Benzoni, la memoria, le nevi

L’inverno, la neve e ancora l’inverno. E’ la stagione prediletta della poesia di Ferruccio Benzoni, l’identità e il contraltare alla dissipazione della memoria, alla fugacità colorata dell’estate, anzi della «porca estate».

E’ impossibile leggere l’intero percorso del poeta senza incontrare questo immaginario nell’immobilità scarnificata della stagione invernale, nel sodalizio con la neve. Spiace quasi che Gaston Bachelard  non vi abbia dedicato un saggio nella sua ricognizione fra le sorgenti materiali della lirica. Molte cose forse vi sarebbero declinate a volo d’uccello ora che, con la pubblicazione di tutte le poesie di Benzoni (Con la mia sete intatta, a cura di Dario Bertini, Marcos y Marcos, 2020), l’itinerario è tracciato una volta per tutte.

Il percorso consente di fare un passo oltre la semplice definizione dell’opera ( come di un piccolo trésor avrebbe forse detto Benzoni) tra le pieghe dell’ultimo ventennio del Novecento. A cominciare dal quasi sconosciuto Canzoniere infimo, dove il verso narrativo di Benzoni, preso da suggestioni crepuscolari non assomiglia affatto a ciò che diventerà.

Gli esordi

La poesia di Ferruccio Benzoni, da un certo momento in poi farà del verso di Vittorio Sereni la sua stella polare. La circolarità dei temi, le sospensioni frammentarie della memoria e la nominazione di piccoli scorci pronunciati con ironia, arriva tuttavia a questa definizione dopo aver attraversato la pronuncia di versi lunghissimi e di echi talvolta gozzaniani. Ma appena trovato il suo passo, ecco la trasmutazione. Dal greve incipit di “Poesia di figlio”, «Ancora intride storti rami la memoria/ che a me paiono eterni e sono solo – dici – / piccoli fuochi dove la vita è rada e calva» (Canzoniere infimo e altri versi), alla leggerezza tranchant – per esempio – di (Truffaut) citato così nel titolo tra parentesi nel primo libro che innerva la maturità, cioè Fedi nuziali (1985-1987): «Con tutto quel vento/ e, accecante, un pulviscolo…/Dal mare vorticante un mare/che si faceva sabbia, smeriglio.»

La stessa voce monologante, la stessa immediatezza che si troverà in Numi di un lessico figliale (1987-1993), forse la sua opera più intensa: «Quante volte avrà squillato?/Squillerà a lungo nella casa/ vuota dove non siamo più.»  (L’amnesia dei morti)

L’immaginario, la materia

La maturità cambia in Benzoni anche lo spazio lirico. L’esordio è interamente occupato dal discorso soggettivo, dai trasalimenti e dalle relazioni, dove lo spazio materiale ha un minimo ruolo e la natura è – quando pure compare – strumento e traslato occasionale: «Ah, passione, vattene via: mesta traligni e dolce/ la cara malinconia dell’impietrito quieto» (Ah, passione, vattene via) dove all’ultima terzina scrive: «Chiaro nel vento io sento che ragazzo torbido in me/ per te sarò l’amore sempre da vivere (…)».

Sensi e colori, natura e materia vanno via via guadagnando maggiore rilievo verso la metà degli anni Ottanta. Eppure in questa oggettivazione del vissuto, in questa proiezione (ugualmente cospicua in Sereni e in Fortini) non è il paesaggio, né il mare di Cesenatico a dominare, non sono (per rimanere alla superficie della paternità lirica sereniana) gli “immediati dintorni” della vita di provincia, la matrice o  la rete di relazioni traslate. Lo è invece la stagione, il ciclo stagionale, con le sue risonanze indirette. Risonanze dello spazio in cui più che i sensi ha ruolo l’immaginario, la figura sedimentata e onirica, l’archetipo materiale. (Qui sopra nella f.to Benzoni, a sinistra, con Vittorio Sereni)

Stagioni

Il verso di Ferruccio Benzoni conosce due versanti antitetici e, in una lirica continuamente interrogata dalla memoria, il tempo dell’intimità e del ricordo, non può che articolarsi intorno all’inverno. Al contrario i furori estivi sono esclusivamente quelli della dissipazione, una sorta di ingombro dove anche i colori sono privi di valore, offuscati e disciolti dalla luce.

