3/ Paul Auster e i tre cedri

(3 Segue)

Un fico ritorto

«Mi lasci così a becco asciutto?» gli gridai alludendo alla storia, mentre già affrettava il passo. In strada c’era il  chiasso dei fine di settimana e una pioggia sottile imperlava il tettuccio delle auto.
«Il resto è un feuilleton –  mi urlò ormai distante; poi fece qualche passo verso di me, si sporse come se si fosse trovato dietro a una finestra – … La storia è che quella volta Cenzullo si è portata a casa la saracena ma…non c’era nessuna colomba in vista né allora né mai… E anche se oggi ci fosse sarebbe troppo tardi…» Cominciò a ridacchiare e non aveva ancora finito quando svoltò in un’altra via.
Spensi la sigaretta. Non saprei dire se davvero volevo raggiungerlo. Ero convinto che abitasse nel quartiere  e infatti vidi la sua sagoma in fondo alla via sul bordo del marciapiede. Salii sull’auto. Augusto camminava a passi incerti e veloci. Mi fermai ad un semaforo preoccupato che mi vedesse seguirlo. Feci appena in tempo a scorgerlo svoltare e quando ripresi la marcia era scomparso.

 Il vicolo era una stradina senza uscita e dopo un paio di palazzi sembrava aprirsi in un cortile fangoso. Scesi dall’auto e giunsi fino in fondo accorgendomi che i condomini nascondevano due vecchie case con le balconate di ferro, una persiana penzolante sui cardini, buie le finestre. Non mi sembrò vero che Augusto potesse vivere in quelle catapecchie. In un angolo della corte c’era un vecchio fico storto che sporgeva le braccia come nel racconto che mi aveva fatto. Dopotutto il professore poteva essersi inventato il seguito della sua storia, così come il fico napoletano. La sua saracena poteva aver abitato sempre in quel cortile e magari aveva gettato la secchia nel pozzo, un rudere si ritagliava ancora accanto all’alberello. Oppure aveva semplicemente immaginato il fico nel suo cortile trovando che fosse una bella cosa da raccontare.  Sì, le storie, proprio come la mia serata, biforcavano almeno due sentieri per volta. Mi avvicinai a un cancello ma la cassetta postale appesa con uno spago non indicava nessun nome.  Del resto non c’era giustificazione per il mio inseguimento notturno fino alla porta di casa. Men che meno a quell’ora. E se mi fossi sbagliato? Mi allontanai e poco dopo vidi accendersi una luce gialla all’estremità della casupola. Troppo tardi. Il mattino seguente tutto sarebbe sembrato più ovvio e semplicemente non ci avrei pensato più.
«Non vada scalzo chi semina spine», così si concludeva la nostra fiaba. D’altra parte che spine stavo seminando? A quell’ora della notte l’unica cosa certa  era che non volevo tornare a casa, sentire il freddo avvolgermi, aspettare che la gatta trovasse comodo l’incavo delle mie ginocchia prima di addormentarci insieme.

Tornai sulle strade ormai luccicanti e vuote, ripassai nella piazza dove il corteo aveva lasciato a terra qualche fazzoletto di carta tricolore, inseguii un’auto che mi pareva potesse essere quella di Caterina, una ragazza che avevo rivisto senza poter ricordare le nostre fughe in ascensore …Avevamo quindici anni e nella notte l’ascensore era diventato il nostro pied-à-terre. Un’alcova stretta e sicura. Bastava farlo arrivare alle soffitte, infilare un quaderno tra le porte e se per sfortuna qualcuno l’avesse richiamato, c’era tutto il tempo di sistemarci, togliere il quaderno e rispedire l’alcova da basso. Non accadde mai.
Alle due  la birreria doveva aver chiuso, ma quando ripassai davanti alle vetrate vidi in fondo al locale una lucetta accesa. Scesi e mi affacciai.

