4-fine/ Paul Auster e i tre cedri

Showdown

Con l’aria annoiata di sempre Sandro raddoppiò una giocata-limite di duecento euro, mentre sul tavolo erano già in ballo  fiches per ottocento euro ed io dovetti fare altrettanto pur avendo solo una coppia. Adam sorrise e mise sul tavolo un full di jack. Tanto bastava per il tris esibito dal nostro amico e per la doppia coppia del “muto”. Le prossime carte sarebbero state decisive. Peter avrebbe cercato di ridurre la posta e noi saremmo stati costretti e a barcamenarci per evitare una interruzione, consultare Fabio e semmai risederci ai tavoli.
Si scartò un nuovo mazzo. Guardai i miei due compagni, quello al tavolo e il barista. Non riuscii però  a intravedere  neppure un battito di ciglia. Fabio prese i posaceneri e ne portò quattro puliti. Adam chiese una minerale e fu servito, poi si diresse verso una porticina sul cortile e l’aprì per arieggiare la sala. Cominciavamo a sentire la stanchezza o quantomeno quella tensione che appena svapora sembra metterti del piombo dalla testa alle ginocchia. Poco prima mi ero sbagliato:  la serata era iniziata male e finiva peggio.
Si iniziò un nuovo giro mentre Fabio chiudeva la porta del personale di servizio. Alzai le carte e ne cambiai tre; Sandro due, Peter fece altrettanto e Adam disse d’essere servito.
Ancora una volta il tavolo accatastò un mucchio di gettoni. Toccava a Sandro, che rilanciò il massimo stabilito. Se avessimo perso eravamo morti. Guardai Fabio; lui chiuse gli occhi, un battito che forse non sfuggì ad Adam mentre Peter gettava le carte sul tavolo togliendosi di mezzo. Non mi rimaneva che seguire ancora una volta il gioco di Sandro. Perdemmo. Adam si alzò dal tavolo, si sgranchì le gambe e disse: «Vogliamo chiudere qui?».
Erano le quattro e trenta del mattino; fuori si sentiva qualche rumore provenire dai garage dei condomini.
«Abbiamo detto alle cinque» ribatté stizzito il mio compagno.
«Lo dicevo per voi due! »
Era una provocazione. Sandro si alzò e si appartò con Fabio,  poi il barista mi si avvicinò. «Finora hai vinto e perso con i miei soldi», adesso o lasci il tavolo o ci aiuti con quello che hai. Non intendeva parlare dei quattrocento euro che avevo ancora a disposizione, ma di liquidi miei.
Sapevo che avrei dovuto andarmene ma il gioco mi tormentava e incalzava come il Cenzullo del professore davanti alla ricotta insanguinata. Dissi che potevano contare su altri mille euro; tirai fuori il libretto degli assegni. Contanti non ne avevo.
«Accetta un assegno?» chiesi rivolto ad Adam.

Il tipo si scrocchiò le dita e sorrise: «Ho una proposta: mancano venti minuti alle cinque. Non ho voglia di passare le notti in bianco per un paio di migliaia di euro…E poi fino a oggi avete sempre vinto no? Quanto? Occhio e croce sono almeno cinquemila euro. Facciamo una sola partita, puntata minima mille euro. Se vinco ce ne torniamo a casa, se perdo ne facciamo un’altra alla stessa stregua, altri mille euro». Dissi che per quanto mi riguardava avevo chiuso. Sandro ribattè che la proposta era folle, del tutto sbilanciata a favore del «signor Adam». Pronunciò le parole come aveva fatto con me quando mi ero seduto. Ma questa volta sentivo soltanto l’ironia indispettita di quel signore a fior di labbra.
«Bene – ribatté l’altro – allora un solo giro di carte con duemila euro ciascuno in ballo». Si sarebbe così concluso con una puntata di seimila euro visto che Peter ci osservava dal bancone del bar sorseggiando il suo Grand Marnier. Ripetemmo per bene il programma, precisando che avremmo potuto cambiare le carte e alla fine ognuno di noi avrebbe girato sul tavolo le sue chances. «O vivi o morti» urlò Peter dal bancone.

 Sandro si consultò col suo finanziatore, io sentii che avvampavo  appallottolandomi come un riccio.  Dovevo giocare, ecco tutto. Dovevo mettermi in gioco. Non era questo quello che mi era sempre mancato? Non era quello che persino il professore aveva fatto ribellandosi alla famiglia quando era tornato da Napoli con la sua saracena dal culo nero? Pensai a tutto, alle porte che non avevo aperto, al film che non avevo sceneggiato per timore di perdere un posto in un liceo di provincia, al libro dalla carta ormai ingiallita che non avevo mai spedito.
«Ci sono – dissi con un tono di voce più alto del solito – io ci sono». Ripresi in mano l’assegno posato sul banco e lo strappai. Ne presi un altro, firmai e restituii le fiches al titolare del locale. Per qualche ragione la sua sortita non mi era piaciuta. Al tavolo ebbi al primo giro un tris di quadri, al secondo un full di assi. Deglutii e mi rilassai per pochi secondi, il tempo di vedere Sandro impallidire.
«Showdown!» disse Adam e gettò sul tavolo una scala di colore. Sandro richiuse il ventaglio delle carte: «Guardatele voi… Se vi fa piacere». In un attimo aveva indossato il suo giubbotto ed era alla porta.

Ci lasciammo con un ultimo abbondante whisky, un Lagavulin invecchiato offerto da Fabio. Ci stringemmo la mano e notai che il mio amico era cambiato ancora una volta. Peggio delle saracene. Aveva perso almeno cinquemila euro ma aveva la faccia distesa e il fair play che all’inizio della serata attribuivamo allo sconosciuto: come ci fosse stata una carta da passare sottobanco.
Mi tornò in mente quest’immagine mentre mi mettevo a letto. Un paio d’ore e sarei stato nuovamente in auto verso la scuola. Spensi e riaccesi il cellulare. Nessuna notizia dei miei amici invitati alla serata di Paul Auster; non un solo messaggio.

