Bunin, Il signore di San Francisco e altri racconti

«Il signore di San Francisco – nessuno che ricordasse il suo nome, a Napoli o a Capri – era partito per un viaggio di due anni nel Vecchio Mondo con moglie e figlia, solo e soltanto per diletto.»

Nell’incipit di uno dei racconti più belli di Ivan Bunin, appunto Il signore di San Francisco, è rappresa la sorte e il contrappasso senza colpa del protagonista. Protagonista che non avrà neppure un nome ma certamente una sorte. Il Signore di San Francisco giunto all’età di cinquantotto anni, è convinto di avere diritto finalmente a una pausa dagli impegni, è convinto che la sua ricchezza gli dia il diritto di godere gli svaghi della traversata, l’esotismo dei luoghi, la bellezza del Mediterraneo e di Capri. Ma Ivan Bunin, minuzioso fin dalla prima riga, non concede al suo personaggio neppure il lusso di un nome. Eppure il fasto è evidente, il signore di San Francisco è munifico con gli inservienti: «Quando infine l’Atlantide entrò in porto, attraccò alla banchina i tanti piani della sua mole formicolante di passeggeri e si udì il clangore delle passerelle, quanti concierge scortati dai loro assistenti col berretto bordato d’oro, quanti intermediari d’ogni sorta, e ragazzetti sfaticati, e accattoni robusti e pasciuti con in mano fasci di cartoline colorate si avventarono incontro al signore di San Francisco per offrire i propri servigi!»

Un contrappasso inatteso

Ivan Bunin

Ma non è proprio quello che il protagonista si attende da Napoli. Persino la giornata è grigia e senza colore. E prima di raggiungere Capri arriva persino un po’ di pioggia, né la quiete di marmi bianchi della sala di lettura dell’hotel dove alloggerà sembra poter restituire le attese. La morte del protagonista è improvvisa e quasi inavvertita dal mondo che gli è intorno. In pochi minuti «l’albergo tutto era ritornato come prima. Ma la serata era rovinata senza rimedio».

Descrizione della vanità

Maestro di descrizioni al pari di Čechov, a cui può essere accostato anche per la densità lirica della sua prosa, Bunin scrive a questo punto del racconto una delle sue pagine più vive. Il trasporto del cadavere dall’isola a Napoli replica l’intero animus della narrazione, drammatico, amaro, inteso ad avvicinare i fasti della bellezza alla vanità e alla miseria. La salma viene trasportata su un biroccio tirato da un cavallo: «Il vetturino, un pelandrone con gli occhi rossi, una vecchia giacchetta con le maniche troppo corte e le scarpe scalcagnate, era fresco di sbornia – aveva giocato tutta la notte a dadi in trattoria – e frustava continuamente il bel cavallo robusto dei tanti campanellini attaccati ai finimenti pieni di pompon di lana colorata e alle piume del dorsale di rame, mentre la lunga penna d’uccello che sporgeva dalla frangia della criniera ondeggiava al passo.»

Capri, Gor’kij, Lenin

Bogdanov, Gork’ij, Lenin (Capri, 1908)

Al racconto eponimo scritto nel 1915, l’edizione Adelphi (era tempo che un editore si curasse di questo grande della letteratura russa) accoglie altri 14 racconti risalenti primo decennio del Novecento fra cui Fratelli, La bella vita, La morte, scritti proprio a Capri nel 1914 e presenti in questa stessa raccolta. L’isola accolse del resto in quel periodo numerosi intellettuali russi tra cui Maksim Gor’kij e Lenin. Ma Ivan Bunin faceva parte di una famiglia aristocratica caduta in disgrazia quando lo scrittore era ancora un adolescente che, per questo, dovette essere ritirato dalla scuola privata che frequentava. Quando come molti russi fu costretto a lasciare la patria scelse la Francia come nuova patria e scrisse di quei rivolgimenti nel suo diario, poi pubblicato col titolo di Giorni maledetti. In Italia ci venne dal 1911 al 1914 soggiornando sempre a Capri ma viaggiando anche tra Roma, Firenze e Palermo. Più di quanto non dicano i racconti, Bunin amava la penisola e si ispirò alle atmosfere dei suoi viaggi in diverse liriche. Fu la poesia la prima passione letteraria dello scrittore e della poesia anche la sua narrativa riporta la densità di immagini, le descrizioni liriche sempre personali come indica anche la predilezione per la scrittura dominata dalla soggettività. Scrisse in versi tra l’altro su Giordano Bruno.

Curiosa invece la disattenzione dell’editoria italiana anche dopo l’attribuzione del premio Nobel  nel 1933, primo tra i russi a riceverlo. Nel 1948 fu Tommaso Landolfi a tradurlo con le pagine di La grammatica dell’amore.  L’attuale versione di  Il signore di San Francisco, di Claudia Zonghetti fa seguito a quella del 2015 A proposito di Čechov edita sempre da Adelphi.

Ivan Bunin, Il signore di San Francisco e altri racconti, Adelphi, 2020, Pp. 244, euro 20,00.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *