Gentile: piccole libertà tra i rotola-campi

“Questa è la Senna/ e in quel suo torbido/ mi sono rimescolato/ e mi sono conosciuto”. Questi versi di Ungaretti, che a Parigi trova la sua strada poetica, possono adattarsi alla protagonista de Le piccole libertà di Lorenza Gentile, Oliva Villa. Parigi e la letteratura hanno un legame indissolubile. Impossibile parlare della ville lumière senza pensare agli scrittori che ci hanno vissuto, che si sono incontrati e hanno rimescolato le idee, trovando, infine, la propria marca caratteristica. Intellettuali provenienti da ogni paese. Ma il punto di incontro degli scrittori anglofoni, a Parigi, è una storica libreria vicino a Notre Dame. Nella celebre Shakespeare and Company vive il suo soggiorno parigino la signorina Villa.

La storia

Oliva Villa sta lavorando in una multinazionale e sta per sposarsi, dando vita al futuro progettato dai suoi genitori, quando riceve dalla zia Viviana, che ha mutato il suo nome in Vivienne, un biglietto ferroviario per Parigi. Le dà appuntamento davanti alla libreria Shakespeare and Company e oltre al biglietto le invia un pacco da aprire solo là. La zia non si presenta all’incontro e la ragazza attende inutilmente per diversi giorni. In realtà, l’attesa non è inutile perché offre a Oliva la possibilità di conoscere il mondo della libreria e della sua insolita e sgangherata  comunità bohémienne dei tumbleweeds. Alla fine dei dieci giorni, dopo essersi rimescolata emotivamente e culturalmente, si conosce e scopre chi vuole essere, liberandosi giorno per giorno dai pregiudizi di un percorso preconfezionato.

Shakespeare and Company

Parigi, Shakespeare and Company  (© G. Savino)

Il lettore nei primi capitoli, mentre Oliva è seduta sulla panchina davanti alla libreria, scopre la storia di questo luogo celebre, attraverso la voce di una guida turistica. Nel 1951 George Whitman fonda “Le Mistral”, alla quale cambia il nome nel 1964 per rendere omaggio alla famosa libreria Shakespeare and Company, di Sylvia Beach, che dal 1919 al 1941 fu frequentata dagli scrittori della lost generation e non solo. Questa libreria fu il centro della cultura anglo-americana a Parigi e fra i suoi scaffali si potevano trovare libri censurati nei paesi d’origine, ad esempio L’amante di Lady Chatterley o l’Ulisse di Joyce. Fra quelle pareti erano passati Hemingway, Joyce, Fitzgerald, Miller, Nin, Burroughs e moltissimi altri artisti di lingua inglese.

Quando Whitman fonda Le Mistral, non apre solo una libreria ma crea un punto di accoglienza per scrittori e artisti senza mezzi, che possono condividere gli spazi oltre che le letture. Una scritta al primo piano invita a non essere inospitali con gli estranei perché potrebbero essere angeli camuffati. Questa frase racchiude l’essenza del luogo e origina il mondo dei tumbleweeds, ovvero di coloro che vivono nella Shakespeare and Company. Questi rotola-campi, come li battezza George Whitman, soggiornano nella libreria in cambio di un paio d’ore di lavoro al giorno, hanno l’obbligo di leggere e di scrivere una pagina biografica prima di partire.

I rotola-campi

I rotola-campi

Oliva, attendendo l’incontro con la zia, diviene una rotola-campi, dorme all’interno dei locali, dove svolge le sue ore di lavoro e partecipa alle attività culturali organizzate da Sylvia, la figlia di George, che è una presenza, assente, dietro ad una porta. George Whitman muore nel 2011 e Lorenza Gentile colloca la storia proprio in quell’anno come  racconta nei “Ringraziamenti” alla fine della fiction. L’autrice, infatti, ha vissuto dentro la Shakespeare and Company e alcune delle esperienze di Oliva sono attinte da quel vissuto anche se ci tiene a precisare che non è un libro autobiografico e afferma «quando scrivo i miei libri niente è inventato di sana pianta, ovviamente, per molte cose traggo ispirazione dalle persone che mi circondano, dalle storie che sento», come si può ascoltare nel video di presentazione dell’editore Feltrinelli.