Due mesi dopo il locale chiuse i battenti. Un collega mi disse che da tempo navigava in cattive acque. Uno dopo l’altro erano ormai decine, tra negozi, bar, discoteche, le attività che si erano fatte persuadere dalla bontà dei nuovi orizzonti europei; ma forse anche questa era una storia come quella di Cenzullo.
Un giorno, poco prima di Natale, incontrai Peter appiccicato allo stipite di un bar. Mi fermai per salutarlo.
«Non hai avuto molta fortuna» disse dopo gli auguri di rito. Scossi il capo:
«Cioè?».
«La partita» disse in un soffio sorridendo.
«Certo, alla sala biliardi… Mi ero fatto prendere dall’entusiasmo…»
«Adam e Fabio se ne sono andati»
 Ancora non capivo. Ma la truffa, se di truffa si poteva parlare, era risaputa, almeno tra i giocatori come Peter e Sandro.
In breve, la sera delle fate ci avevo rimesso duemila euro; Sandro a quanto pare ne aveva lasciate sul tavolo qualche centinaio nelle ultime partite e il bottino imbastito notte dopo notte aveva permesso ai due di chiudere bottega e filarsela.
«Insomma il locale era di Adam, e Fabio gli faceva da secondo scegliendo i polli. Io e te per esempio…».
Cominciava a nevicare.
Mi sistemai la sciarpa e porsi la mano: «Buon Natale Peter!»

(fine)

© Marco Conti per le Museinquiete.it

“Buon Natale, Peter!”

3/ Paul Auster e i tre cedri

(3 Segue)

Un fico ritorto

«Mi lasci così a becco asciutto?» gli gridai alludendo alla storia, mentre già affrettava il passo. In strada c’era il  chiasso dei fine di settimana e una pioggia sottile imperlava il tettuccio delle auto.
«Il resto è un feuilleton –  mi urlò ormai distante; poi fece qualche passo verso di me, si sporse come se si fosse trovato dietro a una finestra – … La storia è che quella volta Cenzullo si è portata a casa la saracena ma…non c’era nessuna colomba in vista né allora né mai… E anche se oggi ci fosse sarebbe troppo tardi…» Cominciò a ridacchiare e non aveva ancora finito quando svoltò in un’altra via.
Spensi la sigaretta. Non saprei dire se davvero volevo raggiungerlo. Ero convinto che abitasse nel quartiere  e infatti vidi la sua sagoma in fondo alla via sul bordo del marciapiede. Salii sull’auto. Augusto camminava a passi incerti e veloci. Mi fermai ad un semaforo preoccupato che mi vedesse seguirlo. Feci appena in tempo a scorgerlo svoltare e quando ripresi la marcia era scomparso.

 Il vicolo era una stradina senza uscita e dopo un paio di palazzi sembrava aprirsi in un cortile fangoso. Scesi dall’auto e giunsi fino in fondo accorgendomi che i condomini nascondevano due vecchie case con le balconate di ferro, una persiana penzolante sui cardini, buie le finestre. Non mi sembrò vero che Augusto potesse vivere in quelle catapecchie. In un angolo della corte c’era un vecchio fico storto che sporgeva le braccia come nel racconto che mi aveva fatto. Dopotutto il professore poteva essersi inventato il seguito della sua storia, così come il fico napoletano. La sua saracena poteva aver abitato sempre in quel cortile e magari aveva gettato la secchia nel pozzo, un rudere si ritagliava ancora accanto all’alberello. Oppure aveva semplicemente immaginato il fico nel suo cortile trovando che fosse una bella cosa da raccontare.  Sì, le storie, proprio come la mia serata, biforcavano almeno due sentieri per volta. Mi avvicinai a un cancello ma la cassetta postale appesa con uno spago non indicava nessun nome.  Del resto non c’era giustificazione per il mio inseguimento notturno fino alla porta di casa. Men che meno a quell’ora. E se mi fossi sbagliato? Mi allontanai e poco dopo vidi accendersi una luce gialla all’estremità della casupola. Troppo tardi. Il mattino seguente tutto sarebbe sembrato più ovvio e semplicemente non ci avrei pensato più.
«Non vada scalzo chi semina spine», così si concludeva la nostra fiaba. D’altra parte che spine stavo seminando? A quell’ora della notte l’unica cosa certa  era che non volevo tornare a casa, sentire il freddo avvolgermi, aspettare che la gatta trovasse comodo l’incavo delle mie ginocchia prima di addormentarci insieme.

Tornai sulle strade ormai luccicanti e vuote, ripassai nella piazza dove il corteo aveva lasciato a terra qualche fazzoletto di carta tricolore, inseguii un’auto che mi pareva potesse essere quella di Caterina, una ragazza che avevo rivisto senza poter ricordare le nostre fughe in ascensore …Avevamo quindici anni e nella notte l’ascensore era diventato il nostro pied-à-terre. Un’alcova stretta e sicura. Bastava farlo arrivare alle soffitte, infilare un quaderno tra le porte e se per sfortuna qualcuno l’avesse richiamato, c’era tutto il tempo di sistemarci, togliere il quaderno e rispedire l’alcova da basso. Non accadde mai.
Alle due  la birreria doveva aver chiuso, ma quando ripassai davanti alle vetrate vidi in fondo al locale una lucetta accesa. Scesi e mi affacciai.

Una partita a poker

Le porte erano chiuse e stavo tornando indietro quando mi sentii chiamare. Fabio aveva sporto la testa. «Arrivi al momento giusto» disse sottotono. «Leone va via, abbiamo bisogno di qualcuno che faccia il quarto…». Il poker era nelle corde dei ritardatari. Ma prima di sedermi al tavolo Fabio mi spiegò che era una serata speciale perché c’era un nuovo arrivato, un presuntuoso, uno che si giocava due, tremila euro per volta, perdendo quasi sempre.
«Se pensi che abbia due o tremila euro da buttare sei uscito di melone», gli buttai lì chiedendogli una birra. «Non preoccuparti, i soldi te li presto io adesso. Se vinci, in coppia con Sandro, a voi tocca il venti per cento. Se perdete, pago io tutto, il tetto è di tremila».

Non c’era voluto molto per spiegare l’arcano. Si trattava di spennare l’ultimo arrivato che a quanto pare non lesinava su niente. Fatti suoi, mi dissi, mentre mi presentavano al tavolo. Il tipo, un uomo sulla cinquantina, segaligno, un blazer grigio sulla camicia aperta azzurrina targata Corneliani, mi spalancò un ampio sorriso mentre chiudeva la raggera delle sue carte. Sandro mi dette un’occhiata e poi guardò serio Fabio che, a sua volta, fece un cenno.
«Non sono un grande giocatore» dissi sedendomi appena concluso il giro. Sul tavolo c’erano solo alcuni gettoni di colore diverso. Sandro mi ragguagliò sul loro valore con grande cortesia. Aveva la voce suadente, il lessico pretenzioso di chi voleva fingersi di un’altra classe sociale. Colsi un bagliore negli occhi della vittima, un certo Adam Sanesi.
«Il limite è di duecento a puntata», aggiunse Sandro.