Metonimicamente sarà la neve dunque il luogo dell’imagerie. La neve è connotato flagrante del tempo e di un passato irraggiungibile, già delineato con questa valenza in “Preistoria d’ un canzoniere”: «Verrà altra neve sulla neve e i treni (forse)/ transiteranno ancora ma…avessi sete freddo?» (“I vivi innaffieranno i fiori”). La quiete, il sonno, i sogni che l’immaginario staglia in un paesaggio immobile sono ugualmente quelli consoni alla neve: «Ma dormi dormi come i ragazzini che sognano neve/ l’indomani al risveglio con il latte caldo versato/ da gorgoglianti bricchi in madide cucine (…)» (Delle nuvole).

Negli anni ’80 la rivista di Cesenatico voluta da Benzoni, Stefano Simoncelli e Walter Valeri esclude l’antitesi tra tradizione e avanguardia

L’estate

Ma prima di riunire l’inventario lirico di questo paesaggio, ecco che, in minore, con qualche rara immagine, la luce è pronunciata in emergenze significative: «lo scialbo solicello – verde poco più che bava – / languidamente a sfiorarmi una larvale insidia/(di contagio, una peste?) sinistramente annida.» Così la solarità è quantomeno irrilevante se non odiata e quasi associata alle cose moleste in “Perché infine riaffioro”: «guardando in alto quel chiasso di luce » pronuncia l’autore, mentre l’annuncio primaverile può sedurre ma, ugualmente, ciò non toglie che aprile «svaga e farnetica» (Gioiosa pedagogia). L’estate di pari passo può essere «agonia di pitosfori secchi». Più spesso la stagione in cui trionfa la luce  si fa scenario tronfio e superfluo. Nel tempo interiore, nella cadenza degli anni, è perdita. Nella poesia “Di giugno”, scrive: «Altre calamità/ non sempre dicibili non /miniaturizzabili sempre/ – e il sole a bruciapelo/ di un’estate irrompente soccorrendo/ tutto il verde delle robinie./ Ma vedi come l’età aiuta/ a mitigarne lo sfarzo (lo spasimo)/ adducendo brividi in un poco/ d’ombra serale, vociferando/ piovaschi da una sventagliata/ bassissima di rondini…». In “Momento estivo” (Fedi nuziali) c’è un’ora del «meriggio allucinata/fosca fin quasi per la gran calura», dove resta qualcosa come di «una fotografia triste», finché si avverte «tedio o malessere/ come sentir parlare di una donna amata».

Vaucluse e altro

Se l’inverno e la neve sono il luogo intimo e spesso desiderato, colore nell’assenza di colore, l’autunno consente perlomeno di mitigare «l’insolenza dei colori», sia pure nella celebrata provenzale Vaucluse dove Sereni, Benzoni e altri poeti trascorrono qualche giorno. In “Célébrer Vaucluse”, è esattamente il timbro emotivo della stagione che trapassa:

Già rivolto a settembre un cielo
fiaccava l’insolenza dei colori:
tra non molto una marea
di foglie avrebbe invaso gli occhi.
Allora con cuore di loriot
e vellutati artigli era l’ora
di preparare il viaggio…
Sul Magra e a Cesenatico lese
s’avventavano precoci non indolori
un sole trapassando
tuttora carico ma sconcertato.
(…)