Per aiutare Shakespeare and Company dopo il Covid

Sylvia, dopo la morte del padre, continua a gestire la libreria, mantenendone inalterato lo spirito, e a ospitare i tumbleweeds. Lo scorso anno ha affrontato la crisi generata dal lockdown dovuto al covid, che ha ridotto dell’80% le vendite. La giovane Whitman per far sopravvivere la Shakespeare and Company, oltre ad incrementare le vendite su internet, ha lanciato la campagna “Friendsof Shakespeare and Company”, attingendo ad un’idea avuta dalla sua omonima fondatrice.  Durante la Grande Depressione, infatti, Sylvia Beach, per non dover chiudere la libreria, fondò questa associazione che in cambio di una quota annua offriva letture riservate di scrittori come T. S. Eliot, André Gide, Paul Valéry e persino Ernest Hemingway. Oggi i contenuti riservati sono inviati via web con cadenza trimestrale ai propri membri e oltre a permettere di raccogliere fondi, l’associazione crea una comunità di lettori e amici in tutto il mondo.

Giancarla Savino

Lorenza Gentile, Le piccole libertà, pp. 316, Feltrinelli, 2021, euro 17,00

Shakespeare and Company, l’Ulisse e Sylvia Beach

James Joyce: 5, rue de l’Assomption, Parigi“. È l’estate del 1920  quando Joyce compare alla Shakespeare and Company di Sylvia Beach, paga sette franchi e compila la sua scheda per ottenere in prestito un libro. Sylvia Beach ha da poco aperto una libreria per i tanti americani e inglesi residenti a Parigi ma, ben presto,  quella che gestisce diventerà soprattutto una biblioteca circolante. Joyce è arrivato nella città su consiglio di Ezra Pound e sta cercando di far pubblicare a puntate Ulisse su una rivista americana. Vive di occasionali lezioni di lingue. Ne conosce nove e molto bene l’italiano, il francese, il tedesco, lo spagnolo. Eppure è in difficoltà su ogni fronte: non solo i soldi scarseggiano, ma i censori americani, come quelli inglesi, non trovano di meglio che far chiudere le riviste dove le gesta di Leopold Bloom, e i suoi pensieri erotici più arditi, vengono stampati. Ci penserà Sylvia Beach, impegnando gran parte del suo tempo e le poche sue risorse disponibili, a far uscire la prima edizione del capolavoro di Joyce.

Il racconto di Shakespeare and Company

Sylvia Beach nella sua libreria

Il fastoso racconto della Shakespeare and Company  scritto dall’artefice della libreria e della prima edizione di Ulisse, è oggi pubblicato da Neri Pozza con una bella prefazione di Lidia Manera, nella traduzione di Elena Spagnol Vaccari.  E’ un libro fitto di notizie curiose e, soprattutto, un testo cruciale per capire il rapporto degli scrittori nordamericani con  l’Europa  degli anni Venti e Trenta, vale a dire un ventennio che coincide con il modernismo e un cambio sostanziale del paradigma letterario. L’autrice  scrisse le memorie nel 1956 quando aveva 68 anni. Nella sua “bottega” passarono, e si fermarono, non solo Joyce (che sarà il maggior beneficiario dell’intraprendenza della libraia), ma anche Ezra Pound, Robert McAlmon, André Gide, D.H. Lawrence, Valery Larbaud,  Gertrude Stein, Paul Valéry, Scherwood Anderson e naturalmente Ernest Hemingway di cui, nel 1923, si vedevano in vetrina le copie del suo primo libro, Three Stories and Ten Poems, racconti e poesie.

A cento anni esatti dalla prima edizione

Ora sono passati 100 anni dalla prima avventurosa edizione di Ulisse, consegnata all’editrice il 2 febbraio 1922, quarantesimo compleanno di James Joyce.