 Calò subito il silenzio. La partita sarebbe andata avanti finché uno dei giocatori non fosse rimasto all’asciutto e se si proseguiva senza intoppi avremmo smesso alle cinque in punto. Accadesse quel che doveva accadere. Per me era una passeggiata: di Fabio mi fidavo e, d’altra parte, tremila euro potevo racimolarli allo sportello bancario se proprio avessi dovuto. Ma non sarebbe accaduto. Fabio prese una sedia e si sedette alle spalle di Sandro. Era l’unico spettatore.
C’era la possibilità che la posizione delle dita sulle carte fossero dei segnali (così mi aveva spiegato uno zio che qualche esperienza ce l’aveva; in fondo tutta la mia erudizione in materia era nata giocando con lui o contro di lui), e in questo caso rimaneva comunque da stabilire se il ruolo di Fabio fosse unicamente quello dello spettatore e finanziatore.
Quanto a me non avrei saputo decifrare un bel niente. Il mio ruolo era quello di aumentare la puntata seguendo la strategia di Sandro ed evitare così che il nostro uomo se la cavasse con qualche centinaio di euro. E’ vero, il modo con cui mi erano state presentate le cose non era corretto, ma chiunque poteva fare lo stesso senza trasgredire alcuna regola del poker. L’uomo in Corneliani doveva essere abbastanza esperto per saperlo, così come il quarto giocatore che conoscevo soltanto di vista: un certo Peter, un tipo di poche parole chiamato “il muto”.

 La questione di fondo era che sia Adam Sanesi che Fabio erano disposti a spendere, e Sandro aveva fama di essere un gran giocatore.
Mentre giravano le carte della prima mano mi sorpresi a pensare che Fabio doveva avere una fiducia assoluta nel suo giocatore perché, se mai fosse accaduto che il nuovo arrivato avesse avuto un accordo con Sandro per dividere le proprie vincite, ne sarebbe uscita una truffa o addirittura una faida. Una cosa in cui non ci avrei mai messo becco.
Nel giro di mezz’ora vinsi una bella cifra e benché sapessi che i soldi non erano miei, ebbi una scarica di adrenalina. In un attimo quella serata zeppa di imprevisti noiosi mi trasformò in un giocatore che guardava l’orologio con dispetto. Proprio non avrei voluto che fossero già le tre di notte. Tra me e Sandro ero quello che aveva la meglio e mentre le fiches sul suo tavolo si erano dimezzate, le mie erano pericolanti per l’altezza delle loro torri imbastite. Degli altri due era  Peter ad essere messo male, mentre lo sconosciuto aveva quasi la mia fortuna. Inaspettatamente Fabio a quel punto mi disse che Non sapeva se meritavo quel successo.

Le cose cambiarono però in un battibaleno.

(3 – Continua)

2 / Paul Auster e i tre cedri

(2- segue)

Napoli andata e ritorno

«Vagamente è troppo poco».
«C’era un principe se non sbaglio che cercava la sua sposa e la trovò nei frutti di cedro…»
«E’ così o meglio…Se non vogliamo fare di ogni erba un fascio le cose sono più interessanti. Allora…La storia dice che il padre, il Re in questione, voleva una discendenza ma il figlio, il principe Cenzullo, non ne voleva sapere. Un bel giorno tagliando una ricotta si ferì a un dito e fu affascinato dal sangue sgorgato sul latte. Sta di fatto che in quel momento decise di partire per cercare una ragazza bianca e rossa come quel latte…»
«In genere – interruppi – il principe cerca tre mele rosse e quando le apre sente una vocina, ecco allora spuntare la fata.»
«Già, ma nel nostro caso Cenzullo naviga mari, perlustra terre e alla fine capita nell’isola delle Orche dove incontra due vecchie che gli consigliano di scappare lontano: “Squaglia di qua se non vuoi servir da merenda”, dice la seconda vecchia. Ma saprai che questo ricordo mi viene dal mio caro Croce, che ha tradotto  dal napoletano il libro…. saprai che Basile scrisse le fiabe nel milleseicento…».

La mia irritazione a quel punto gareggiava con la curiosità. Partito con l’intenzione di raccontare i modelli della fiaba nel nostro gruppo di lettura, mi toccava risentire una storia che avevo letto almeno tre o quattro volte. Ugualmente, mentre lo invitavo fuori dal locale per poterci accendere una sigaretta, mi resi conto che per Augusto  sarebbe stato umiliante se non lo avessi fatto finire. Così mi raccontò del terzo incontro decisivo, di come alla fine Cenzullo si trovò in un boschetto “dove le ombre facevano palazzo ai prati perché non fossero veduti dal sole”. Smontato da cavallo vicino ad una fontana il ragazzo cominciò a tagliare il primo cedro vedendo spuntare la fata che gli chiese da bere, e troppo meravigliato per la sorpresa, la vide anche scomparire.

«Sì – continuò – anche qui il numero tre è magico. Solo all’ultimo momento intagliando il terzo cedro avviene il miracolo. Esce la fata, chiede di poter bere, e lui gli porge l’acqua. Ecco allora una bellezza paragonata alla soppressata di Nola e al prosciutto d’Abruzzo. Ma è nuda e così decide di nascondere la fata sopra un albero; riprende il cavallo e va a preparare le nozze dicendole che tornerà con i vestiti che debbono vestire le principesse. Il resto è noto…»

Non ero affatto d’accordo. Il resto era importante ma il professore in un attimo si era rabbuiato come se gli fosse venuto in mente qualcosa di sgradevole. Tirò fuori da una scatola un sigaro e ci volle un minuto buono per scartarlo e accenderlo. A quel punto io avevo cominciato a raccontargli quanta importanza avesse dato Paul Auster alla narrazione orale e come in alcuni romanzi si ritrovassero le stesse situazioni della fiaba. Certo la conclusione dello scrittore non poteva essere la serenità ritrovata, i denari disseppelliti eccetera eccetera…Anzi i protagonisti non concludevano la ricerca o quando lo facevano il finale non era consolatorio.

