Buzzati e le parole del Colombre

«Mettiamo uno che viene invitato a pranzo. C’è la casa convenzionale e piatta dove tutto procede stanco e prevedibile fin nei più piccoli particolari. Ma c’è anche, rarissima, la casa dove apparentemente ogni cosa è normale e risaputa, e invece tutto acquista un senso, una risonanza, un certo che di appassionato. Ciò è semplicemente dovuto a una o più persone che, pur conducendo una esistenza comune, vivono come se. Come se ci fosse una guerra, per esempio, che non c’è. Come se dovesse arrivare una grande notizia che però nessuno sa. Come se fuori stesse imperversando la bufera, che tuttavia nessuno nomina. (…) E’ a ben pensarci, proprio quello che avveniva anche a noi nei periodi più intensi e sentiti della giovinezza. Quando, pur immersi nel monotono tran tran della scuola o del lavoro, ci pungolava, senza che noi sapessimo, un presentimento di cose grandi che stessero compiendosi di là dei domestici muri o che fossero in procinto di arrivare.» (Dino Buzzati, da “Vivono come se”, In quel preciso momento, Mondadori, 1963)

Il tenente Drogo

A ben guardare il tenente Drogo, cioè il protagonista del più famoso e tradotto romanzo di Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari, si comporta “come se”. Come se la guerra fosse imminente, come se la vita nella fortezza Bastiani fosse il suo destino, come se quel lume visto nella lontananza dell’orizzonte promettesse finalmente una ragione di vita. Così, quando il giovane Drogo ottiene il permesso di trasferirsi, guarda ciò che sta lasciando e rinuncia a partire. Come se…
Di pari passo l’uomo inseguito dal mostro marino, cioè dal Colombre, appena trova il coraggio di salire su una barchetta per incontrarlo, viene a conoscere la verità: lo squalo non desiderava la sua morte ma soltanto consegnargli un talismano, una promessa di felicità. Peccato che la sua fuga abbiano ormai compromesso ed esaurito due vite: quella del protagonista e quella del Colombre.

Il confronto con Kafka

L’uso dell’allegoria su temi esistenziali impalpabili ha consentito facilmente di accostare l’opera di Buzzati a quella di Kafka, ricavando con ciò un primato dello scrittore boemo che, viceversa, si trova semmai in una scrittura e articolazione del testo più originale e profonda.
Anche il celebre critico Emilio Cecchi perse l’occasione di analizzare l’opera dell’autore bellunese se nella Storia della letteratura italiana edita da Garzanti, Cecchi dedica tre pagine per non dire assolutamente nulla: da un canto afferma che l’accostamento di Buzzati a Kafka è facile, dall’altro scrive in una formula ipotetica e gratuita: «La scoperta di Kafka deve essere stata per il Buzzati come un primissimo amore di gioventù. E quest’amore era così spontaneo, illuso e travolgente, che al Buzzati non passò per la testa, neppure per un minuto, di cercare di controllarlo, correggerlo, e tanto meno celarlo.» Inoltre il confronto ha senso unicamente prendendo in prestito solo l’opera maggiore di Buzzati, Il deserto dei tartari, perché è chiaro che sia l’esordio dell’autore italiano, sia il romanzo Un amore come la maggior parte dei racconti fanno capo a una sensibilità stilistica diversa.

La fuga del tempo

I temi centrali de Il deserto dei tartari sono la illusorietà e la fuga del tempo ribaditi peraltro in diversi racconti. Ciò che può essere accostabile alla narrativa kafkiana limitatamente al romanzo di cui parliamo, è la forma allegorica con cui l’autore si esprime e – in modo vago – la presenza di un tema totalizzante e metafisico: in altri termini l’attesa dell’uomo di conoscere la ragione dell’essere.  Il racconto I sette messaggeri (1942) e  altri racconti, riprendono non la tensione kafkiana verso l’ineluttabile condanna o il confronto con l’invisibile, ma  il tema della fuga del tempo e della vacuità della vita umana. Non c’è insomma dialettica tra il mondo referenziale, temporale, e un mondo altro che non appare. Pur senza ricorrere a interpretazioni metafisiche di confronto con l’opera di Kafka, la divaricazione è marcata. In Kafka i protagonisti de Il processo e de Il Castello si confrontano con l’invisibile. Nel primo romanzo il mittente dell’accusa rimane sconosciuto e invisibili sono le fonti e le ragioni degli ordini provenienti dal Castello.
«Allontanando il punto d’osservazione e manipolando di continuo le formulazioni linguistiche, Kafka crea un dominio invisibile in mezzo al mondo naturale: un dominio misterioso e irraggiungibile come quello sovrannaturale del mito tradizionale» scrive Lubomir Doležel , saggista che ha dedicato a Kafka uno studio dettagliato.

