Il caso Augusto Blotto, una nuova opera e un’opera nuova

L’ultima opera del poeta torinese Augusto Blotto, Ragioni, a piene mani, per “l’enfin!”, è sconfinata più di quanto lo siano state le precedenti: conta attualmente 2700 cartelle ognuna delle quali riporta mediamente 28 versi componendo così un flusso di 75.600 versi.

Di questo corpus, le edizioni [dia-foria, di Viareggio hanno oggi dato alle stampe una piccola ma significativa porzione, così come lo può essere la cima di un mastodontico iceberg le cui algide luminescenze si intravedono da miglia marine di distanza e come recita opportunamente il sottotitolo, Estrazioni dai giacimenti dell’opera.  Il volume curato da Daniele Poletti è accompagnato da un apparato critico con saggi di Giacomo Cerrai, Chiara Serani, Stefano Agosti (ripreso da una precedente pubblicazione) e Philippe Di Meo. Sarà questo, prevedibilmente, un ulteriore punto di riferimento per la critica dopo la pubblicazione degli Atti della giornata di studio svoltasi nel 2009 con l’apporto di Giovanni Tesio, Giorgio Bàrberi-Squarotti, dello stesso Agosti, di chi scrive ora questa nota, accanto a Di Meo e ad altri autori e critici.

Solmi e Agosti

Parlare di Augusto Blotto nei termini consueti di una recensione, magari con il corollario e la retorica dell’autore alla macchia, sarebbe però fuorviante perché il libro voluto da Poletti è l’ultimo passo di un percorso che procede dagli anni Cinquanta,  che affaccia più di una ventina di libri editati e altrettanti inediti, e sulla cui eccezionalità formale si era già pronunciato Sergio Solmi parlando su Paragone, negli anni Settanta, di «scrittura divergente».  Solmi rilevava che  la poesia di Blotto si inscriveva nella fenomenologia  del vuoto tipica dello zen. Una lettura piuttosto semplicistica ma che a lungo è risultata

quella più frequentata. Si è così arrivati al 2004, quando un saggio di Stefano Agosti ha fornito un’interpretazione analitica e puntuale mettendo in luce il concetto di «lingua dell’evento». In Forme del testo (Cisalpino, 2004), Agosti scrive che le osservazioni di Solmi giungono a una conclusione fuori strada limitandosi a rilevare che le unità semantiche degli enunciati non intrattengono tra loro un rapporto logico.

«La scrittura divergente – scriveva Agosti – esibisce ciò che il linguista Tesnière (…) riconosceva come una delle proprietà fondamentali del linguaggio: vale a dire l’indipendenza dell’ordine semantico dall’ordine sintattico.» Per contro Agosti metteva in chiaro che il verso di Blotto faceva «corpo con l’evento» attraverso una lingua «né rimemorativa, né commemorativa, né mimetica, né narrativa, ove le parti del discorso si scambiano i ruoli, per cui l’aggettivo si scambia col nome, il nome col verbo (…) in un continuum eracliteo».

Un perenne presente

Quella di Agosti è una chiave di lettura non eludibile e gravida di sviluppi. Proprio questo continuum eracliteo sembra evidente nel momento in cui si scopre, in ogni parte dell’opera, che la prospettiva temporale scompare, cancellata da un presente incessante, proteiforme, ramificato: un ventaglio di eventi (emotivi, riflessivi, percettivi soprattutto) che sembrano procedere come un vagabondaggio all’aria aperta. Vagabondaggio che richiama la stessa abitudine dell’autore di svolgere lunghe marce esplorative (come dicono le date e i luoghi che contrassegnano in  calce gran parte dei testi poetici quasi fosse un diario di bordo)…Viaggi dove la percezione della materia procede con le immagini dell’ambiente e i pensieri in un movimento continuo, da cui sembra scaturire, almeno a un primo approccio, la scelta formale di questa scrittura.  