Avevo l’impressione che Augusto non mi ascoltasse più; rientrammo al caldo della birreria, e questa volta il mio amico ordinò due whisky, chiedendomi soltanto dopo se volevo altro.
«La storia di Cenzullo – riprese con una voce mogia che non gli conoscevo – è che quando arriva alla fontana non trova più la fata ma la saracena, la serva che ha preso il suo posto e così torna al paese scornato con una sposa miserabile, o come dice lei stessa “un anno faccia bianca, un anno culo nero”».
«Dimentica una parte professore…»
«Mah…a me sembra che la sostanza sia questa».
«La colomba e il finale sono importanti»
«Già…fossero rose e colombe, lo sarebbe…»

Non raccolsi il commento. Dissi: «La saracena alla fontana ha infilato uno spillone in testa alla fata e subito una colomba è volata via mentre l’infingarda ha preso il suo posto. E poi il finale, lo sa meglio di me, è decisivo. Quando celebrano il matrimonio con la serva nera appare una colomba che la saracena fa uccidere per mangiarsela. Allora il cuoco…»
«…Il cuoco esegue l’ordine e butta via l’acqua della bollitura nel cortile. Tre giorni dopo sorge un cedro e nel giro di altre tre giornate spuntano i frutti. Il Re vuole mangiarli ma ecco che gli nascono di fronte una, due, tre fate. L’ultima è quella di Cenzullo. La serva è messa al rogo e la fata diventa principessa».
«Allora se la ricordava!»

«Un altro!» Augusto voltò la sedia verso di me: «Mi faresti un piacere se fossi meno formale. Manca solo che mi dai del ‘voi’ come nel Ventennio…».
Mi raccontò che quella fiaba la conosceva quasi a memoria ma che per lui la storia finiva quando la saracena prendeva il posto che non le spettava. 
C’era stato un giorno, mi disse Augusto, in cui aveva lasciato casa:

«Fu subito dopo l’università ma ero un Cenzullo che non sapeva dove andare e che non aveva neppure l’auto. Sono salito su un treno e mi sono detto che sarei andato giù fino a Napoli dove un amico mi aveva invitato qualche mese prima.  Non sapevo se davvero sarei andato a trovarlo, ero soltanto disgustato per quello che mi succedeva intorno. La fidanzata aveva rotto tirando in ballo delle storie ridicole e, per rincarare la dose, avevo perso il posto di supplente dai salesiani nel momento in cui ne avevo più bisogno».
Mi chiedevo se il giorno dopo si sarebbe pentito di questa confessione. Cercai di scherzarci sopra e siccome non la smetteva, alla fine mi dissi che non toccava a me togliermi dall’imbarazzo.

Mi parlò di una certa Sara, di una ragazza che aveva conosciuto tramite il suo compagno di studi. Sembrava che andassero d’accordo e «un bel giorno – riprese – eccomi convinto…Ah  c’era un albero di fichi nel cortile dove viveva, era da vedere, ritorto come un ricamo abbandonato, sembrava davvero di stare fianco a fianco al Basile. Ma i soldi stavano per finire. Me ne sono andato e sono tornato la settimana successiva. Al suo posto non c’era nessuna saracena e men che meno una serva. Lei era esattamente la stessa, bianca e rossa, trecce nere, un culo che faceva girare la testa anche agli asini».
Augusto si fermò qui. Si rimise il giubbotto, andò alla cassa dove non riuscii a pagare nulla di quanto avevamo ordinato.

(2 – continua)

J.Heiden (part.)

Paul Auster e i tre cedri

Una sera, non molto tempo fa, volevo raccontare una storia.  Immaginavo di farlo intorno a un tavolo, come un tempo davanti a un camino. Gli ingredienti c’erano tutti e ad essere sinceri ricalcavano un cliché che avevo sempre trovato fastidioso: una notte piovosa, il vento che spazzava le prime foglie cadute, la giornata festiva che sarebbe seguita. Ma dopotutto non dipendeva da me. La storia che volevo raccontare parlava di uno scrittore, dei suoi personaggi vagabondi e di quanto  quei vagabondi assomigliassero agli eroi delle fiabe. Ero rimasto nell’incertezza fino all’ultimo. Mi dicevo che le fiabe erano – e letteralmente sono – storie troppo vecchie per piacere o sorprendere davanti alla mole di immagini e intrecci dei romanzi.

Ad ogni modo mi trovavo ormai sul posto. Accese le luci, acceso il fuoco nella stufa, mi ero messo a sedere. Ma dopo una decina di minuti ancora non  vedevo nessuno. Un corteo celebrativo con fiaccole e microfoni aperti era passato davanti alla casa sciogliendo nell’aria un brusio sottile come una polvere e poco dopo si era slacciato in una piazza cupa, troppo grande anche per le celebrazioni.

Così ero salito in auto pensando che una partita a biliardo non sarebbe stata una cattiva idea. In città c’era un locale con undici tavoli di biliardo aperto sette notti su sette. Le tende scure che drappeggiavano le pareti, i neon accesi sui panni verdi e un vecchio mobile intarsiato dove i proprietari tenevano i giochi della dama e degli scacchi, mi rendevano familiare l’atmosfera di un vecchio film. Se Paul Newman fosse improvvisamente entrato, labbra increspate, occhi luminosi e stecca alla mano, avremmo cercato di vedere dov’era la cinepresa, lasciando in disparte il tempo e qualsiasi brandello di ragione.

Quando Augusto mi venne incontro all’ingresso abbracciandomi non avevo ancora raggiunto il biliardo e, senza lasciarmi dire niente di più di qualche saluto, mi invitò al suo tavolo.
Augusto era stato mio insegnante e neppure trent’anni prima assomigliava al suo nome. Piccolo, macilento,  la faccia rossa intaccata da due rughe alle guance… Ora con il giubbotto di velluto e la barba bianca  fin sotto gli occhi, sembrava più a un pastore che ad un insegnante in pensione. Mi resi immediatamente conto  che il professore mi parlava come fossero passati pochi giorni dal momento in cui avevo lasciato la scuola.
Dopo aver ordinato due birre cominciò a interrogarmi. Da dove arrivavo a quell’ora della notte? Davvero insegnavo anch’io? Avevo in mente di raffrontare i vagabondi delle fiabe con Paul Auster e magari anche con Samuel Beckett, infilandomi in un ginepraio di citazioni? Ero troppo colto o troppo ingenuo? E perché non avevo continuato a scrivere quelle poesie?