Per la cagnetta Orazio

Uno dei testi più belli e personali di Ferruccio Benzoni, dove il verso pur nella discorsività è reso incisivo persino nella divagazione (cioè “Per la cagnetta Orazio”) , implica quasi una dichiarazione di poetica commentando la morte dell’animale: «Quasi mi consola la tua morte:/  mi aiuta a meglio sopportare/ andando a tentoni/ le buche dove inciampo».  Questo andare a tentoni ribadito nel lutto affettivo come una conferma della condizione iniziale, è l’assenza da cui affiora l’immaginario complessivo del poeta con il traslato più ossessivo: l’assenza di colore, il paesaggio innevato silenzioso ma dolce nelle memorie e il suo contraltare. La sestina finale della poesia dice infatti con la leggerezza, con l’irrilevanza di un’esclamazione, di un pensiero rimuginato e nondimeno lirico: «Eh le carezze (le mie) mancate,/ la porca estate e tutto il resto». La data è riportata in calce come doverosa memoria: agosto 1989.

Immagini della neve

Le occorrenze inerenti i lemmi o le relazioni immediate con l’inverno (come “il gelo”) costellano l’intera opera e si fanno frequenti, come ho già accennato, dal libro Fedi nuziali. Ma più rilevante naturalmente è il modo con cui il discorso lirico di Benzoni inventa questo immaginario. Gli indizi materiali delle stagioni sono sempre colti in una immediatezza connotativa perentoria. Le fioriture ne sono un esempio più raro ma ugualmente esemplare: «Quella bucherie di forsizie e d’anime» è l’incipit di “Leggevamo Benn” in Numi di un lessico figliale. Ugualmente di forte invenzione metaforica è il verso «Un’avanguardia di rosse rose/ astiose e un verde/ di spatola furiosa sotto un cielo/ lustro irrimediabilmente e /afono.» (in apertura della sezione “Nei paraggi di un dio furtivo”, Numi di un lessico figliale).

Così la coerenza dell’invenzione quasi sorprende quando nella stessa raccolta leggiamo:

Dicono intanto nevicherà.
Quei colori non vorrei perdere
scialati
ravvivarsi in un gran gelo.
I colori vivono dunque del contrasto col gelo, con il manto nevoso, si ritagliano davvero nel tempo congelato dell’inverno, contrariamente a quanto accade nella primavera che immerge forsizie nella sua bucherie.

La memoria dell’inverno

A confermare la ricchezza del campo semantico dell’inverno sono i versi di Fedi nuziali, dove in “Folate”, leggiamo: «Sarà che Nadia ha un po’ di febbre/t’accartocci turbata/pietrificata l’estate in uno sbaraglio/ arditamente primaverile. Ah, l’inverno ringavagna/ astuzie crudeli – tra breve/ sarà a noi l’inverno: ai vetri/ affiderò le tue iniziali.» Benzoni usa un lemma antico per dire che accoglie in sé nuovamente le memorie benché crudeli, le “rimette nel cavagno” dice il verbo: un vocabolo in disuso e un’eco dantesca dove «la speranza ringavagna». Ecco dunque il tempo ideale da cui scaturisce idealmente la voce lirica. L’inverno diventa non solo luogo della memoria ma del vero: «Anche tu l’hai veduto/ svenarsi l’inverno in avvisaglie/ roseogialle o/ più crudamente verdi – scomporsi/ a non meno marcescibili idilli/ di novità tardive presto/ redivive di ricordi come un cancro…»  (“Sottovento”).

E’ nel silenzio della stagione invernale che il verso di Benzoni immagina ogni momento esemplare. In “L’inverno dell’altro ieri” scrive: «Ricordi/ l’inverno dell’altro ieri?/ Il nostro primo di fedi nuziali…». E nell’ultimo testo della stessa raccolta citata, “Elegia del congedo”, conferma:

Solo adesso potrei dire
che l’inverno rifonde tenendole per sé le memorie.
Sarà per via della neve.
Dei freddi fiori
spettrali eppure fiammanti.