Di questi itinerari Augusto Blotto mi parlò fin dal nostro secondo incontro quando gli proposi una intervista e lui enumerò i suoi percorsi all’aria aperta, in Piemonte, in Francia e altrove. «Procedo come un verme» disse per sottolineare  come il mondo gli perveniva attraverso i sensi. Dunque senza filtro razionale, senza sintassi ma con una eccedenza, se così si può dire, di nuclei semantici e di “scambi” tra le parti del discorso.

Augusto Blotto

Il presente e lo sconfinato

Nel mio saggio Il presente e lo sconfinato nella poesia di Augusto Blotto (1) ho parlato di «una sensorialità acuminata di cui la lingua fa sfoggio» in tutta l’opera edita e inedita,  una fisicità che si avvale di ogni possibile sintesi e figura nella messa a fuoco degli oggetti indipendentemente dal tono e dalla materia assunta dai testi.

In Traquillità e presto atroce (anni 60-61), titolo edito da Rebellato nel ’63, si legge:

Perché la punta del giorno è una lingua

di caffè nero, torridissimo, che fra balli

di galantina luce (baltei, freddo-centauro

sui maltosi da garages (…)

Qui la metafora calata nella quotidianità non è per questo meno visionaria e straniante. Il dato prosaico  precede e collide con il lemma prezioso, “galantina”, cioè un piatto freddo coperto di gelatina che offre un’opaca lucidità; il torrido caffè e la luce pronunciata con un lemma desueto contribuiscono alla suggestione del verso restando nel campo semantico dell’enunciato (cibo e bevande)  per poi ribaltarlo con una espressione tra parentesi in un mondo altro, distante: una luce scura, baltea, fredda… che subito per associazione richiama un altro ambiente, discosto da quello detto, cioè i maltosi dei garages che ospitano lucide motociclette/centauri).

Il movimento

Nella lirica di Blotto il movimento è strettamente connesso alla percezione sensoriale. L’autore passa da un oggetto materiale a un altro mentre trascorre da un luogo fisico ad un altro, sia all’interno di un singolo testo che nel complesso dell’opera.  E’ un movimento da cui scaturisce sia la componente lirica, sia l’abbozzo, l’accenno  (e sempre solamente l’accenno) di una narrazione. Scrive in La vivente uniformità dell’animale (Manni, 2003):

«Comoda è la vista saliente in gradoni

di cuscini zeppi di grilli e erboni

glauco inchiostro arcigna rosa di nubi

alla sera sfiatata e pur cristallina:

sorprese piacevoli.»

Il linguaggio divergente (così come inteso da Solmi)  è qui assente ma il dettato mostra la folla di oggetti e il continuo trasferimento cognitivo tra di loro. Ugualmente il processo creativo è analogo quello di versi più oscuri, di cui potrebbero essere migliaia le citazioni rimarcabili. Ma per mostrare questo modo di procedere, è sufficiente coglierne alcune, o una sola. In questo ultimo, visionario, Ragioni a piene mani per “l’enfin!”, ecco l’ incipit di pagina 113 datato St. Ouen sur Morin Sablonnières, aprile 2011:

«Unghia di corno giallino, ammirevoli

vegetazioni sottostando, ha corrugato

la crema del cielo, il suo lindo silenzio

a quadri di vagoni e margini (e per crema

s’intenda quel raggrupparsi a frangia

spinaciosa appresso a un piede che entra

in bagnarsi con dita ad arco, cenere e brusco

il tratteggio della pelle): aspettarsi (…)»

Scribens

Il viaggio della persona fisica corrisponde al movimento, alla dinamica del verso dell’autore o, per essere più chiari e usando i termini di Roland Barthes inerenti i ruoli messi in campo durante la scrittura  (persona, scriptor, author, scribens), con Blotto  la persona privata sembra non solo anticipare ma corrispondere a scribens, cioè all’io che sta scrivendo, che vive nella scrittura quotidiana sulla pagina… Quella che Stefano Agosti ha chiamato “lingua dell’evento”  identifica questo processo creativo.