Augusto era uno dei miei primi lettori e probabilmente tanto gli era bastato, o forse, semplicemente, non aveva avuto notizia di quello che avevo scritto dopo.
«Te la ricordi la fiaba di Basile? Voglio dire Il Pentamerone…La fiaba dei Tre cedri che vi avevo spiegato guardando quei pioppi andati a male nel cortile?»
Mi fece la domanda mentre seguiva con gli occhi la ragazza che ci aveva appena serviti.
La ricordavo ma in quel momento mi infastidiva il suo tono e la voglia di salire in cattedra. Dissi: «Vagamente…»

(1 – continua)

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E. Hopper (particolare)

Borne, solo con la Bellezza

La campagna era bella
come un arazzo
di mille fili
frementi in un incendio
 
Io vorrei che la terra
non fosse che un arazzo sul muro
e che mai cadano foglie
e che mai muoia
quella figura rappresa nel suo gesto
 
Io vorrei
che la terra rimanga semplice selvaggina
tra i denti del sole
 
Alain Borne, La campagna era bella, traduzione Marco Conti, da Seul avec la beauté, Voix D’Encre, 1992
 

M.C. Escher, “Pozzanghera”, 1952

Montale e l’Antipapa

Eugenio Montale

Avevamo studiato per l’aldilà

un fischio, un segno di riconoscimento.

Mi provo a modularlo nella speranza

che tutti siamo già morti senza saperlo.

L’ironia di Eugenio Montale procede qui in quattro versi come un epigramma. Poche pagine prima il lettore incontra un incipit –tra quelli divenuti via via più famosi:

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.

Satura

Tanto basti. Nel 1971 Montale sorprende per la seconda volta il mondo letterario. C’erano state le novità de La Bufera e altro ma quest’ultimo registro della raccolta Satura, questa voce ironica che perlustra l’esistenza e la storia contemporanea,  che oscilla ugualmente energica tra l’aldilà e la prosa del quotidiano, non  se lo aspettava nessuno. Viceversa, insieme a Ossi di Seppia, è oggi la sua raccolta più letta e citata. Soprattutto citata. La contemporaneità vi  si riconosce forse nel verso che sposa il linguaggio corrente, sia nelle antitesi tra “alto” e “basso”, sia nel ritmo più disteso e in qualche caso vicino all’epigramma. Del resto il titolo richiama esattamente quel testo latino omonimo che si occupa del quotidiano applicandovi una sentenza morale. E’ quello che accade anche in alcune poesie di Satura, comprese quelle che Montale escluse dalla raccolta e che confluirono poi nell’edizione Altri versi del 1980 (Mondadori).

La raccolta ‘Satura’, Mondadori, 1971

L’epigramma

Tra queste ultime liriche sorprende un epigramma inerente la cronaca del tempo. Chi oggi lo legge senza una nota non saprebbe immaginare quale sia il riferimento, il fatto, la circostanza citata, ma intanto, proprio in questi cinque versi, si fa strada con esattezza il timbro della “satura”, la sua voce colloquiale e – per chi ha voglia di osservarlo – uno schema rimico insolito:

Distribuendo urbi et orbi la sua benedizione

l’antipapa è comparso a Biella

con vari dignitari e un cardinale.

come primizia della

meno insoddisfacente contestazione.

Rispunta implicitamente la convinzione dell’autore che la storia sia un « marché au puce» in cui entrano il necessario e l’occasionale. Ma la cronaca viene in aiuto al lettore perché proprio nel gennaio 1969, quando Montale scrisse questa poesia, un “antipapa” fece la sua comparsa sulle montagne prealpine, esattamente a Serravalle Sesia, non distante da Biella. I giornali riportarono la notizia ed è probabile che lo stesso Montale abbia avuto modo di leggerla sfogliando le pagine del Corriere della Sera, quotidiano in cui aveva lavorato e al quale collaborava.

L’antipapa e il suo segreto

 L’antipapa in questione si chiamava Clemente XV (al secolo Michel Collin) che venne ospitato con tutti gli onori dal parroco della frazioncina di Vintebbio, Rino Ferraro. Quest’ultimo non perse l’occasione di organizzare una processione lungo le vie del paese con annessa la benedizione citata dal poeta…Una passeggiata che costò poi al sacerdote la sospensione a divinis. L’antipapa Clemente, a quanto pare, fu vittima non meno dei suoi sostenitori del “Terzo segreto di Fatima”, un tormentone secondo il quale La Vergine recitò tre segreti, l’ultimo dei quali riferiva che Papa Paolo VI aveva usurpato il “trono”. A voler credere alla biografia di Michel Collin, il sacerdote francese durante una visita a Sorrento ebbe una visione nella  quale Dio gli rivelò d’essere l’ultimo Papa dei tempi.

Ma a noi interessa di più il sorriso di Montale che opta, obtorto collo, per la pur  «insoddisfacente contestazione».

Il manoscritto

Il testo montaliano originario è un dattiloscritto datato 28 gennaio 1969, barrato da un tratto di penna e conservato al Fondo dell’Università di Pavia accanto a due redazioni manoscritte. Una di queste stesure è dedicata a Cesare Segre e nel novembre 1985 è stata donata al Centro Manoscritti intitolato per l’appunto al critico italiano.

Una poesia di Houellebecq

Strisciano dei rami tra i fiori solidi

Scivolano delle nuvole e sapore di vuoto:

Il brusio del tempo riempie i nostri corpi ed è domenica

Siamo del tutto in sintonia, metto il mio vestito bianco

Prima di crollare su una panchina del giardino

Dove mi addormento  e risveglio due ore più tardi.

Una campana rintocca nell’aria serena

Il cielo è caldo, si serve del vino,

Il brusio del tempo riempie la vita;

E’ la fine del pomeriggio.

Michel Houellebecq, “Un’estate a Deuil-la-Barre”, da Le sens du combat, Flammarion, 1996

“Serotonina”: Houellebecq e l’infelicità del XXI secolo

Michel Houellebecq


L’infelicità è un rischio e la civiltà occidentale è il suo modello. Anche questa volta Michel Houellebecq non fa sconti e con il romanzo Serotonina affonda la sua penna nel ventre di una collettività ormai persa nella mitologia del consumo e nella desertificazione che gli si distende di fronte a perdita d’occhio. Una landa ricompensata da piaceri ambigui e minuscoli narcotici. Ecco allora spuntare tra una sigaretta e un caffè, tra un profilo seduttivo e un appartamento à la page, «una piccola compressa bianca, ovale, indivisibile». Si chiama Captorix, è una breve iniezione di serotonina, non promette alcuna felicità, ma tiene a bada la depressione, «non crea né trasforma; interpreta. Ciò che era definitivo, lo rende passeggero»; in breve è esattamente ciò che serve al protagonista della storia, Florent-Claude Labrouste che detesta non solo la sua vita ma persino i suoi due nomi di battesimo.