Una partita a poker

Le porte erano chiuse e stavo tornando indietro quando mi sentii chiamare. Fabio aveva sporto la testa. «Arrivi al momento giusto» disse sottotono. «Leone va via, abbiamo bisogno di qualcuno che faccia il quarto…». Il poker era nelle corde dei ritardatari. Ma prima di sedermi al tavolo Fabio mi spiegò che era una serata speciale perché c’era un nuovo arrivato, un presuntuoso, uno che si giocava due, tremila euro per volta, perdendo quasi sempre.
«Se pensi che abbia due o tremila euro da buttare sei uscito di melone», gli buttai lì chiedendogli una birra. «Non preoccuparti, i soldi te li presto io adesso. Se vinci, in coppia con Sandro, a voi tocca il venti per cento. Se perdete, pago io tutto, il tetto è di tremila».

Non c’era voluto molto per spiegare l’arcano. Si trattava di spennare l’ultimo arrivato che a quanto pare non lesinava su niente. Fatti suoi, mi dissi, mentre mi presentavano al tavolo. Il tipo, un uomo sulla cinquantina, segaligno, un blazer grigio sulla camicia aperta azzurrina targata Corneliani, mi spalancò un ampio sorriso mentre chiudeva la raggera delle sue carte. Sandro mi dette un’occhiata e poi guardò serio Fabio che, a sua volta, fece un cenno.
«Non sono un grande giocatore» dissi sedendomi appena concluso il giro. Sul tavolo c’erano solo alcuni gettoni di colore diverso. Sandro mi ragguagliò sul loro valore con grande cortesia. Aveva la voce suadente, il lessico pretenzioso di chi voleva fingersi di un’altra classe sociale. Colsi un bagliore negli occhi della vittima, un certo Adam Sanesi.
«Il limite è di duecento a puntata», aggiunse Sandro.

 Calò subito il silenzio. La partita sarebbe andata avanti finché uno dei giocatori non fosse rimasto all’asciutto e se si proseguiva senza intoppi avremmo smesso alle cinque in punto. Accadesse quel che doveva accadere. Per me era una passeggiata: di Fabio mi fidavo e, d’altra parte, tremila euro potevo racimolarli allo sportello bancario se proprio avessi dovuto. Ma non sarebbe accaduto. Fabio prese una sedia e si sedette alle spalle di Sandro. Era l’unico spettatore.
C’era la possibilità che la posizione delle dita sulle carte fossero dei segnali (così mi aveva spiegato uno zio che qualche esperienza ce l’aveva; in fondo tutta la mia erudizione in materia era nata giocando con lui o contro di lui), e in questo caso rimaneva comunque da stabilire se il ruolo di Fabio fosse unicamente quello dello spettatore e finanziatore.
Quanto a me non avrei saputo decifrare un bel niente. Il mio ruolo era quello di aumentare la puntata seguendo la strategia di Sandro ed evitare così che il nostro uomo se la cavasse con qualche centinaio di euro. E’ vero, il modo con cui mi erano state presentate le cose non era corretto, ma chiunque poteva fare lo stesso senza trasgredire alcuna regola del poker. L’uomo in Corneliani doveva essere abbastanza esperto per saperlo, così come il quarto giocatore che conoscevo soltanto di vista: un certo Peter, un tipo di poche parole chiamato “il muto”.

 La questione di fondo era che sia Adam Sanesi che Fabio erano disposti a spendere, e Sandro aveva fama di essere un gran giocatore.
Mentre giravano le carte della prima mano mi sorpresi a pensare che Fabio doveva avere una fiducia assoluta nel suo giocatore perché, se mai fosse accaduto che il nuovo arrivato avesse avuto un accordo con Sandro per dividere le proprie vincite, ne sarebbe uscita una truffa o addirittura una faida. Una cosa in cui non ci avrei mai messo becco.
Nel giro di mezz’ora vinsi una bella cifra e benché sapessi che i soldi non erano miei, ebbi una scarica di adrenalina. In un attimo quella serata zeppa di imprevisti noiosi mi trasformò in un giocatore che guardava l’orologio con dispetto. Proprio non avrei voluto che fossero già le tre di notte. Tra me e Sandro ero quello che aveva la meglio e mentre le fiches sul suo tavolo si erano dimezzate, le mie erano pericolanti per l’altezza delle loro torri imbastite. Degli altri due era  Peter ad essere messo male, mentre lo sconosciuto aveva quasi la mia fortuna. Inaspettatamente Fabio a quel punto mi disse che Non sapeva se meritavo quel successo.

Le cose cambiarono però in un battibaleno.

(3 – Continua)

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