“Numi di un lessico figliale”

La raccolta che riunisce testi dal 1987-1993, Numi di un lessico figliale, convoglia testi di esiti originalissimi nonostante modalità espressive che riprendono il dettato di Sereni nelle iterazioni interne ad una stessa poesia, e ancora in espressioni parentetiche e allusioni a memorie letterarie. E’ il libro di cui ho già citato l’incipit fragoroso di «Quella bucherie di forsizie e d’anime»; è il libro in cui i versi brevi e strofici di “In memoria della cagnetta Orazio” approdano a una pronuncia personalissima, tesa eppure di scarto minimale rispetto al linguaggio più figurativo appena citato o ai versi (sempre in medias res): «Nel verde dei suoi occhi aguzzi/ riarde il mio futuro/ di metrica e di vita» (“Im Dunkeln”)… O dove si trovano lancinanti versi come «dal tempo di una cometa celeste cagionevole» (A mala pena). Forse è tra gli esiti più alti della lirica italiana di fine secolo. La prima strofa de “L’amnesia dei morti”, ricca di una trasparenza figurativa finora solo episodica, è esemplare:

Quante volte avrà squillato?
Squillerà a lungo nella casa
vuota dove non siamo più.
Rimanga pure là.
Eppure io ci credo
tra la lebbra di quei muri
in tanto deserto
ancora qualcuno risponde per me.

Il lessico e (ancora) la neve

La stagione della neve, qui più che altrove, ha una spiccata valenza di bellezza: dall’implicazione di «Dicono intanto nevicherà./ Quei colori non vorrei perdere» in “Elle traverse un pont et disparaît”,  al più diretto «se un gelo/illustra una foresta, una betulla/ (una tra tanta foresta) assiderata da mozzare il fiato» di “Una lapide”, al verso conclusivo di “Una cerimonia” dove il paesaggio innevato è condizione sufficiente per riascoltare la figura materna e quietamente pronunciare in chiusura: «Giacendo nel sonno ascolterò la neve.» In “Notizia ultima” gli stessi versi della stagione diventano invece metapoesia, riflessione sul dettato lirico: «rivederti/ poi sparire con le metafore/ dilaniate arse degli inverni/ dietro il verde della vita».

L’ultima raccolta pronuncia simbolicamente fin dal titolo il centro in cui gravita, Sguardo dalla finestra d’inverno, che riunisce i testi del 1995 e del 1996. E’ una poesia più petrosa, dove il verso assertivo lascia in disparte l’ironia allusiva e frammentaria del monologo che si evinceva nel libro precedente. Così anche il paesaggio gelido sostituisce la neve: «Dicembre senza grazia senza/ l’amata neve cara a Boris Pasternak» dicono i primi due versi di “L’inverno dopo”.

“Versi silenziosi e illusori”

L’ultima raccolta del 1996, Versi silenziosi e illusori,  mostra un immaginario simile nel quale il mondo esterno continua ad essere colto attraverso il medesimo paesaggio. Tuttavia, la valenza evocativa non è più legata all’intimità del ricordo, ma all’assenza, al gelo: «Oh, la morte di cui vociferi/ dal fondo dei deserti inverni!» (“Ultime a G.”) e di pari passo al tempo trascorso: «E quanta – pensa – neve è caduta/ sui cipressi poi sulle graniglie». In “La casa sul mare” il dialogo con l’Aldilà trova proprio nel paesaggio invernale la sua corrispondenza: «- La neve mi fodera che riposa/ algida sul mio ghiaccio come/ una sposa, una colomba senza desideri.»

In queste pagine il microcosmo invernale diventa totalizzante così come accade in “Andenken” dove «La neve che qui volteggia o in marci/ torsoli s’aggruma è sete,/ insaziabile memoria.»

La neve ovvero l’inverno, prima evocato come correlativo della pace e dell’intimità, è stato una visione paradigmatica del tempo ciclico, un traslato della memoria più di quanto lo consentano altri scenari, viceversa dispersivi, traslati di contingenze irrilevanti come appare l’estate…Così fino a queste ultime pagine dove il paesaggio addormentato non rinvia più alla visione netta del passato e alle sue ridondanze  ma diviene ghiaccio, «colomba senza desideri».

Marco Conti © Riproduzione riservata

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