
«Canto le muse che non ho. Vite / freddate dal Grande Predatore/morti sgozzati da una modernità/ di plexiglass. Io cerco le scorie/ della loro voce sui grumi della zappa/ l’alito sudato che consuma.» E’ una strofa della prima poesia con cui Alfredo Panetta apre l’ultimo suo libro ‘Ndrangheta, scritto nella lingua della locride e in italiano. Ogni cosa, il ritmo martellante, la voce aspra ma modulata, il linguaggio fortemente connotativo ma trasparente come un ritaglio fotografico, raccontano la storia e le vittime di quella terra. Una poesia, scrive Antonella Anedda nella prefazione, «da sempre coniugata con temi civili (come Ponti sdarrupatu sul crollo del ponte di Genova con la prefazione di Giovanni Tesio)», lirica che «trova in questo libro nomi ulteriori, come quello di Francesco Panzera, vicepreside del Liceo di Locri assassinato perché si era opposto all’ingresso dell’eroina nell’istituto e che era stato professore di matematica dell’autore.»
Intorno c’era
Milanese di adozione, Alfredo Panetta era esordito nel 2005 con Pethri ‘i limiti (Pietre di confine) ristampato nel 2021 con una prefazione di Giancarlo Pontiggia. Come in quel primo libro, l’autore entra nel cuore della Calabria più arcaica della Vallata del Torbido, ma amplia l’orizzonte, segue passo a passo le propaggini della storia per assumere un paesaggio emblematico di desertificazione morale, di radici culturali divelte, di abbandono e di violenza. Nelle strofe di Intorno c’era, si legge esemplarmente un paesaggio rurale, a lungo evocato con tratti lirici netti, con i colori duri di uno Schiele, e un immaginario in cui combaciano esterno e interno, scena e visione, giungendo ad un potente effetto di straniamento, fino a una chiusa dove la memoria riconsegna la ferocia in cui si identifica anche una nozione di solitudine.
Intorno c’era
il muro a secco del terrazzamento
fragile come un tuono
robusto come una casa di lumache
Intorno c’era
un fitto roveto dai frutti marci
educato solo
a pungere la carne e la sera.
(Quanto, quanto dura
nel petto di un bambino
il sapore di un ricordo cupo?)
Intorno c’era, maestoso
l’ulivo saraceno. Tra i rami,
stretta, la dote di sognare
ancora. Linfa e mentore
di tutto il giardino. Lui che ha visto
nubi vomitare il panico, lui
che dà casa al gufo invaghito
della luna, lui che è docente
dell’arte dell’ostinazione.
Intorno c’erano, sfiorate
dal tramonto, le case popolari
impastate d’amianto
corrose le grondaie
e cento voci appiccicate ai muri.
Intorno c’era
la singolarità del fico
e la geometria della ragnatela
il campo di volo della mosca
e la pudicizia della povertà.
E in mezzo a tutto questo
in mezzo al tempo
che non dà scampo
forse per un richiamo della croce
una pistola puntata sulla fronte.
E l’innocenza a terra in agonia.
E sopra sotto ad est ed a ponente
neanche un cane a battere la strada
né un topino a pregare la luna
Sotto il profilo letterario, nella voce della lingua originale, i lemmi appaiono spesso più scanditi e musicali col rincorrersi delle vocali in vernacolo. Così nel testo già citato di Canthu con particolare evidenza: «Esti canthu l’attu di veniri à mondu/ notti-lucia! Zala stonata nto petthu», che nella versione italiana pronuncia: «E’ canto l’atto di venire al mondo/notte-luce! Urlo stonato nel petto»; oppure in questo incipit di Cori ‘i cimentu (Cuore di cemento), «Trasi u scirocu int’ò vascu/ u dici passi, a misura d’a lenthezza»: «S’infila nel bosco lo scirocco/ a dettare i passi, la misura della lentezza.»
L’impegno civile
Le note che accompagnano le poesie sono documenti di cronaca e insieme mozioni da cui nascono i versi: dalla dedica in apertura al preside Panzera assassinato il 10 dicembre 1982, all’assassinio del vicepresidente della Regione Calabria e primario del Pronto Soccorso, Francesco Fortugno, ucciso nel 2005 mentre andava a votare, alla vicenda di Maria Chindamo, rapita nella sua tenuta agricola nel 2016. Don Luigi Ciotti in una nota di lettura che accompagna il libro, scrive: «L’autore non fa sconti a chi legge: i suoi versi non addolciscono e non consolano», rivendicando alla poesia «una forza, un’immediatezza che ci sorprende, ma che a volte ci turba». Energia e volontà di testimoniare pasoliniane, per nulla sminuite dal contesto letterario odierno dove tanto spazio si dà alle più svagate, quando non sterili formalizzazioni di laboratorio, salvo poi discutere della liceità del canone o del suo tramonto.

Di pari passo andrà notato che Panetta sembra trovare spazio per una lingua più immediata (appunto pasoliniana) così come mostra in alcuni testi conclusivi dell’opera. Il leggendario monolite (1)dell’Aspromonte, Pietra Cappa, un simbolo che sedimenta la storia sacra e medievale, è argomento su cui l’autore disegna con fitta ironia un falso futuro salvifico, forse in relazione ai progetti di rendere quel territorio dell’Aspromonte accessibile al turismo di massa tra monte e spiaggia:
E’ giunta l’ora, considerate
di gettare al fiume la zappa
sputare allo scirocco
con inesorabile veemenza
e impugnare la penna
una spada di granito che tracci
sulla pelle delle montagne
sentieri nuovi nuovi
segnare sul lato destro
gli alberi da frutta da sanare
le lumache e gli insetti con il rostro
prendersi cura di dossi e precipizi
dei nomi che gli anziani hanno tatuato
ai luoghi, senza ago né inchiostro.
(…)
Tant’è vero che le ultime strofe costituiscono un rapido giro d’orizzonte dove il monte si avvicina «finalmente al mare/ come solo i corsi d’acqua lenta/ sanno fare, perdersi in quell’azzurro/ come un ventre grande/ che contenga fuoco, terra e tutti i santi/ la ragione e la ragione del mistero/lasciarsi carezzare dalle onde/ in un sonno lungo, senza sogno/ con la certezza lieve che non esiste/ un prima e un dopo. Il Bene/ e il Male categorie di profeti falliti. E la parola fine è una monetina/ in tasca. Nient’altro.» La voce di Panetta è ora tersa e distante quasi come volesse prendere le misure dell’immediato, vuoto futuro.
Marco Conti
Alfredo Panetta, ‘Ndrangheta, pp. 175, Passigli Editori, 2025; euro 18,50
(1) A proposito di Pietra Cappa la tradizione orale riporta diverse leggende. Secondo una di queste Gesù peregrinando in quei territori chiese ai discepoli di raccogliere per penitenza dei sassi. San Pietro, raccolse però solo un ciottolo, e quando Cristo trasformò i sassi in pane, Pietro si pentì; così toccando la sua pietra, la fece ingigantire a dismisura creando Pietra Cappa perché restasse come monito. Il monolite, è inoltre in un territorio della Decima Legione Fretense, la legione romana che crocifisse Gesù. Altri racconti popolari collegano il monte ai Templari che lì avrebbero trovato un luogo ideale di residenza utile a nascondere nelle grotte del monolite i tesori accumulati.