4-fine/ Paul Auster e i tre cedri

Showdown

Con l’aria annoiata di sempre Sandro raddoppiò una giocata-limite di duecento euro, mentre sul tavolo erano già in ballo  fiches per ottocento euro ed io dovetti fare altrettanto pur avendo solo una coppia. Adam sorrise e mise sul tavolo un full di jack. Tanto bastava per il tris esibito dal nostro amico e per la doppia coppia del “muto”. Le prossime carte sarebbero state decisive. Peter avrebbe cercato di ridurre la posta e noi saremmo stati costretti e a barcamenarci per evitare una interruzione, consultare Fabio e semmai risederci ai tavoli.
Si scartò un nuovo mazzo. Guardai i miei due compagni, quello al tavolo e il barista. Non riuscii però  a intravedere  neppure un battito di ciglia. Fabio prese i posaceneri e ne portò quattro puliti. Adam chiese una minerale e fu servito, poi si diresse verso una porticina sul cortile e l’aprì per arieggiare la sala. Cominciavamo a sentire la stanchezza o quantomeno quella tensione che appena svapora sembra metterti del piombo dalla testa alle ginocchia. Poco prima mi ero sbagliato:  la serata era iniziata male e finiva peggio.
Si iniziò un nuovo giro mentre Fabio chiudeva la porta del personale di servizio. Alzai le carte e ne cambiai tre; Sandro due, Peter fece altrettanto e Adam disse d’essere servito.
Ancora una volta il tavolo accatastò un mucchio di gettoni. Toccava a Sandro, che rilanciò il massimo stabilito. Se avessimo perso eravamo morti. Guardai Fabio; lui chiuse gli occhi, un battito che forse non sfuggì ad Adam mentre Peter gettava le carte sul tavolo togliendosi di mezzo. Non mi rimaneva che seguire ancora una volta il gioco di Sandro. Perdemmo. Adam si alzò dal tavolo, si sgranchì le gambe e disse: «Vogliamo chiudere qui?».
Erano le quattro e trenta del mattino; fuori si sentiva qualche rumore provenire dai garage dei condomini.
«Abbiamo detto alle cinque» ribatté stizzito il mio compagno.
«Lo dicevo per voi due! »
Era una provocazione. Sandro si alzò e si appartò con Fabio,  poi il barista mi si avvicinò. «Finora hai vinto e perso con i miei soldi», adesso o lasci il tavolo o ci aiuti con quello che hai. Non intendeva parlare dei quattrocento euro che avevo ancora a disposizione, ma di liquidi miei.
Sapevo che avrei dovuto andarmene ma il gioco mi tormentava e incalzava come il Cenzullo del professore davanti alla ricotta insanguinata. Dissi che potevano contare su altri mille euro; tirai fuori il libretto degli assegni. Contanti non ne avevo.
«Accetta un assegno?» chiesi rivolto ad Adam.

Il tipo si scrocchiò le dita e sorrise: «Ho una proposta: mancano venti minuti alle cinque. Non ho voglia di passare le notti in bianco per un paio di migliaia di euro…E poi fino a oggi avete sempre vinto no? Quanto? Occhio e croce sono almeno cinquemila euro. Facciamo una sola partita, puntata minima mille euro. Se vinco ce ne torniamo a casa, se perdo ne facciamo un’altra alla stessa stregua, altri mille euro». Dissi che per quanto mi riguardava avevo chiuso. Sandro ribattè che la proposta era folle, del tutto sbilanciata a favore del «signor Adam». Pronunciò le parole come aveva fatto con me quando mi ero seduto. Ma questa volta sentivo soltanto l’ironia indispettita di quel signore a fior di labbra.
«Bene – ribatté l’altro – allora un solo giro di carte con duemila euro ciascuno in ballo». Si sarebbe così concluso con una puntata di seimila euro visto che Peter ci osservava dal bancone del bar sorseggiando il suo Grand Marnier. Ripetemmo per bene il programma, precisando che avremmo potuto cambiare le carte e alla fine ognuno di noi avrebbe girato sul tavolo le sue chances. «O vivi o morti» urlò Peter dal bancone.

 Sandro si consultò col suo finanziatore, io sentii che avvampavo  appallottolandomi come un riccio.  Dovevo giocare, ecco tutto. Dovevo mettermi in gioco. Non era questo quello che mi era sempre mancato? Non era quello che persino il professore aveva fatto ribellandosi alla famiglia quando era tornato da Napoli con la sua saracena dal culo nero? Pensai a tutto, alle porte che non avevo aperto, al film che non avevo sceneggiato per timore di perdere un posto in un liceo di provincia, al libro dalla carta ormai ingiallita che non avevo mai spedito.
«Ci sono – dissi con un tono di voce più alto del solito – io ci sono». Ripresi in mano l’assegno posato sul banco e lo strappai. Ne presi un altro, firmai e restituii le fiches al titolare del locale. Per qualche ragione la sua sortita non mi era piaciuta. Al tavolo ebbi al primo giro un tris di quadri, al secondo un full di assi. Deglutii e mi rilassai per pochi secondi, il tempo di vedere Sandro impallidire.
«Showdown!» disse Adam e gettò sul tavolo una scala di colore. Sandro richiuse il ventaglio delle carte: «Guardatele voi… Se vi fa piacere». In un attimo aveva indossato il suo giubbotto ed era alla porta.

Ci lasciammo con un ultimo abbondante whisky, un Lagavulin invecchiato offerto da Fabio. Ci stringemmo la mano e notai che il mio amico era cambiato ancora una volta. Peggio delle saracene. Aveva perso almeno cinquemila euro ma aveva la faccia distesa e il fair play che all’inizio della serata attribuivamo allo sconosciuto: come ci fosse stata una carta da passare sottobanco.
Mi tornò in mente quest’immagine mentre mi mettevo a letto. Un paio d’ore e sarei stato nuovamente in auto verso la scuola. Spensi e riaccesi il cellulare. Nessuna notizia dei miei amici invitati alla serata di Paul Auster; non un solo messaggio.

Due mesi dopo il locale chiuse i battenti. Un collega mi disse che da tempo navigava in cattive acque. Uno dopo l’altro erano ormai decine, tra negozi, bar, discoteche, le attività che si erano fatte persuadere dalla bontà dei nuovi orizzonti europei; ma forse anche questa era una storia come quella di Cenzullo.
Un giorno, poco prima di Natale, incontrai Peter appiccicato allo stipite di un bar. Mi fermai per salutarlo.
«Non hai avuto molta fortuna» disse dopo gli auguri di rito. Scossi il capo:
«Cioè?».
«La partita» disse in un soffio sorridendo.
«Certo, alla sala biliardi… Mi ero fatto prendere dall’entusiasmo…»
«Adam e Fabio se ne sono andati»
 Ancora non capivo. Ma la truffa, se di truffa si poteva parlare, era risaputa, almeno tra i giocatori come Peter e Sandro.
In breve, la sera delle fate ci avevo rimesso duemila euro; Sandro a quanto pare ne aveva lasciate sul tavolo qualche centinaio nelle ultime partite e il bottino imbastito notte dopo notte aveva permesso ai due di chiudere bottega e filarsela.
«Insomma il locale era di Adam, e Fabio gli faceva da secondo scegliendo i polli. Io e te per esempio…».
Cominciava a nevicare.
Mi sistemai la sciarpa e porsi la mano: «Buon Natale Peter!»

(fine)

© Marco Conti per le Museinquiete.it

“Buon Natale, Peter!”

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