Carol Ann Duffy. Elegie, quando la giovinezza passa lontano

Love, Elegies, Nature e Politics: tra il 2023 e il 2024, Carol Ann Duffy ha intitolato così quattro antologie sui temi che contrassegnano la sua poesia. Uno sguardo a tutto campo, quello della poetessa inglese, indifferente al bisogno di smarcarsi con tentativi di nuove forme e vertigini linguistiche, ossessione che pare colpire, periodicamente come un contagio, il nostro paese ma che ha lasciato indenne la letteratura inglese per gran parte del Novecento e del nuovo secolo. Rispondendo ad una intervista Carol Ann Duffy ha sottolineato quanto per lei abbia ruolo, in un testo, la sorpresa piuttosto che il confronto con forme chiuse della tradizione o novecentesche. Ciò pur avendo utilizzato il sonetto e la rima. I suoi temi sono universali, gli stessi, direbbe forse la Duffy, che parlano il linguaggio del mito caro a Robert Graves. Ma l’autrice porta nuova linfa a un genere come quello dell’elegia, legato alla transitorietà delle cose e al ricordo. Lo sottolineano gli stessi traduttori e curatori di questa antologia, Elegie , Floriana Marinzuli e Bernardino Nera. Diverse le occasioni che innervano i testi: poesie correlate alla morte dei genitori, ma anche a trascorsi giovanili o ad eventi tragici come quelli richiamati dalla città di Liverpool. «Nel testo della prima poesia Liverpool Echo – scrivono i traduttori – prevalgono riferimenti ed echi con toni nostalgici, di un passato celebre legato soprattutto ai Beatles, citati attraverso uno dei loro brani, Ain’t She Sweet, al loro esordio musicale al Cavern»; viceversa in Liverpool si fa riferimento a un evento tragico, cioè agli scontri tra polizia e tifosi avvenuti nel 1989 allo stadio di Scheffield quando perse la vita un centinaio di persone. Incidenti dovuti, si disse, alla violenza dei tifosi. Carol Ann Duffy tornò invece sull’episodio in seguito a una nuova inchiesta che attribuì le colpe all’intervento della polizia – dedicando con questo i suoi versi ai tifosi morti.

I ricordi, la neve

Se anche in questa silloge si può leggere un sonetto (sia pure con una metrica anticonvenzionale), ogni testo coglie un momento affatto particolare, persino quando il tema elegiaco è centrale. In Giardinaggio la rievocazione dei genitori morti nell’aiuola di casa, indaffarati tra palette e fiori, dà luogo a una visione speculare nel momento in cui la poetessa immagina che possano voltarsi per un attimo verso la finestra e pensare di vederla, di « aver visto un fantasma»:

Ho visto i miei genitori morti curare il giardino;
lei in ginocchio con una paletta, sotto un’ombra verde;
lui stava su dei pioli di legno per appendere un cesto,
trascinandosi dietro la thunbergia alata, l’alisso odoroso
e una miriade di campanelle; la forma del suo sudario scuro
cadeva nel prato.

Se si fossero voltati
per dare un’occhiata a me che guardavo giù dalla finestra,
avrebbero creduto di aver visto un fantasma,
fare cenni…ma come sono corsa giù per le scale, fuori,
erano spariti.


Non potevano rivelarsi, lo sapevo,
dovevano lavorare ancora in giardino, finché arrivò il gelo,
a scolpire tutto quel che piantavano, quel che coltivavano.



Il linguaggio di Duffy è colloquiale. Frequentemente i suoi incipit sono narrativi e i temi della morte o dell’amore (vicendevolmente compresi) hanno il loro fulcro in una scena, una contingenza e in in una accorta riduzione del sentimento, anche quando (se non soprattutto) si è di fronte alla storia…Così in visita al cimitero parigino Père Lachaise, l’autrice ci parla dei viali in rovina dove, «per 10 franchi», ci si aggira con cartine che svolazzano «come bandiere bianche». O come quando parlando del letto di morte della madre, chiosa: «Ci vedemmo la prima volta quando il tuo ultimo respiro/ si freddava come un uovo nel mio palmo». Ma la vera sorpresa di questa lirica coglie il lettore quando il verso, sia modellato su una voce prosastica oppure nel cristallo verticale del sonetto, riesce a a svolgere una autentica metamorfosi. Come accade nella poesia “Freddo”, un frammento dell’infanzia dove la neve, il fiato gelido, un gioco, un pupazzo, i gesti della madre in cucina, raggiungono l’ultimo ricordo:

Era così fredda, la palla di neve che mi piangeva tra le mani,
e nel farla rotolare sulla neve, crebbe
fino a che mi ci sedetti sopra, ripensando alla casa,
dove faceva freddo quando mi svegliavo nella stanza, le finestre
accecate dal ghiaccio, il mio respiro si spogliava nell’aria.
Freddo anche abbracciare il torso di neve e sollevarlo
con le braccia per farne un pupazzo, gli alluci bruciavano, freddi
negli stivali invernali; e la voce di mia madre che mi richiamava a casa
per ripararmi. E fredde le sue mani, che pelavano
e ammucchiavano patate in una ciotola, chinandosi coi palmi uniti
sul viso della figlia, un bacio per le guance fredde, il mio naso gelato.
Ma niente fu così tanto freddo quanto quella notte di febbraio
quando aprii la porta della camera mortuaria dove
giaceva mia madre, né giovane, né vecchia,
e le mie labbra, nel ricambiarle il bacio sulla fronte,
conobbero il significato del freddo.


L’anno scorso Crocetti e i curatori di questa raccolta avevano proposto l’antologia Poesie d’amore, corrispettivo dell’originale Love; è quindi possibile e auspicabile che la quadrilogia venga ora portata a termine.
m.c.

Carol Ann Duffy, Elegie (a cura di Floriana Marinzuli e Bernardino Nera), pp. 107, Crocetti Editore; euro 14,00






							
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