La storia di Florent

Florent ha 46 anni, un buon lavoro di funzionario al ministero dell’Agricoltura e una bella compagna giapponese di nome Yuzu che ogni giorno impiega sei ore per bagni, lavacri e make-up ed è indifferente a qualsiasi cosa non sia il proprio piacere. Per questo in anni di convivenza non ha mai fatto un regalo a Florent e, per questo, probabilmente, si dedica alle performance sessuali di gruppo alternando alle  gang bang pratiche erotiche con i cani.

I filmati sono sul suo computer e quando il compagno li scopre, decide di abbandonare lei e il grande appartamento che le paga.  Florent va a vivere in un anonimo hotel contento di sapere che entro pochi giorni scadrà l’affitto.

Per Captorix è il momento di entrare in scena: lo psichiatra non premette molto ma spiega che la pillola « trasformando la vita in una serie di formalità aiuta gli uomini a vivere, o almeno a non morire, per qualche tempo».

Vagabondaggio con le mucche normanne

I passi successivi sono quelli indispensabili per una nuova vita: un altro lavoro in Normandia (dove il protagonista osserva l’agricoltura francese  precipitare nella fossa delle norme europee), uno sguardo agli amori vissuti dove spiccano le delusioni di Claire, attrice sfortunata e ormai insidiata dalla couperose. Ma la libido fa difetto e Florant si rivolge al passato, alle sue storie importanti, al binario 22 della Gare Saint-Lazare quando vide per la prima volta Camille. Un lungo flashback e poi compare il viso rugoso del presente, i disagi si moltiplicano, la serotonina non basta. Meglio le escort? Persino quel pensiero, per Florant, è un impegno di scarse promesse. La natura in cui pensava di potersi immergere anche il protagonista di Estensione del dominio di lotta (Bompiani, 1994) per tornare a vivere e accettare se stesso, è insufficiente. Questa volta sono i contorni verdissimi della Normandia a proporre un rifugio temporaneo, tanto più che – come scrive con humor Houellebecq – «Quando mi ero separato da Claire, la mia condizione era stata sensibilmente lenita dalla frequentazione delle mucche normanne, per me erano state una consolazione, quasi una rivelazione».

Ma la storia non si ripete, non fino in fondo.

Una voce coinvolgente

Houellebecq scrive con Serotonina un altro capitolo dell’insofferenza che separa il XXI secolo dalla nozione di umanità e di umanesimo. Lo fa con una voce mai così dispiegata, con un periodare dal ritmo fluente, un registro che dal distacco iniziale confluisce verso una  pronuncia più intima e coinvolgente. E dove descrizione e ironia hanno  il posto che loro spetta: nell’inventario di marche, nella topografia dei luoghi ambiti o fuggiti, nelle produzioni d’alta gamma, in breve nell’inutile, spicciola mitologia di strada di questa ormai consolidata attualità.

Concordiamo con lo scrittore: meglio, molto meglio le mucche normanne.

                                                                                       Marco Conti

© Riproduzione riservata

Michel Houellebecq ‒ Serotonina
La nave di Teseo, Milano 2019
Pagg. 332, € 19
ISBN 9788893447393
www.lanavediteseo.eu

Un paesaggio normanno

Eliza Macadan e il ‘Paradiso riassunto’

metto la mano
sull’orizzonte
lo tocco
con desiderio
sto ridendo mentre piango
sto arrivando quando vado via
sulle scale
ho decretato
che per adesso
rimango qua
scrivo i miei poemi
su biglietti di parcheggio
il tubo con nebbia
si è rotto sulla città
gli alberi
stanno parcheggiati
con cura
sulle strade strette
le panchine
si sono ritirate
all’ombra
mentre ti stai girando
da tutte le parti
i documenti d’identità
dei morti

«E’ una attualità perenne quella che segna i versi di Eliza Macadan. Un’attualità – scrivevo nella prefazione ai versi italiani della poetessa romena raccolti col titolo Paradiso Riassunto (silloge edita da Joker nel 2012) – dove il futuro è una promessa di ripetizione senza orizzonte e dove il passato è impercepibile. Il mondo lirico di Eliza Macadan procede da queste nozioni. Il presente, il gesto e le cose colte nella loro fattualità sono l’ossatura di Paradiso Riassunto, non meno dell’intonazione ironica o scabra che s’innerva in questi versi fin dal titolo. Un’intonazione che attraversa la coscienza europea rispetto a uno scenario subìto e falsificato, messo in definitiva ai ferri corti dalla storia».

Eliza Macadan, Paradiso Riassunto, Joker, 2012

Il cane borghese

Nel 2013 esce Il cane borghese (edito da La vita felice) dove la soggettività ha voce più estesa e il paesaggio confini più vicini al poeta. Una poesia dice:

 la casa del sonno
ha persiane rosse
sempre chiuse
tra me e l’infanzia
non scendo mai le scale
al cavallino di legno sta fiorendo la coda
la sua zazzera è alata
e sta vegliando dalla collina
 
la casa del sonno
è in fiamme

Altrove si disegna un crocevia, un punto d’incontro tra il mondo personale e le valenze necessariamente impersonali, quelle in cui la parola rinvia a un’altra rappresentazione di scenari più ampi e collettivi:

 leggo di fronte
scrivo sul retro
poesia quotidiana
senz’orizzonte
sto frugando nella luna piena
nell’abbaio dei cani
dopo previsioni
a breve termine
 
non posso tergere
le tracce di pioggia
attraverso il parabrezza

E’ ancora nei tre versi finali, come nell’incipit, una voce ironica quella che scrive attraverso una sorta di sineddoche che dal parabrezza porta all’esterno, dalla contingenza meteorica alla sua valenza figurativa estensibile alla contemporaneità. Di pari passo i versi di un altro testo (cuore della notte) mostrano come un nucleo emotivo diventi scena lirica e lo diventi più precisamente attraverso uno scambio di figure: il sentimento di precarietà che si oggettiva nella passeggiata con l’animale mentre le  fattezze dell’oggetto poetico restano incerte e reversibili.

 nel cuore della notte
porto la morte a fare un giro
sul sedile di dietro
la tiro fuori dal fianco dei letti
dove stanno sdraiati giovani corpi
la rincorro sulle scale
per affiatarsi
la spedisco in pianura
per lasciarla fuggire impazzita
 
a pranzo sul marciapiede
la morte passeggia con il cane
davanti alla nipote del nonno.