Il mondo si esprime in Blotto attraverso il movimento e il movimento non può vivere, non può essere (cioè esser-ci) che in un perenne qui e ora. Sotto il profilo formale questo modo di generare la scrittura sceglie quindi non tanto l’invenzione lessicale quanto l’elisione e ricombinazione dei nessi e infine lo sradicamento della parola dal suo codice abituale di contesto: storico-letterario, tecnico, regionale, discorsivo, disciplinare.

Ancora sull’evento

Ciò che accade nella lingua dell’evento è lo spostamento continuo del campo semantico ma in presenza, sempre, di una fisicità debordante e in assenza di prospettiva. Una mancanza che corrisponde alla assenza di prospettiva temporale: poche le circostanze del passato emergenti dal discorso lirico (le più cospicue forse nel secondo libro editato “Il 1950,  il civile”  e ancora in Due mansuetudini congiunte al rozzo, e mai legate a una progettualità d’insieme. La fisicità, la ridondanza, il dispiegamento dei sensi, qualificano anche qui la poesia di Blotto, dove l’energia del verso si consegna al lettore attraverso l’accumulazione.  Il dettato arriva così agli esiti opposti a quelli profilati da Solmi, cioè l’azzeramento dei significati. Viceversa con Blotto la lingua poetica non consente mai di eludere la referenzialità ma semmai la ricombinazione logica del conosciuto. Blotto rende vero ciò che ha detto il Novecento europeo: il linguaggio poetico è  reinvenzione del mondo.

Marco Conti

Augusto Blotto, Ragioni, a piene mani, per l’ “enfin!”,a cura di Daniele Poletti, Pp. 252,  [dia-foria, 2021, euro 20,00

(1)Il presente e lo sconfinato nella poesia di Augusto Blotto in «Il clamoroso non incominciar neppure», Atti della Giornata di studio in onore di Augusto Blotto, Torino, Archivio di Stato, 27 novembre 2009, a cura di Mariarosa Masoero e Gabriella Olivero, Edizioni dell’Orso, Alessandria, 2010.

Thierry Metz su ‘Poesia’

Scorrendo le pagine dell’ultimo numero di Poesia, tra i nomi più autorevoli richiamati dalla copertina (Odisseas Elitis, Darek Welcott, Franco Loi), Crocetti riserva una sorpresa, quasi come tra le pieghe di un libro d’ore: parlo della poesia di Thierry Metz nella traduzione e presentazione di Pasquale Di Palmo. Beninteso, di Metz sono già state tradotte e stampate in Italia alcune opere da piccoli editori, ma il nome di questo autore – appartato quanto intensa e appartata è la sua scrittura – sull’unica rivista di poesia davvero diffusa è insieme un alito di freschezza e un objet trouvée sui binari della consuetudine.

«Ogni giorno costruiva la sua vita con la pala»

Thierry Metz (1956 – 1997) era un manovale, all’occasione un muratore o un contadino che, come scriveva il suo primo editore Jacques, «ogni giorno costruiva la sua vita con la pala dello sterratore e la cazzuola del muratore, con la penna del poeta». Eppure la sua poesia non è quella della testimonianza, ovvero quella di un autobiografismo illuminato dal talento e dall’immaginario – per quanto la ricorrenza dei temi e dei lemmi della quotidianità possa indurre in questo facile percorso critico. Quando Metz dice «scrivo nell’ortica, non nella rosa» intende richiamare le ragioni della poesia ben al di là della nozione di fatica e asprezza quotidiana. Così come si evince dai versi di Una pietra:

 Una pietra, 
 Uno straccio,
 Un pezzo di legno bastano a non essere più solo davanti a certe parole, a trovare loro un fondo o un’infanzia.
 Scrivere non è che toccare.
 Scrivere è il piccolo locale dove ti tocco le mani, la monetina che ti poso in mano
  
 (Un pierre, trad. Pasquale Di Palmo) 