I bibliofili osserveranno che sul frontespizio compare la data del 1921, ma i lettori di Shakespeare and Company  capiranno per quale ragione le cose andarono diversamente. Del resto la storia della pubblicazione del capolavoro modernista di Joyce è fitta almeno quanto la giornata di Leopold Bloom. A cominciare dalla domanda che Sylvia Beach fece allo scrittore dublinese: quante copie ne vorrebbe? «Una dozzina» fu la risposta. Più avvertita la libraia-editrice ne fece pubblicare mille e nel giro di pochi anni l’impresa nata per passione diventò storia della letteratura. Mese dopo mese alla Shakespeare and Company  arrivarono proposte di edizioni che Sylvia fu costretta a declinare non avendo né le risorse né il tempo per curare i testi e, nel contempo, mandare avanti la biblioteca circolante, cioè la sua sola fonte di reddito. Arrivò per esempio D.H. Lawrence che si era visto rifiutare la pubblicazione del romanzo, per l’epoca arditissimo, L’amante di Lady Chatterley, e si affacciò al negozio di rue de l’Odéon 12 anche Henry Miller, in compagnia di Anaïs Nin («amica dall’aria di giapponesina» scrive Sylvia)  per proporre  Tropico del cancro. Miller fu consigliato di rivolgersi all’editore della Obelisk Press, Jack Kahane, che infatti divenne il suo primo editore. Lo stesso Kahane si era già presentato alla “Shakespeare” per organizzare una collaborazione, il che dice in modo eloquente come  era stata interpretata, agli esordi, l’opera joyciana.

Una schiera di scrittori e artisti emigrati a Parigi

Sylvia Beach spiega che il romanzo di Joyce, a quei tempi stigmatizzato dalle leggi americane e inglesi, finì col creare intorno a lei l’aura della trasgressione. Era fiera di aver colto con Joyce la sua grande occasione ma le risorse non le consentivano nuove avventure. Basti pensare che, nell’autunno del 1919, la libreria fu fondata dopo il seguente telegramma inviato da Sylvia alla madre: «Apro libreria Parigi. Prego spedire soldi». Ed era figlia di una insegnante e di un pastore presbiteriano. Shakespeare and Company  nacque in sostanza dalla passione per la letteratura e dal sodalizio con Adrienne Monnier che già aveva un’analoga biblioteca circolante. In quegli anni  il franco si era svalutato e questa circostanza, accanto al fascino di Parigi, aveva portato molti artisti e scrittori americani a cercare una sistemazione nella capitale con i pochi soldi che avevano a disposizione.

I ritratti: Joyce cantante, Pound falegname, Hemingway rude dal cuore d’oro

L’edizione 1959 di Harcourt e Brace delle memorie di Sylvia Beach

L’atmosfera che aleggiava a Parigi si avverte nelle pagine del libro attraverso le figure che Sylvia Beach tratteggia con la noncuranza dell’entusiasmo e quell’indipendenza che si rispecchia in molti degli scrittori di cui si parla e nelle riviste letterarie del tempo: ora The Egoist, ora The Little Rewiew, ora Commerce. Una moneta, quest’ultima inerente l’indipendenza,  di cui ci sarebbe bisogno oggi, sopra ogni altra cosa…

Il libro porta a spasso il lettore tra le memorie parigine così come fece Hemingway con il suo romanzo autobiografico, Festa mobile, e con analoga nostalgia; per quanto Sylvia avvolga la sua prosa con un’infinità di dettagli, di notizie, di ritratti. Impagabile quello di Joyce, il quale reduce dalla lunga parentesi triestina, intercala i suoi discorsi con l’italiano “già”, che intona ogni tanto una canzone (in gioventù aveva pensato anche di dedicarsi al canto e nell’Ulisse si trova traccia del canto e della filastrocca); che arrossisce quando si parla in termini volgari della sessualità e che, per l’Ulisse, vuole assolutamente una copertina blu del blu della bandiera greca… Un colore che non si trova e sarà importato dalla Germania. Ma vividi sono anche i ritratti di Pound (falegname a tempo perso, orgoglioso dei suoi mobili da lui stesso intagliati), di Hemingway che non vuol leggere in pubblico (e lo farà solo quando Sylvia avrà bisogno di denaro per non chiudere bottega), di Robert Mcalmon, sensibile e perennemente pronto a sostenere i suoi amici e poeti imagisti…Benché Joyce parlando con Sylvia del Mcalmon ipersensibile e di Hemingway, al contrario uomo rude, soggiunga che probabilmente nella realtà le qualità sono invertite. Certo, sulla corazza di Hemingway, l’autore delle “epifanie” dublinesi,  aveva visto giusto.

Marco Conti

Sylvia Beach, Shakespeare and Company, pp. 281, Neri Pozza Editore, Euro 14,50

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