo tra tutte le suppellettili una maestosa scrivania che nasconde cassetti, sportelli, ripostigli. E’ il primo oggetto di una lunga sequenza che Trevi adopera per circoscrivere l’ansia del presente e l’incertezza del passato. La scrivania sgombra, ordinata, luogo di lavoro e cesura tra paziente e guaritore, tra domande e risposte, ma anche il posto che separa padre e figlio nell’intervista di Emanuele allo psicoanalista, ormai ottantenne. Più oltre l’attenzione si sposta sui quaderni di appunti e la calligrafia paterna, «un corsivo così ordinato, così esattamente ricorrente nelle sue forme, da dare l’idea di un carattere stampato, di tipo gotico». Anche per lo scrittore, infine, è difficile prendere possesso dell’appartamento. A lungo gli scatoloni del trasloco rimangono a terra in attesa di essere svuotati. Tanto basta per ricordare due preziosi vasi cinesi che ora risultano scomparsi. Ma ben più importante è una coperta di lana infeltrita e bucata: «Ci si avvolgeva per riposare, se la portava dietro in vacanza quando andava a Cortina, la teneva sempre a portata di mano.» Quella coperta sembra di fatto un amuleto. Il foro che la contraddistingue con la circonferenza bruciacchiata è quello un proiettile sparato nel 1945 quando il padre, ex partigiano, in marcia con la coperta sulle spalle, era stato preso di mira da un soldato tedesco.

La casualità, il destino

Come nelle altre opere Trevi lascia aperte le sue domande quanto più rimpiccioliscono le distanze tra lo sguardo e l’oggetto, convinto – come sembra essere – che la vita è condanna alla libertà (così si esprimeva Sartre) e dunque dominio del caso anche là dove si accenna al destino ipotizzando una catena di eventi. Parlando del colpo fuori bersaglio sparato dal cecchino, e pensando all’eventualità opposta, scrive: «Tutto l’intrico del futuro – compreso me stesso, che in questo momento scrivo queste parole – dissolto come una bolla di sapone. Noi siamo gli spettri di quello che non è accaduto».  Di eventi insoluti nella quotidianità della casa del mago, così come in quella più strettamente autobiografica, il libro è una fitta tessitura. La sua bellezza è richiamata proprio da questa voce, come i sassi che il padre smussava e lucidava con la carta vetrata.

Marco Conti

Emanuele Trevi, La casa del mago, pp. 249, Ponte alle Grazie, 2023; euro 18,00

Elisa Ruotolo: Alveare, ovvero il cuore del mondo

«Là dentro la Città vive una strana notte/ dove il riposo è bandito dalle opere/ e il chiasso accompagna le ore»; «E’ un roveto che scotta d’ira – questa casa». Le voci che parlano, rispettivamente quella del narratore e dell’ape Regina, sono voci totalizzanti. La città è l’alveare e l’alveare è il mondo. Elisa Ruotolo, autrice di Ho rubato la pioggia, evoca – proprio come ha fatto nei suoi racconti – il destino dell’essere. Lo fa con i versi di Alveare, un poemetto appena edito da Crocetti, dove  i punti di vista si intrecciano. Si ascoltano le voci dell’apicoltore, del narratore, ma soprattutto parla l’alveare, riflettendosi nelle voci  della Regina «madre di tutti» (ma, confessa, «non governo me stessa») e degli altri destini: La Pupa, La Bottinatrice, La Magazziniera, la Nutrice, Il  Fuco, fino alla Peste, per tornare in chiusura del libro al “noi” corale della collettività in viaggio: la Sciamatura verso nuovi campi, nuove arnie e quindi La Città Nuova.

Un’allegoria tra i classici

In seconda di copertina l’autrice commenta: «Sono voci piene o solo accennate, eppure ciascuna rivela il suo bisogno di essere, di vivere, di alimentare una ciclicità che rappresenta – per noi, come per le api – l’unica eternità possibile.» Alveare nasce come allegoria che rovescia il tema classico, quello che innerva il quarto Libro delle Georgiche virgiliane a cui, nel 1539, si unisce il poema didascalico Le api di Giovanni Rucellai: non sono le api ad essere come gli uomini ma è la storia umana a imitare quella dell’alveare. Se Virgilio credeva come Aristotele che «l’aerea rugiada del miele» fosse «dono celeste», anziché il prodotto dei fiori, nei versi di Alveare, il nettare è fatica e penuria:

Il dio della Città è feroce 
cura le nostre pesti, eppure
ci affama.

Vivere è allora «disfare l’eterno/ è scoprirne la menzogna», «da quando ogni fiore – negli occhi fa male». Nel gioco delle parti la storia umana irrompe solo per negare ogni presunzione bucolica con le parole dell’Apicoltore: «Il pastore può forse amare /la moltitudine che si dà ciecamente al suo governo?». «Come lui lo è del gregge/ io sono la creatura dell’alveare», «io dio d’un nettare che sgorga/ non in obbedienza di un volere/ ma in soddisfazione d’una necessità». Il suo sguardo è ugualmente quello di un escluso: «Osservo senza comprendere/ restando incompreso.»