Immagini e metafisica

Così se è vero quanto argomenta Di Palmo, ovvero che il verso di Metz ha poche analogie con la letteratura degli anni Ottanta e Novanta, è parimenti vero che la linearità elusiva dei suoi temi e insieme la fisicità insistita in ogni testo, procedono da quella lirica che da Pierre Reverdy si estende all’ École de Rochefort. La quotidianità, come i paesaggi immaginari di Reverdy, ha il compito di trasporre in immagini sensibili, la condizione esistenziale. Non per nulla Metz ama Paul Celan; non per nulla scrive (e uscirà postumo) Sur un poème de Paul Celan. In “Essere dove la parola è una stanza”, l’autore dice: «Essere dove la parola è una stanza./ Rubarle candore, il pavimento, il tavolo./Dove si può immaginare potrei stare con queste mani da muratore?/ Là. Perfetto come il parapetto di un muro. Ma sempre nella stanza dove ogni sera accendo per te un quadernetto con occhi di merlo.»

Scrittura che scandaglia

La poesia di Metz seleziona e distorce il referente facendovi scaturire una  nozione metafisica. E di pari passo l’uso non raro della seconda e della terza persona singolare, così come l’aura di impersonalità,  estromettono il discorso dal dato contingente. Sono sufficienti alcuni versi per averne la misura: «Scrittura che scandaglia un dio che non crescerà» (incipit di Écriture que sonde); «Egli resta dove siamo un ammasso di pietre» (Il reste où nous sommes un tas de pierres); «”Scavavano”/ rivolto a ciò che non si dice,/ nel foro scavato di ogni richiamo./ E anche ciò che dicevano non tornava a Dio» (“Ils creusaient”). I referenti autobiografici anche qui non mancano qualora si voglia restringere la lettura critica: nel 1988 muore  in un incidente stradale il secondogenito dello scrittore. Metz assiste all’incidente. Per lui non ci sarà più riposo. La depressione lo porterà in una clinica psichiatrica a Bordeaux dove si toglierà la vita. «I passi che sentiamo – aveva scritto anni prima – non vanno da nessuna parte».

Marco Conti

Thierry Metz, “Dove la parola nidifica” di Pasquale Di Palmo, in Poesia, n. 7, maggio/giugno 2021, Crocetti-If-Idee editoriali Feltrinelli, euro 13,00

Biobibliografia:

Thierry Metz è nato a Parigi nel 1956. Ventenne si trasferisce ad Agen dove lavora in cantieri ed aziende agricole, si sposa, ha tre figli e comincia a scrivere. Nel 1988 il secondogenito muore in un incidente stradale. Dello stesso anno è il suo primo libro di poesie Sur la table inventée (edito da Jacques Brémond e tradotto in italiano tre anni fa da Riccardo Corsi:  Sulla tavola inventata, Edizioni degli animali). Tra gli altri titoli, il diario, Le Journal d’un manoeuvre (Gallimard, 1990); Lettres à la bien-aimée, Gallimard, 1995); L’Homme qui penche (Opales / Pleine Page, 1997; L’uomo che pende, Edizioni Via del Vento, 2001, nelle versioni italiane di Michel Rouan e Loriano Gonfiantini). Postumi sono editati: Carnet d’Orphée (Les Deux-Siciles, 2011. Quaderno di Orfeo, Quaderni di Orfeo, 2012, versione di Marco Rota), Tel que c’est écrit (L’Arrière-Pays, 2012) e Poésies 1978-1997 (Pierre Mainard, 2017), che riunisce altri testi inediti di Metz e infine Sur un poème de Paul Celan (Jacques Bremond, 2009) ora in uscita in Italia con le Edizioni degli Animali. Thierry Metz è morto nel 1997 a Bordeaux.

Moscè e la cartografia dell’anima

Alessandro Moscè, ormai uno dei marchigiani più conosciuti e talentuosi specie per la sua non comune versatilità letteraria (è poeta e narratore, ma ha scritto anche pagine di critica impegnativa sulla contemporaneità) con la raccolta in versi La vestaglia del padre edita da Aragno, nel 2019, ascolta “lievemente” il genitore che non c’è più, dando voce all’assenza e rendendo la morte, dunque il tempo scandito cronologicamente, un perimetro scavalcabile.

