Ammaniti e la fiaba nera del Custode

Niccolò Ammaniti esordisce nel 1994 con il movimento dei “Cannibali”: sono passati più trent’anni e l’autore continua ad inseguire la giovinezza. E quando batti il territorio dell’adolescenza hai a che fare inevitabilmente con il presente e l’eterno. Qui, si muove, di fatto, Il Custode,  un libro ambientato nel trapanese della mafia, in una località di mare secondaria, dalla lunghissima spiaggia di un giallo africano. Triscina, come Mazzara del Vallo è vicinissima alla Tunisia. Ci vanno in estate soprattutto i locali, che affollano villette apertamente abusive costruite con una geografia quasi marziale, lungo una serie di viottoli diritti che scendono perpendicolari verso il mare. Case a un piano o castelli, non fa differenza.  Non ne fa in generale, figuriamoci nella brutta stagione, quando i turisti tornano nell’entroterra, lasciando Nilo e quelli come lui in un paesaggio vuoto, solitario, costellato da cani semi randagi che si muovono in gruppo sulla battigia. Nilo è la voce narrante, un tredicenne che vive con la madre e la zia Rosi in un seminterrato. Alla luce del sole le due sorelle hanno una ditta di marmi, nella penombra della loro casa sono moderne sacerdotesse di Atena colluse con la malavita locale.

Medusa

Per capire come sia possibile, bisogna entrare nella narrativa “ammanitiana”, un luogo in cui diventa plausibile che un ragazzino mangi il budino Cameo in soggiorno, mentre nel bagno una Gorgone scalpita tacchettando, imprigionata da una serie di lucchetti, «cinque passi in avanti, cinque passi indietro». Il preparato per budino della Cameo è stato messo sul mercato negli anni ’50, Medusa, se non l’avesse decapitata Perseo, avrebbe più di 3.500 anni. Per intendersi. E nel mondo de Il custode, Medusa non solo è viva ma, oltre al nido di serpenti in testa, ha in dotazione anche la vita eterna.  Quindi si presume che la famiglia Vasciaveo, che l’ha custodita, accudita e nascosta dalla notte dei tempi, prosegua così per il resto dell’eternità.

L’infanzia e l’amore

Nilo è l’erede di tutto questo. Chissà quanto pesa il suo zaino quando si avvia sulla bici elettrica verso la scuola. Tutti i ragazzini di Ammaniti (e sono parecchi quelli dei libri passati) portano grandi pesi, e restano puri solo fino a quando appartengono ancora al regno dell’infanzia. Entrare nel mondo degli adulti corrisponde a morire, come ha giustamente notato Michele Mari nella sua recensione de Il custode.  

Nel libro di gente ne muore parecchia, con un sistematico tocco pulp, le sorelle Vasciaveo buttano i morti ammazzati della mafia nel cesso con Medusa, tirano fuori delle statue di marmo, molto belle (Medusa ha classe, comunque), le polverizzano e ci fanno pezzi di arredo, piani per le cucine, per dirne uno. Tutto regolare, finché non arrivano tre elementi di disturbo che cambiano la routine familiare per sempre. Un ciclista francese prima, una madre con la figlia subito dopo. Si chiamano Arianna e Saskia, si installano in affitto una villetta di Agata e Rosi, e nella vita quasi tutta al femminile di Nilo. Insieme arriva anche l’amore. Che ci frega tutti, Nico compreso. Un ragazzino che si innamora di una donna fatta e finita, evidentemente stonata, che si tira dietro una figlia undicenne quasi più matura di lei, è una grana. Senza entrare nei dettagli, la storia non può che finire male.

La giovinezza sull’orlo del mondo

La sequenza narrativa non è molto articolata, nonostante un triplo salto mortale con botto sull’ ultima pagina. Il romanzo si muove su binari che un tempo avremmo chiamato cinematografici ed ora possiamo mutuare come “netflixiani”, ma questo è Ammaniti, e torniamo al punto iniziale. L’autore descrive un mondo squisitamente contemporaneo, con richiami al presente così evidenti da sembrare ruffiani. Arianna ha un profilo Onlyfans, ci fa dei soldi su. Arianna  fa coppia con una specie di agente che la maltratta, ma che lei sembra amare lo stesso, con la stessa necessità fisica di certi animali domestici. Arianna è bella e dannata. Di certo è un cliché, ma la narrativa ne è intrisa, il lettore se ne accorge davvero solo quando il racconto “sta” nell’oggi. È più facile. Per contro all’autore probabilmente non interessa.

Arianna e Medusa, in parallelo, sono il motore che fa girare la storia. Come ci sono finite a Triscina? Questa è la domanda fondamentale. Sulla trama si è già detto moltissimo, quindi non si faranno aggiunte in questa sede, il libro è breve, meglio godersi qualche sorpresa. Non ci si aspetti una lingua letteraria o densa, la prosa è semplice, a tratti stiracchiata, neppure la storia è troppo articolata, passano rapidamente davanti agli occhi del lettore diverse intuizioni interessati ma poco sviluppate. Un elemento, quest’ultimo, che indebolisce l’idea fortissima alla base del romanzo: portare l’eterno nel quotidiano, portare la giovinezza sull’orlo della fine del mondo. Ma tutto rientra nella scrittura “ammanitiana”, più o meno riuscita a seconda delle opere. Si potrebbe dire, per chiudere, che Ammaniti fa sempre la stessa cosa, ma sarebbe poco generoso. Ammaniti ha inventato uno stile, come certi cantautori, e come loro canta le sue canzoni. A giudicare dalle vendite, il pubblico continua ad amarlo.

Laura Boerio

Niccolò Ammaniti, Il custode, pp.176 , Einaudi, 2026; euro 16,50

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