Elio Grasso, nella prefazione alla raccolta, parla di poesie dove «convivono diverse lunghezze d’onda» agganciate al nostro passato, e cita a questo proposito Sereni e Menicanti. Propenderei per la seconda, stante la discorsività estesa del primo, almeno dopo Diario d’Algeria, ma è indubbio che qui come in Sereni vive anche «la messa a fuoco di due sopravvivenze, quella della poesia e dello scrittore che scova ciò che il cielo lancia addosso all’umanità (…)».

Anestesia delle nevi

Eliza Macadan

Due anni dopo compare Anestesia delle nevi (La vita Felice, 2015).  Qui Eliza Macadan, con un’ellisse del discorso lirico appena più pronunciata, evoca uno scenario di metropoli  deprivato, ridotto al suo scheletro:  potrebbe essere la Bucarest di oggi, ma anche Milano, oppure  una sacca metropolitana di Parigi, la Gare du Nord evocata da Céline o, ancora,  un luogo di provincia appena toccato dal mostro della globalizzazione, un Moloch  che ha braccia sufficientemente feroci per unire stazioni e chiese nella stessa aura di annullamento di senso, di significato, di valore:

 chi non ha vecchi con sé
esca a mendicare
dal palmo della mano
cadono sogni
raggirano la fame
la vita scorre nelle stazioni
come alle porte delle chiese
domenica
prima che Dio arrivi
con l’espresso delle otto
 
             *
una zingara
indovina
il mio amore legalizzato
un passante
mi mostra
le sue zanne di fame
spacco la vetrina
di un negozio di animali
rubo un guinzaglio
per metterlo
al favorito alla presidenza

«Ogni sequenza – scrive Amedeo Anelli presentando il volume – è plurima e stipata di oggetti, aperti su più lati e prospettive. E’ una poesia di moto, un “andante con moto” inesorabile come il fluire dei tempi in un gorgo».  E anche in questo caso l’ironia si sposa al rifiuto, fa propria la contemporaneità attraverso nodi associativi che la definiscono: le zanne di fame dunque l’animalità  per raggiungere il domestico, il quotidiano urbano, ovvero il guinzaglio e la sua antitesi istituzionale e storica, la presidenza, in una parola il potere.

Si può  vedere in questa lirica un unico disegno allegorico, come accade altrove tra le pagine della raccolta e come accadrà spesso in Passi Passati (ancora Joker, nel 2016)

Nel 2017 l’ultima vasta raccolta edita da Archinto

Pioggia lontano

La raccolta successiva Pioggia Lontano (Archinto, 2017) riunisce le due estremità del metronomo lirico passando dalla soggettività al tempo collettivo, dal desiderio negato alla negazione di ogni possibile slancio. Il discorso si consolida legato ad un registro ironico, ad un lessico d’uso dialogico, a un ritmo irregolare che si disegna anch’esso su di un parlato ellittico (come nella prima raccolta qui convocata) nel quale l’immagine metaforica illumina ogni sequenza.

 Piovono
pezzi di pianeta morto
un secolo fa
una metafora della fine del mondo
mi tormenta anche nel sonno
un poeta fissa lo schermo
dal quale si versano notizie di catastrofi naturali
nell’aria i treni disegnano
le loro ferrovie
per portare i passeggeri in cielo
 
c’è qualcosa che non nella gravità

La commistione di basso e alto, di prosaico e lirico è un dato insito in gran parte di questo itinerario e lo è anche quando la stessa lirica, la sua gravità liberatoria,  diventa oggetto del discorso. Questa dialettica si rivela ugualmente attraverso  la frequenza del verbo cadere e altri verbi assimilabili per significato: “cadono parole definitive” scrive Macadan nel testo appena sopra riportato; “cadono uccelli dal cielo” scrive nella poesia successiva; “cadono sogni” dice in chi non ha vecchi con sé; “occulte mani (…) lasciano cadere/ i veli di zaffiro” scandisce  il verso di una leggenda giapponese.  Le figurazioni della pioggia appartengono in definitiva a questo stesso immaginario, tanto personale quanto autentico e raro, come è rara l’assunzione diretta della storia contemporanea nella poesia italiana.

Trascorsa la stagione sperimentale, archiviate le poetiche  di alcuni autori nati in quell’alveo o negli immediati dintorni (da Roversi a D’Elia a Di Ruscio) e senza voler chiamare in causa con la mia locuzione sopradetta Vittorio Sereni, la poesia di Eliza Macadan –  autrice moldava di nazionalità romena ma poliglotta –  ha talvolta sorpreso le patrie lettere per l’urgenza dei suoi temi e dei suoi modi. Dal finestrino di un convoglio partito da Bucarest, tutto sommato, il mondo si può vedere meglio.

Un’altra immagine dell’autrice moldava. Ha scritto raccolte di versi in romeno, italiano e francese.

Carnevali, poeta in nero

Emanuel Carnevali

Spaesato come un bambino, cinico come un vecchio, irruente e gentile, ma soprattutto compulsivo, rapido in ogni cosa, nei modi, nel pensiero. Persino come lavapiatti,nella Little Italy di New York, Emanuel Carnevali impressionò gli amici per la velocità con cui svolgeva il lavoro davanti a una pila di stoviglie che toccava il soffitto. Tra i suoi amici c’era il poeta William Carlos Williams che più tardi, nella sua autobiografia, parlando del libro di Carnevali, A Hurried Man(“Un uomo che ha fretta”), annoterà: «A ragione, si intitolava così». Un carattere che sembra essere passato, come un fluido, dalla vita alla pagina letteraria.

La corsa del desiderio

Leggendo i suoi versi o le sue prose, si ha spesso la sensazione che la rapidità tracimi insieme ad un dettato nervoso e straordinariamente energico.

E’ forse la stessa velocità che Calvino, nelle “ Lezioni americane”, definisce come «la corsa del desiderio verso un oggetto che non esiste». Da noi Carnevali e la sua furia poetica vennero invece scoperti lentissimamente, più o meno trentasei anni dopo la morte dell’autore (avvenuta nel 1942), con l’antologia “Il primo Dio” pubblicata da Adephi.