L’assenza

A chi conosce di persona Moscè non sarà sfuggito che il soggetto testuale, quasi come un taccuino di viaggio tra l’infanzia e l’oggi, si nutre di aneddoti, episodi estrapolati nel repertorio sentimentale, specie inerente la famiglia. L’elaborazione del lutto avviene nel tentativo di ridestare il nulla e il freddo provocati dalla mancanza, il vuoto pneumatico nelle stanze spoglie, articolando i versi, quasi per esorcizzare il malessere, nei movimenti paterni tra le città degli anni Settanta e Ottanta: Ancona e Fabriano, ma anche Roma, dove il genitore ha lavorato per un lungo periodo. Porto Recanati è il luogo delle estati trascorse in riva all’Adriatico e del divertimento in una percezione mai straniata, ma suggellata dalla ritualità infantile.

Un racconto nel racconto

L’autore si muove frantumando le riflessioni, puntando la luce su piccoli gesti, date precise, annate, natali, elevando l’interiorità di un soliloquio, il ricordo allungato nel legame ambivalente tra la sua esistenza e quella del padre (“Una volta, una volta sola / dovrebbe aprirsi l’accesso di una cantina sotto le scale / in quel passaggio che assomiglia alle uscite di sicurezza / dove darsi la mano, guardarsi tre, quattro secondi / e salutarsi con gli occhi arrossati. / Oppure comporre un numero telefonico, / sentire un fruscio di correnti, un buongiorno / e nient’altro”). L’aspetto determinante di questa raccolta ci sembra l’esercizio metaletterario di chi scrive seguendo una linea lirico-narrativa, scomponendola in un racconto nel racconto. Infatti Alessandro Moscè narra sotto forma poetica (non prosastica) nello spazio del reale con una volontà certamente comunicativa, tanto che il suo trasporto emotivo arriva subito al lettore in un deposito di sovrasenso.

Cartografia

 Il discorso poetico è la cartografia di un’anima che insieme al padre porta con sé i nonni e gli zii, le case, gli oggetti, i cibi, gli odori, il vedere e il sentire in una testimonianza scandita da eventi domestici, fitta di occasioni, specie nella seconda sezione (“Sei seduto sullo sdraio di Porto Recanati, forse, / e alzerai le braccia per salutare e ringraziare / chi è venuto a pregare il seme dell’eternità”). La poesia vera è fatta di parole, di materia, di dolore autentico, di ricordi, di follia, di amore, e di immagini sfuggenti, ha puntualizzato Roberto Cotroneo nell’introduzione a La vestaglia del padre. Moscè non esibisce la parola, ma sembra abitarla con il suo stesso corpo, catalizzando la consapevolezza della finitudine umana con uno sgomento che fa parte della propria identità, che non rinuncia, ancora una volta, alla comunione tra i vivi e i morti che tanto ricorda i versi di Vittorio Sereni e Giorgio Caproni.  Colpisce anche la sezione riservata ad una breve degenza ospedaliera, in cui lo sguardo fotografico di Moscè ferma istantanee su medici, infermieri e pazienti, così come la sosta, nell’ultima parte del libro, in un ex manicomio umbro, dove i degenti “aleggiano” nella veste di fantasmi notturni in una struttura abbandonata e ridotta a rudere.