Dove inizio e fine coincidono

Il verso di Elena Ruotolo, fitto di scenari più che di immagini, ha un registro compatto. Cambia il punto di vista dei monologanti chiamati in causa ma la visione resta ancorata a un destino che non ammette repliche, ad una storia cresciuta come l’alveare nel ciclo del tempo, tra luce e buio, vita e apparente stagnazione invernale. «Quanto serve per stare al mondo?», si chiede l’ape Magazziniera: «Un chicco o il campo in cui si perde?/ Un acino o la sua vite intera?/ Un fiore o il fondo che lo nutre?» Solo la Sciamatura, questo viaggio rituale al termine di un ciclo di lavoro e accumuli, forma uno scarto, un nuovo immaginario: «Esiste per noi una sola domenica/ allora smettiamo il rigore del gesto utile/ e l’esilio allenta il peso della rovina.»

Il disegno poetico di Elisa Ruotolo ha qualcosa di antico e vivido, porta in sé, col tema, quella cadenza ineludibile che è stata degli antichi senza appartenere a nessuno, dove fine e inizio coincidono. Ecco un frammento dell’incipit dedicato all’Inverno:

Ogni voce è persa e dagli occhi non arriva
grazia. Inospitale, il gelo ci fa dormire e ottunde
la profezia del verde. Tutto cade dall’alto
la pioggia lava, poi la neve imbianca
e fa di noi soldati che obbediscono contro cuore
alla trincea e già raccontare non sanno
la propria memoria.  

Marco Conti

Elisa Ruotolo, Alveare, pp. 83, Crocetti Editore, 2023; euro 12,00

Api in un manoscritto medioevale

Marta Cai, tipo una scrittrice

A sette mesi dal suo primo romanzo Centomilioni, uscito per Einaudi e finalista al premio Campiello, Marta Cai è tornata in libreria con un racconto che conferma intatte le sue prodigiose capacità di scrittura. Nella quartina di racconti pubblicati a ottobre da Tetra, un coraggioso progetto editoriale che ogni 4 mesi porta alla luce 4 testi delle migliori penne italiane al costo di 4 euro, Tipo psicanalisi occupa un ruolo di rilievo, nonostante la bontà dei testi di Dario Voltolini, Demetrio Paolin e Alessandro De Roma. Nelle 70 pagine confezionate in un formato grafico che induce i bibliofili al collezionismo, la scrittrice nata a Canelli e residente in Brasile trasla nuovamente i suoi temi più cari: la provincia, i rapporti famigliari, i soldi e il cibo.

La storia di Anita detta Nini

La vicenda è presto detta: la giovane Anita («detta “Nini” a casa, “Ani” a scuola e “Ano” tra i più facinorosi») accompagna i genitori, Dante il piemontese errante (che sogna viaggi lontani, ma passa le serate sul divano a bere Vecchia Romagna) e la moglie Lucia, imbottita di psicofarmaci che etichetta per praticità come «tipo Control» o «tipo Lexotan», in un viaggio verso un fantomatico guaritore svizzero (una macchietta che parodizza, anche linguisticamente, gli epigoni freudiani). Cai è compassionevole e spietata con la protagonista (una versione adolescenziale della zitella Teresa di Centomilioni), che al posto di seguire la famiglia vorrebbe andare al compleanno di Pietro di cui è innamorata, insieme all’amica Anna: esile e «cachettica» vive in una famiglia campagnola tra «le stagioni, le galline ovaiole, il punto di maturazione della frutta, le pere decane».

Proprio frutta e cibo diventano correlativo oggettivo di desideri frustrati e affetti mancati, un po’ come le faraone e gli ossibuchi nel romanzo precedente. Sembra di rivedere Pavese, quando in Lavorare stanca accostava le donne a frutti maturi, che cercava di assaporare, ma spesso vedeva cadere dagli alberi troppo maturi. In questo caso tutto ruota attorno a una pera, simbolo della normalità che Anita vede nella famiglia di Anna e al contempo figura fallica – «sembra il cazzo che c’è nei bagni delle femmine» – , di un incontro con l’altro sesso anelato dalla ragazza. Oppure nei pasti famigliari, che seguono riti precisi, sintomo di ruoli imposti e dinamiche tossiche: «al ristorante la regola lassa era di assaggiare le specialità locali, quella inderogabile di non ordinare per nessuna ragione pietanze che si potessero cucinare anche a casa».

Una via di fuga

Queste dinamiche finiscono per creare gabbie di solitudine e incomprensioni, a cui la clinica svizzera non può porre rimedio. Le uniche vie di fuga diventano per i genitori dei feticci come le cartine geografiche o le pillole della madre, mentre per Anita, schiacciata dai genitori, l’unico sfogo sembra essere la comunicazione telepatica con Anna e Pietro, una sorta di super potere che è l’evoluzione del diario di Teresa in Centomilioni: uno spazio libero, dove esprimere la propria interiorità senza remore e arrivare a fondo dei pensieri più intimi, un po’ «tipo psicanalisi».

Lorenzo Germano

Marta Cai, Tipopsicanalisi, pp.74, Tetra, 2023; euro 4,00

Sinigaglia: «Queste sono le mie parole»

Gli elementi più vistosi di Sillabario all’incontrario, penultimo libro di Ezio Sinigaglia uscito nel febbraio 2023 per TerraRossa edizioni, sono la struttura, lo stile e l’impossibilità di incasellarlo in un genere preciso. Nato nel 1948 a Milano e trapiantato da diversi anni in Sardegna per distaccarsi da «un concetto ornitologico dell’abitare», …

Il libro dei risvolti, ecco le letture di Italo Calvino

Lo scrittore delle “Città invisibili” era nato 100 anni fa a Cuba, ma per lui era più “reale” dire Sanremo Italo Calvino scrisse e ripeté più d’una volta che scrittore e opera sono due cose distinte. Tant’è vero che sulla sua biografia si divertì a inventare. Per esempio scrisse di essere …

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