I sette messaggeri e i confini del Regno

Da “Il libro delle pipe” (1966)

Nell’opera di Dino Buzzati, al contrario, i personaggi vivono al servizio di proprie scelte: così l’attesa dei tartari dell’ufficiale Drogo, la fuga davanti alla malasorte promessa dalla semplice vista del Colombre, l’impresa del figlio del Re in I sette messaggeri di conoscere i confini del regno. La rappresentazione narrativa allegorica è trasparente e costruita con nessi causali chiari a fronte di circostanze inconsuete, fiabesche o surreali.
Con I sette messaggeri, la narrazione è imperniata sulla scelta del figlio del Re di raggiungere i confini del regno portando con sé i messaggeri in modo da poter dare notizie e riceverne dalla città. Il giovane si rende però conto che, quando giungono le notizie, queste sono ormai superate in considerazione del tempo via via maggiore che i messaggeri adoperano per recapitare i resoconti. Ormai vecchio il protagonista decide dunque di inviare l’ultimo messaggio lasciando che due messaggeri proseguano l’esplorazione ma ancora non si trova ancora nessun confine; i messaggeri incontrano solamente vassalli del regno.
Il traslato metaforico per cui ogni desiderio o impresa si inscrive in una spirale temporale senza fine e senza inizio, rinvia all’attesa del tenente Drogo con cui si consuma la sua esistenza. Il narratore costruisce una filosofia che risponde alle domande anziché porgere una interrogazione.

Un’intervista a Buzzati

Dino Buzzati e, sullo sfondo, un suo dipinto

Nel merito del Deserto dei tartari Buzzati  disse in una intervista che il tema era nato «dalla monotona routine redazionale notturna che facevo a quei tempi. Molto spesso avevo l’idea che quel tran tran dovesse andare avanti senza termine e che mi avrebbe consumato così inutilmente la vita. È un sentimento comune, io penso, alla maggioranza degli uomini, soprattutto se incasellati nell’esistenza ad orario delle città. La trasposizione di questa idea in un mondo militare fantastico è stata per me quasi istintiva.»
Non potrebbe esserci conferma più diretta di come il centro gravitazionale dal quale parlano i suoi personaggi e il dramma sia, appunto, il Tempo.
All’inizio del capitolo XXIV, del Deserto il tempo appare chiaramente come l’antagonista di Drogo; il narratore commenta: «Il tempo intanto correva, il suo battito silenzioso scandisce sempre più precipitoso la vita, non ci si può fermare neanche un attimo, neppure per un’occhiata indietro” Lo scarto dei tempi grammaticali, sembrano rendere più incisivo dal passato al presente l’inalterabilità dello scorrere temporale.»

Fiabesco e fantastico

“Le formiche”, testo e illustrazioni di Dino Buzzati

In molti racconti di Buzzati si affaccia una componente del tutto originale rispetto alla narrativa del tempo che ha avuto anche un correlativo artistico con dipinti e libri illustrati dall’autore. Si sarebbe tentati di dire che il mondo onirico prenda il sopravvento, che la pagina di racconti come Il Colombre o – a scelta – I topi, L’uccisione del drago, appartengano al “meraviglioso” così come lo definì Todorov distinguendolo dal “fantastico” dove (in quest’ultimo) la storia lascia al lettore l’incertezza di decidere se la vicenda possa essere riferita alla realtà o al soprannaturale. Di certo il meraviglioso si affaccia nella sua opera fin dal 1945 quando scrive La famosa invasione degli orsi in Sicilia. Gli animali protagonisti o più spesso interlocutori dei personaggi, svolgono allora una funzione non diversa dal ruolo che posseggono nella fiaba; ma altrove il rapporto con la realtà è mediato da eventi che hanno valenza letteraria del tutto diversa e opposta come nel racconto Il cane che ha visto Dio. Paradossalmente Buzzati si avvicina in questa narrazione al timbro della leggenda (un eremita in odore di santità ha un cane che, morto il padrone, si presenta nella piazza del paese e viene venerato finché quando muore e deve essere seppellito, i paesani scoprono sulla tomba dell’eremita il vecchio scheletro del cane) dove l’invisibile coincide con il sacro.
Ma una terza opzione dell’opera di Buzzati si ha con l’adesione ad un altro modello che presuppone una narrazione realistica: è il caso del suo primo romanzo Bàrnabo delle montagne (1933) dove compare il tema del tempo che svuota l’energia del protagonista, così come più marcatamente nel Deserto dei tartari (1940), mentre in Il segreto del bosco vecchio (1935), la componente fiabesca è già perfettamente delineata: il vento Matteo, liberato dalla grotta, nutre riconoscenza per il suo liberatore, il colonnello Proclo, e al contrario gli animali del bosco svolgono il ruolo di antagonisti parteggiando per il piccolo Benvenuto. Il lirismo, che nella scrittura asciutta di Buzzati innerva tante pagine, permea anche quelle del secondo romanzo dello scrittore.

Marco Conti

Buzzati in via Solferino, a pochi passi dalla sede del “Corriere della sera”

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