«Re e imperatori di curve festose»

Ma anche in questo caso siamo dinanzi alla proiezione di un riflesso dove i morti conferiscono allegorie e tracce sparse, rimandi a qualcosa che non si è dissipato del tutto. Come non è andato perso l’amore per il calcio, che Alessandro Moscè paragona al basso epico di Jorge Borges. Il padre gli ha trasmesso una passione che incarna, simbolicamente, la lotta per la sopravvivenza come ogni forma di sport agonistico in cui qualcuno prevale sull’altro. E nel calcio viene ritrovata la figura mitica del campione preferito, il centravanti della Lazio del 1974 Giorgio Chinaglia, che fu protagonista di uno straordinario romanzo del 2012, Il talento della malattia (Avagliano), specchio riflesso e fedele di un’esperienza drammatica che Moscè, con la parola della verità, ha offerto al pubblico (“Cerca lui, il nostro amico fratello, il nostro amuleto di granito, / Giorgio Chinaglia, e digli che non è mai morto, / che è stato affidato alla penombra di cuori che battono nel mito. / Digli che facesse ancora un goal di sfondamento, / che ci rendesse felici, re e imperatore di curve festose / adesso, tutti insieme e in un domani senza calendari / nella meravigliosa infanzia, imprendibile gioia”).

Saverio Spadavecchia

Alessandro Moscè, La vestaglia del padre, Aragno, 2019, euro 12,00

Due Poesie dalla raccolta “La vestaglia del padre”

 Ancora un sogno nella fiamma del tramonto,
 in piedi che mi rimbocchi le coperte del letto sfatto
 e mi sussurri il risultato del posticipo della Lazio
 all’orecchio teso per la voce roca.
 Ti lamenti della squadra che ha la difesa debole
 e da viandante di un altro tempo
 non puoi dirmi dove vai dietro il sipario,
 qual è il punto d’arrivo.
 Ma vedi tutto, con decimi decimi negli occhi
 e una cartella sotto braccio,
 i tuoi appunti, la patente, l’agenda,
 i centesimi per il caffè e la pasta dolce
 mentre chiami l’ascensore e non chiudi la porta… 
 *
Tempo fuori programma
  
 La luce è opaca sotto i quadri ad olio 
 dove si consuma lo spazio imbevuto
 della famiglia con la coperta a scacchi sulle gambe
 e un album di fotografie, macchie seppiate
 da rovistare nei cassetti di casa.
 Esiste il tempo accucciato, fuori programma,
 dei cuscini che nessuno tocca e dei telecomandi fermi
 sui lividi della tovaglia e di un mondo
 di anni ghiacciati nella normalità
 tagliata dalla fine, dal tuo nascondimento.
 E’ scontato dire: “Dove sei papà?”,
 se il nipote spaurito non può salutarti più
 e se ne va inciampando sulle sue stesse parole 


Alessandro Moscè

Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro 2005), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali 2008), Hotel della notte (Aragno 2013, Premio San Tommaso D’Aquino), la plaquette in e-book Finché l’alba non rischiara le ringhiere (Laboratori Poesia 2017) e La vestaglia del padre (Aragno 2019). E’ presente in varie antologie e riviste italiane e straniere. I suoi libri di poesia sono tradotti in Francia, Spagna, Romania, Venezuela, Stati Uniti, Argentina e Messico.

Lilin, gli sciamani e le leggende della tigre

La Siberia, terra di sciamani e di sopravvivenze animistiche, è il mondo che affrontano i protagonisti di Le leggende della tigre bianca di Nicolai Lilin, autore russo esordito nel 2006 con il romanzo Educazione siberiana. Lilin scrive in italiano ed è sicuramente uno dei pochi autori degli ultimi trent’anni ad aver portato una ventata di novità in un paesaggio narrativo minimale più di quanto non possa dirsi minimalista.

La scelta di scrivere attraverso il registro della leggenda conferma una volta di più una personalità non avvezza a trend di costume e convenzioni,  per quanto proprio il paesaggio del ‘900 italiano sia stato percorso da opere di grande impatto proprio attraverso la riformulazione letteraria della tradizione orale o del mondo che vi si riferisce: con Italo Calvino, Carlo Sgorlon,  Giuseppe Bonaviri, il primo Dino Buzzati, i racconti di Gianni Celati.