Nella vita di Emanuel Carnevali nulla avvenne con cadenze regolari e la malattia che lo colpì a Chicago, nel 1922, quando aveva appena intravisto il successo letterario come redattore della rivista Poetry, gli conquistò,sfortunatamente, la ragione di tanta fretta.

La vita

Era nato a Firenze nel 1897 da un famiglia della piccola borghesia. Suo padre, un impiegato troppo intransigente, è descritto dal poeta come il «più ignobile degli uomini» poiché addebita alla violenza paterna un tentativo di suicidio della madre, al contrario amatissima da Emanuel, ma morfinomane dopo una malattia. Di fatto la famiglia si sciolse. Quando Emanuel aveva sette anni, la mamma e la zia lo portarono con loro emigrando dalla Toscana nel Biellese. Per alcuni anni vissero tutti insieme a Cossato grazie al lavoro della zia. Eppure, anche qui, si abbatte l’ala nera della sventura e, come in un feuilleton di dubbio gusto, entrambe le sorelle si ammalarono e morirono a distanza di poco tempo l’una dall’altra. La prima adolescenza trascorsa in alcuni collegi pagati dal padre non migliorò i rapporti tra i due.

Sedicenne Emanuel si imbarcò con il fratello, Augusto, per New York. E’ il 1918 quando Carnevali vede dal ponte della nave le spiagge del New Jersey, «sparse tra le colline, punteggiate di casette simili a giocattoli giapponesi».

Black Poet

New York, anni Venti

Ma Emanuel non è l’immigrato tradizionale. E’ quello che Williams chiameràblack poet, è un ribelle, un maudit che in cima alle sue preferenze letterarie mette le poesie di Rimbaud, il Zarathustra di Nietzsche, le visioni libertarie di Whitman. Così, quando tornerà indietro con la memoria per scrivere le pagine del “Primo Dio”, ripensando al giorno in cui dalla nave vide spuntare le casette del New Jersey, aggiunge: «Dall’altro lato si poteva ammirare la statua della Libertà, se si aveva lo stomaco per farlo». I funzionari che salgono a bordo della nave chiedono come sempre agli emigranti se sono mai stati in prigione. Carnevali non se lo dimenticherà: «Questa, dunque era New York. Questa era la città di cui avevamo tanto sognato e questi erano i favolosi grattacieli. Provai una delle più grandi delusioni della mia vita infelice».

Il rimpatrio

Appena quattro anni dopo, gli amici scrittori saranno costretti a fare una colletta per rimpatriarlo. Carnevali si è ammalato di encefalite letargica, ha sintomi parkinsoniani e sarà obbligato a passare il resto della sua vita in ospedale, a Bazzano, poi in una clinica che gli è pagata dall’editore e scrittore Robert McAlmon ed infine in un altro nosocomio neuropsichiatrico, a Bologna, dove muore nel 1942 soffocato da un boccone di pane. In clinica Carnevali corrisponde con Pound (che non gli rimprovera la stroncatura subita dal poeta italiano anni prima) e con Carlo Linati che già nel 1925 si è occupato di lui e che ne tradurrà per primo, in italiano, i versi e alcune pagine di prosa. Ma soprattutto continuerà a scrivere in inglese, poesie, racconti e la sua autobiografia.

L’opera

Poetry, la rivista in cui scrissero Carnevali e altri imagisti

Un’opera densa e originale, già tutta annunciata agli esordi e nelle letture americane.

Nelle note critiche l’anglista Linati osserva che con le sue poesie, i suoi racconti, Carnevali è capace di ricavare la bellezza dagli aspetti più squallidi del quotidiano. Un giudizio forse sopra le righe ma il tratto che meglio delinea l’opera – insieme a quella che Ezra Pound indicò come fury – è forse la compresenza del bello e del grottesco, del desiderio e della vacuità.

La fury del poeta è in fondo quella di una rabbia che ricava la sua linfa per contrappasso fluendo da un temperamento lirico. Il tratto intimistico, il timbro di sensualità esibita che deve qualcosa a Jules Laforgue, si sviluppa puntualmente nel disincanto :

«Sei
così povera di baci,
che ne sei così avara?»
E ancora:
«Faccio la mia serenata
battendo con il pugno chiuso
su un gong e un tamburo.
Ciò che voglio è darti
il suono di ciò che è un uomo»,

scrive in Serenade nel luglio del 1919. E’ lo stesso sguardo che, come sul ponte della nave in attracco a New York, si sposta dalle «casette simili a giocattoli giapponesi» alla irridente statua della Libertà, alla delusione dell’accoglienza. La franchezza di un pensiero che nulla vuole cancellare di ciò che è stato vissuto emotivamente,  percorre ugualmente le pagine meno inquiete dell’infanzia.

Cossato

Cossato, un’immagine del paese nei primi anni del Novecento

Tra queste il suo soggiorno a Cossato che acquista una scrittura mitografica nel ritmo nervoso e iperbolico della sua pagina. Cossato è per Carnevali il luogo della vita spensierata; descrive la bellezza di quella campagna, le incursioni tra i frutteti, cita e mette subito in disparte uno squallido incontro. Comincia con il parlare di Biella dove la zia aveva trovato lavoro come caporeparto in una fabbrica tessile.

Nei vent’anni di malattia successivi al ritorno in Italia, anche la poesia accentua questi elementi tranchants. Da Rimbaud ha imparato la sentenza tagliente, l’immagine grottesca e ficcante: «L’amore è una miniera nascosta nelle montagne della nostra vecchiezza», scrive in unadelle sue prime poesie.

Sherwood Anderson

Sherwood Anderson, che frequentò Carnevali poco prima che abbandonasse Chicago e la rivista Poetry, racconta nelle sue memorie i giorni in cui nuotavano spesso insieme in un lago: «Ci allontanavamo parecchio dalla riva, nuotando, finché io non mi spaventavo e tornavo indietro, mentre lui avanzava ancora verso il largo, finché pensavo che fosse veramente scomparso nell’ignoto – nella morte». Bracciata dopo bracciata nel buio denso dell’acqua: forse verso ciò che non esiste, come scrisse Calvino a proposito del desiderio della velocità e che si adatterebbe altrettanto bene ad una fuga. Ma in fondo non sono la stessa cosa?