La cornice

Nicolai Lilin attinge da una tradizione altrettanto ricca e lo fa utilizzando una cornice (come è cornice quella dei novellatori boccacceschi) del tutto attuale due veterinari sono alla ricerca di un cucciolo di tigre bianca che rischia di morire o di finire in pessime mani dopo l’uccisione della madre. Ma lo scenario è quello della taiga siberiana dove l’inverno non fa sconti. La marcia di Maxim e Aleksej è infatti arrestata da una tempesta di neve che trasforma il paesaggio in un indistinguibile nuvola bianca di gelo e vento. L’ennesima sferzata rivela poco distante un profilo, la sagoma di un bambino. E’ una visione incongrua ma i due veterinari seguono il profilo e raggiungono una piccola casa che sarà la loro salvezza. «I siberiani le chiamano zaimki: rifugi per i cacciatori che camminano nei boschi. Una stufa per accendere il fuoco, scaldarsi e preparare da mangiare, i letti di legno coperti di fieno, i ganci alle pareti esterne dove appendere la pelliccia presa nel bosco, che si mantiene meglio al freddo, congelata.» Ma la zaimki non è disabitata come ci si potrebbe aspettare. Un vecchio imponente  dalla voce rauca dà loro il benvenuto e gli prepara una tisana di erbe.

Gli sciamani interpreti del mondo

Filaret, l’anziano che li ospita non discute le convinzioni razionali dei due giovani sulle tempeste e sulla figura che li accompagnati in salvo, viceversa inizia a raccontare: storie di cosmogonie, storie delle migrazioni all’interno della Siberia, storie di spiriti e sciamani. Ma il protagonista indiscusso di questa silloge di leggende rinarrate ora da Lilin è senz’altro lo sciamanesimo. Chi ne ha sentito parlare soltanto come di una tradizione, potrà ricredersi perché Lilin sa che lo sciamano non è una figura assimilabile a quella di un sacerdote o un mago, ma che è l’interprete del sapere animistico, il depositario di una visione dove il viaggio estatico è norma  per poter essere mediatori tra gli uomini e gli spiriti, tra le cose di tutti i giorni e l’ultramondano.  La leggenda si incarica allora di mostrare questa duplicità delle apparenze e del mondo. Ecco allora la storia di “La sposa dell’orso” che inizia distante da ogni visionarietà con la vicenda di un taglialegna emigrato con la moglie in Siberia che un giorno trova, sotto gli alberi, una neonata e la porta a casa. «Chi può essere così crudele da abbandonare una bambina nella foresta?» chiede Marfa al marito. Ma per la coppia, sterile, è un dono del destino. Katerina cresce finché un giorno un malessere sembra rivelarsi fatale. Il padre la porta quindi nella taiga dallo sciamano più autorevole per scoprire che forse Katerina è una incarnazione, che potrà guarire ma sarà destinata a vivere lontano dal villaggio in un’altra forma animale.

La lingua della leggenda

Nicolai Lilin usa accortamente la lingua della leggenda: un periodare breve imperniato sull’azione e sul ruolo dei personaggi. Infine, passando dalla storia leggendaria alla cornice attuale che reclama attenzione per l’equilibrio naturale, si concede, attraverso una delle vicende (“Sposa dell’orso”), una valutazione meta letteraria che potrebbe valere per l’intero libro: «La storia più popolare, quella che è arrivata fino a noi, raccontava di una contadina sedotta da un orso mentre raccoglieva le bacche nel bosco. Oggi la favola è cambiata talmente tanto che nessuno riesce più a immaginare che da qualche parte, in Siberia, queste cose succedevano davvero…»

Osvaldo Enoch

Nicolai Lilin, Le leggende della tigre, pp. 131, Einaudi, 2019, € 13,00

Zweig, il libro e le chiavi del mondo

Anticamente, nel mondo ebraico di Stefan Zweig, l’apprendimento della lettura era un rituale. Nella ricorrenza del giorno in cui Mosè  aveva ricevuto la Torah direttamente da Dio, il bambino era portato dal padre al maestro che gli indicava, su di una lavagna, le lettere dell’alfabeto ebraico e un brano biblico. …

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